Caselli: "Con la mafia ancora troppi intrecci"

09/05/2013
Il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli con don Luigi Ciotti (foto Ansa)
Il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli con don Luigi Ciotti (foto Ansa)

Ancora troppi intrecci torbidi tra mafia e istituzioni. È questa la ragione principale per cui lo Stato è riuscita a sconfiggere il terrorismo e non la criminalità organizzata. Ne è convinto il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli. Anche se invita a non abbassare la guardia sui rigurgiti di violenza politica che riemergono di tanto in tanto. “Il ricorso diffuso e sistematico alla violenza”, spiega Caselli, “ha già fatto pagare al nostro Paese prezzi enormi. Non si può dimenticare che, prima di sfociare in forme organizzate (anni Settanta e Ottanta) la violenza politica ha avuto una lunga incubazione nella stagione dei "compagni che sbagliano". Incubazione caratterizzata e favorita anche dall’indifferenza, sottovalutazione, giustificazionismo indulgente, talora contiguità da una parte consistente del mondo politico ed intellettuale. Tutto questo si sta in parte ripetendo e non dovrebbe assolutamente ripetersi. Sui muri della sua Trappeto il coraggioso e non violento Danilo Dolci tracciò la scritta: "Chi tace è complice". Guai se questa scritta anche oggi dovesse restare una bella frase senza concrete conseguenze. Non bisogna abbassare la guardia.

Perché la mafia è ancora da sconfiggere? Cosa non ha funzionato?

Per comprendere la situazione attuale non si può non riportarsi a 20 anni fa e alle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Il nostro Paese era in ginocchio, aspettava il colpo alla nuca, invece, con il contributo di tutti, non siamo precipitati chissà dove, ma ci siamo salvati. Abbiamo salvato la nostra democrazia che, pur con tutti i suoi difetti, è sempre meglio di uno Stato-mafia o di un narco-Stato che i Corleonesi volevano instaurare. Parte da Palermo una vera resistenza che ottiene risultati imponenti. Sembrava fatta, invece lo Stato, per effetto delle cosiddette relazioni esterne, viene fermato mentre sta per battere un calcio di rigore e viene fatto rientrare negli spogliatoi. Sul banco degli imputati invece che i mafiosi ci finiscono i magistrati, leggi fondamentali come quelle sui pentiti subiscono modifiche peggiorative.

Caselli con il sostituto procuratore Guido Lo Forte al termine della prima udienza del processo a Marcello Dell' Utri, il 5 novembre 1997.
Caselli con il sostituto procuratore Guido Lo Forte al termine della prima udienza del processo a Marcello Dell' Utri, il 5 novembre 1997.

Nel suo libro “Le due guerre” (Melampo editore) lei spiega che c’è stato un approccio diverso a mafia e terrorismo. Perché?

Il terrorismo storico fu sconfitto quando fu politicamente isolato e conseguentemente entrò in crisi, donde la slavina di pentiti che non ci credevano più. La mafia invece non è isolata, è caratterizzata da intrecci torbidi con pezzi della politica, dell’economia, delle stesse istituzioni. E poi l’impresa criminale sta sempre più trasformandosi in impresa economica. Sempre di più i mafiosi hanno bisogno, e si avvalgono, di ragionieri, commercialisti, notai, avvocati, magistrati, amministratori locali. Sfuma progressivamente sempre di più la linea di demarcazione tra lecito e illecito per quanto riguarda l’economia. Occorrerebbe una magistratura forte. Invece sappiamo che di rafforzamento della magistratura c’è qualcuno che non vuole assolutamente parlare o se ne sente parlare è come il fumo negli occhi.

C’è una zona grigia che si sta allargando?

Finché continueranno le relazioni esterne, l’intreccio torbido, vergognoso con le istituzioni la sconfitta della mafia sarà impossibile. Bisogna sciogliere questo nodo, invece ancora oggi ci sono signori che con la mafia intrattengono rapporti e fanno affari. Poi quando riesci ad ottenere affermazioni di responsabilità di qualcuno, e parlo di Andreotti e di Dell’Utri, non succede nulla come se i magistrati avessero scoperto l’acqua fresca, invece forse hanno scoperto un’acqua torbida sulla quale bisognerebbe riflettere anzicché che far finta di niente.

Dopo la morte del figlio, Felicia Impastato si è dovuta battere soprattutto perché non fosse cancellata o infangata la memoria di suo figlio che denunciava il boss Badalamenti. Lei si è occupato direttamente del caso. Cosa è emerso?

Il processo per l’omicidio di Peppino Impastato fu aperto più volte senza risultati. Durante la mia direzione della procura di Palermo ('93-'97) riaprimmo il caso. Io stesso andai due volte in Usa per interrogare Badalamenti e mi colpì soprattutto come a fronte di una faccia e di un profilo assolutamente impenetrabili, da mafioso classico, fosse rimasto scosso quando, facendo il mio mestiere, gli chiesi se era vero che dalla sua radio Peppino Impastato osava rivolgersi a don Tano Badalamenti dileggiandolo come "Tano seduto". Pazienti, minuziosi riscontri delle dichiarazioni dei pentiti portano alla condanna all’ergastolo. Nel frattempo la commissione parlamentare d’inchiesta elabora un documento davvero prezioso relativo agli incredibili depistaggi che dopo l’omicidio furono purtroppo registrati. Basti dire che si cercò di far passare Peppino impastato come un terrorista che era  morto mentre cercava di fare un attentato alla linea ferroviaria.

Gian Carlo Caselli con i ragazzi di Libera. Molti di loro sono impegnati nel riutilizzo dei beni confiscati alla mafia.
Gian Carlo Caselli con i ragazzi di Libera. Molti di loro sono impegnati nel riutilizzo dei beni confiscati alla mafia.

Cosa dovrebbe fare il nuovo Governo per rafforzare la lotta alla mafia?

Ci vuole un forte potenziamento del contrasto soprattutto per quanto concerne l’economia mafiosa che oggi è il centro, il cuore, del potere mafioso. Per fare un piccolo elenco: bisognerebbe approvare la norma sull’antiriciclaggio che oggi non è previsto, modificare l’articolo 416 ter del codice penale relativo al voto di scambio (oggi fa ridere perché bisogna che ci sia il versamento di soldi, mentre lo scambio elettorale avviene con promesse, servizi),  approvare una nuova legge contro la corruzione, reinserire il falso in bilancio – spesso attività prodromica all’attività mafiosa – che sostanzialmente in Italia non è più punito. E poi occorrerebbe  rendere il processo più snello così si avrebbero le ricadute positive su tutte le forme di contrasto all’illegalità, mafia compresa. È ora di fare alcune cose, come per esempio, l’abolizione del grado di appello, come in tutti i Paesi occidentali di rito accusatorio. Dovrebbe restare solo un primo grado e la Cassazione. Se facessimo così anche da noi recupereremmo un mare di uomini e risorse da concentrare nel primo grado in modo da snellire i processi in questa fase e poi, non essendoci più l’appello, snellire l’iter complessivo della procedura.

Bisogna insistere sulla strada del sequestro e del riutilizzo dei beni? Come?

Abbiamo cominciato a Palermo, durante la mia direzione di quella procura e siamo riusciti, in quegli anni, a sequestrare ai mafiosi beni per un valore complessivo di diecimila miliardi di vecchie lire, una piccola finanziaria. Poi in Sicilia, ma anche in Calabria, in Campania, in Puglia e oggi anche nel Centro e nel Nord del nostro Paese, lungo questa strada si sono fatti dei passi significativi. Oggi il patrimonio sequestrato ai mafiosi è di una imponenza incredibile. Ed è vero che i mafiosi, più che il carcere, temono che qualcuno li tocchi nel portafoglio. Quanto al realizzo sociale, è importante, perché è la dimostrazione che la legalità paga. Più legalità significa meno mafia. I beni sequestrati significano lavoro che prima non c’era, iniziative imprenditoriali che prima non c’erano, c’è un riscatto di dignità, la riappropriazione del futuro da parte di questi giovani che diventano cittadini e non sono più sudditi della mafia. La procedura è ancora un po’ barocca. Uno dei punti più critici è quello delle ipoteche delle banche sui beni confiscati. Queste ipoteche, finché ci sono, vanificano l’attività meritoria di realizzo sociale. È troppo chiedere che anche le  banche si impegnino sulle strade dell’antimafia?
Annachiara Valle

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