Perché il 9 maggio è il giorno giusto per ricordare

09/05/2013

È successo di tutto il 9 maggio. L’assassinio di Aldo Moro, quello di Peppino Impastato, il grido di Giovanni Paolo II contro la mafia, nella Valle dei templi. Quindici anni di distanza tra quel giorno del 1978 che aveva lasciato, a Cinisi, un giovane dilaniato dalla dinamite e, a Roma, la nazione orfana di un suo padre costituente e l'urlo del Pontefice. “Una volta, un giorno verrà il giudizio di Dio”, aveva tuonato contro i boss papa Woytyla, invitandoli a convertirsi. E ai giovani aveva detto “Alzatevi e prendete in mano il vostro e il nostro avvenire”.

Un coraggio che aveva avuto Peppino Impastato, rompendo con il padre mafioso, aiutando i contadini nelle lotte contro gli espropri delle terre, denunciando, dalle onde della sua radio, i soprusi e le illegalità. Anche quelle dei boss più potenti, di quel Tano Badalamenti che abitava a cento passi da lui. Un coraggio che hanno avuto molte delle vittime del terrorismo e delle stragi: forze dell’ordine, gente comune, magistrati, politici, professori universitari, sindacalisti che compivano ogni giorno il proprio dovere. A loro il Parlamento ha dedicato, il 9 maggio, una “Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice”. Un modo per ridare alle vittime parola e visibilità. E per allargare i confini dei ricordi personali trasformandoli in memoria collettiva. Sapendo che l’insieme delle tanti voci, comprese quelle dei colpevoli, può restituirci il quadro di ciò che è stato nella nostra Repubblica e può aiutarci a costruire senza ricadere negli stessi errori. Il lavoro che alcuni tra i parenti delle vittime stanno facendo - prima fra tutte Manlio Milani al quale Giorgio Napolitano conferirà il titolo di Grande ufficiale proprio per il suo impegno in tal senso -, per ricostruire pezzi della nostra storia, per mettere in rete gli archivi, per educare le giovani generazioni  è fondamentale per un Paese che vuole guardare in avanti. È anche un peso che non può essere lasciato solo sulle loro spalle.

Anno dopo anno, la Giornata – che quest’anno si svolgerà al Senato e non al Quirinale – ha aiutato, ricordando persone e fatti concreti, a porre l’attenzione sul lavoro della magistratura e sui depistaggi dei servizi deviati, sul ruolo dell’informazione e sull’importanza della riconciliazione, sul senso delle istituzioni. Quest’anno, a ricordare il sacrificio degli uomini della scorta di Moro, uccisi 35 anni fa, è stato chiamato Giovanni Ricci, figlio di Domenico, che il 16 marzo guidava la macchina con a bordo il presidente democristiano. Giampaolo Mattei, che ha già dichiarato nei giorni scorsi “che i miei fratelli non siamo usati per creare altri scontri”, ricorderà la morte di Virgilio e Stefano arsi vivi 40 anni fa nel rogo di Primavalle. Infine, la strage, 20 anni fa di via dei Georgofili, che costò la vita a 5 persone e ne ferì altre 48.

Riparte da questi anniversari la ricerca di una strada per fare i conti con ciò che, nelle istituzioni, nella società civile, nella cultura, nella politica ha funzionato e con ciò che invece ancora ostacola il nostro progresso civile. Ci sono ancore acque torbide, spiega il procuratore Gian Carlo Caselli. È ora di dare tutti una mano perché torni chiara e pulita a vantaggio di tutti.

Annachiara Valle

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