Fine vita, polemiche insensate

Il no del cardinale Martini all'accanimento terapeutico è stato strumentalizzato da alcuni, ma con prontezza la Chiesa ha chiarito la "bontà" e la coerenza della sua scelta.

02/09/2012
L'omaggio dei fedeli al cardinale Martini (foto ANSA).
L'omaggio dei fedeli al cardinale Martini (foto ANSA).

Purtroppo è accaduto quello che si sperava non accadesse. Da alcune parti si è voluto strumentalizzare il rifiuto del cardinale Martini a essere sottoposto nelle ultime ore all'accanimento terapeutico. Facendo in mala fede una terribile confusione, in modo che, non capendo, l'opinione pubblica cadesse nel tranello. Si è ad esempio illegittimamente paragonato il caso del cardinale ad altre situazioni, come quella di Welby e della Englaro. "Un paragone del tutto arbitrario e per nulla fondato, né medicalmente né moralmente", il commento secco di monsignor Roberto Colombo, docente di Medicina al Gemelli di Roma a Radio Vaticana. Si è arrivati addirittura a mettere nello stesso calderone un no a cure che nessun effetto possono più sortire e l'eutanasia...

Un rispetto minimo, che tutti dovremmo al cardinale,
avrebbe consigliato meno parole in libertà e più silenzio. Per fortuna, a placare subito una polemica infondata, sono intervenute voci autorevoli. Quella di Martini è "una posizione assolutamente coerente con il normale insegnamento della Chiesa", ha detto padre Lombardi, portavoce della Santa Sede. "Sia il nostro atteggiamento prevalente il raccoglimento di fronte al mistero della morte".

Sul Corriere della Sera, il cardinale Elio Sgreccia, famoso teologo e fra i maggiori esperti di bioetica a livello internazionale, ha chiarito bene i termini della questione. Se qualcuno vuole inventare polemiche, ha detto il cardinale, faccia pure. Quel che è certo è che "la scelta di Carlo Maria Martini e la sua morte sono avvenute secondo i precetti e i canoni dell'etica cattolica". E ancora: "L'accanimento terapeutico è rifiutato dalla Chiesa e da tutti i cattolici".

A questo autorevole intervento si sono aggiunte le parole di padre Silvano Fausti,
gesuita e biblista, discepolo e poi amico e confessore dell'arcivescovo emerito di Milano, al quale è stato vicino durante l'agonia tenendogli la mano. In collegamento da Milano con la trasmissione A Sua Immagine di Rai Uno, ha ricordato l'opinione di Martini sull'accanimento terapeutico: "E' dottrina della Chiesa che l'accanimento terapeutico sia sbagliato" e per il cardinale Carlo Maria Martini "questo era chiarissimo: quando è l'ora è l'ora, andiamo in pace".

La speranza è che, almeno ora, prevalgano il silenzio e la preghiera.

Paolo Perazzolo
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Postato da Franco Salis il 04/09/2012 17:43

Non sono polemiche “insensate”, sono commenti fuori tempo. In tempo di lutto deve dominare il silenzio, per rispetto del defunto. Forse una pausa di silenzio favorisce una più profonda riflessione. Di tutte le considerazioni che ho letto, quella che mi ha stupito (eufemismo)di più è stata quella di mons Sgreggia . Intervistato sul confronto sul caso Welby, egli così risponde sul Corriere della sera it del 2.9.12 «La situazione di Welby era affatto diversa. C'erano terapie che avrebbe potuto rifiutare all'inizio, quando ad esempio venne fatta la tracheotomia. Uno può dire: vado avanti seguendo la natura, non voglio un procedimento straordinario, essere attaccato a una macchina. Ma una volta che è accaduto e chiedi al medico di staccarti, allora la cosa cambia, gli chiedi di interrompere la vita, chiedi a un altro di farti morire». Debbo dedurre che secondo Sgreggia ,che conosco solo per aver letto i suoi contributi su “Civiltà Cattolica”, sei io desideroso di accostarmi di più alle sofferenze di Cristo , accetto una terapia che so che mi provoca sofferenza,non posso più tornare indietro, anche quando la sofferenza e la patologia aumentano la mia fragilità umanità, ma sono condannato a prolungare a tempo indeterminato quella scelta iniziale “sbagliata”. No, Sgreggia, l’uomo ha diritto di sbagliare e non per questo deve essere crocifisso. Welby ha voluto fare un percorso con Cristo e poi è stato sopraffatto: Welby e Martini ora stanno insieme, di fronte alla Luce di Dio. Di questo non ho “speranza, ma certezza” ,quello che non so è quando godranno di questa Luce. Ora chiedo quale differenza vi sia tra i miei commenti (d’accordo aggressivi, già riconosciuto) e le risposte che dà Martini alla domanda : “ Che strumenti consiglia alla stanchezza della Chiesa”? Quante volte ho detto che il Catechismo della Chiesa Cattolica e peggio il Codice canonico sono frutto anche dello “zampino” del maligno? Quante volte ho detto che nel caso di divorzio e nuova unione, sarebbe stato il caso di verificare se il precedente matrimonio fosse mai esistito? Quante volte ho messo in dubbio il primato petrino che è causa storica di tutti i delitti della Chiesa? Quante volte ho detto che l’identificazione del Papa e della sua corte alla “roccia di Cristo ” è una bestemmia? Quante volte ho detto che gli oratori non solo perdevano la loro qualità di interesse pubblico, ma sono luoghi di discriminazione che educavano i giovani alla discriminazione e come tali causa dei mali della cristianità e dell’umanità? A nos ‘idere sanos (=arrivederci sani).

Postato da aldo abenavoli il 04/09/2012 09:44

L’articolo di FC, unitamente a quello pubblicato sull’Avvenire di ieri, hanno il pregio di fare chiarezza in quanto partendo dalla esperienza concreta della morte del cardinale Martini, paragonata “ impropriamente” con quella di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro ci danno una chiara idea della posizione della religione cattolica su tema del fine vita. E così veniamo ad apprendere che il cardinale Martini ha rifiutato il sondino che gli avrebbe consentito la alimentazione artificiale, in quanto si sapeva che non sarebbe sopravvissuto se non per un breve periodo, al contrario degli sfortunati personaggi che sarebbero potuti vivere anche a lungo, l’uno in una situazione di sofferenza insopportabile e l’altra in uno stato vegetativo equivalente alla morte. Ora che è stata fatta chiarezza credo sia necessario mettere fine una volta per sempre alla diatriba che oramai ci accompagna da tempo immemorabile e prendere atto che 1) le religioni vanno accettate integralmente se piacciono o altrettanto integralmente rifiutate se risultano sgradite. Dunque non compete a nessuno ( credente e non) di intromettersi nelle vicende della religione per cercare di plasmarla o modificarla secondo i propri desideri. 2) contestualmente la smettano le religioni di intromettersi nella dimensione temporale allo scopo di condizionare attraverso pressioni indebite la definizione delle leggi dello Stato, che segue altre regole ed è vincolato unicamente dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo. unlaicoallaricercadellaverita.myblog.it

Postato da branda il 03/09/2012 15:15

Ma non sono polemiche insensate! E’ morto ieri il cardinale Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano, e molti, in queste ore, stanno giustamente mettendo in luce la sua statura di uomo che non si è mai sottratto al confronto. La sua morte può dunque essere lo spunto per riflettere su alcuni temi, dal rispetto per chi prende strade diverse alle scelte di fine vita. Ma anche del futuro stesso della Chiesa cattolica. Martini non era un dissidente: non si è mai contrapposto frontalmente alle gerarchie ecclesiastiche, di cui peraltro faceva autorevolmente parte. A maggior ragione non era nemmeno un eretico: non si è mai discostato dalla dottrina cristiana, arrivando a difendere la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche perché “bisogna anche tenere conto delle tradizioni e della sensibilità della gente” quando noi cattolici sappiamo benissimo che è un atto di superba nei confronti dei non credenti (o almeno dovremmo rendercene presto conto). Era però un uomo che su tanti temi, scientifici e bioetici, ha sempre cercato di comprendere la posizione altrui, anziché condannarla. Un atteggiamento “conciliare”: proprio perché “figlio” di un evento che non ha certo rivoluzionato né la Chiesa né la sua dottrina, ma il cui cambiamento più significativo, a nostro avviso, è stato quello di concepire la Chiesa non più come un inattaccabile e inaccessibile punto di riferimento dell’universo, ma come parte minoritaria di un mondo in dialogo con tutte le altre. Da questo punto di vista, la morte di Martini rappresenta anche la fine di un’epoca: la morte dell’ultimo cardinale che continuava lo stile di Giovanni XXIII. La candidatura dello stesso Martini era del resto uscita imprevedibilmente sonoramente sconfitta già alla prima votazione dell’ultimo conclave. Con Wojtyla e con Ratzinger il cattolicesimo è tornato indietro, riprendendo ad atteggiarsi come depositario della verità assoluta – e pertanto indiscutibile. Con la non piccola differenza che, in epoca pre-conciliare, questa condotta era figlia di un’antica tradizione di potere imposto. Oggi la Chiesa non ha più molti margini di manovra per intimare perentoriamente agli Stati e ai cittadini di accogliere nelle loro legislazioni e nelle loro coscienze la sua dottrina. Rischia seriamente di diventare meramente autoreferenziale, e quindi settaria. In quanto increduli abbiamo potuto sperimentare da vicino questo progressivo scivolamento. Il Concilio, attraverso la tanto celebrata costituzione pastorale Gaudium et spes, aveva continuato a esprimersi in termini duri nei confronti dell’ateismo, “annoverato fra le realtà più gravi del nostro tempo”: “se manca la base religiosa e la speranza della vita eterna, la dignità umana viene lesa in maniera assai grave [...] tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione”. Anche Benedetto XVI si esprime in questo modo. Ma quel testo, nonostante si fosse in un’epoca in cui il fenomeno dell’ateismo era, purtroppo, soprattutto “ateismo di stato”, fece seguire a queste parole l’affermazione che “la Chiesa tuttavia riconosce sinceramente che tutti gli uomini, credenti e non credenti, devono contribuire alla giusta costruzione di questo mondo, entro il quale si trovano a vivere insieme”. E’ una constatazione che possiamo anche far nostra, a parte l’imperioso “tutti devono”, e discutendo magari all’infinito sui contenuti dell’aggettivo “giusta”. E’ invece un’impostazione che si fa assai fatica a ritrovare nelle dichiarazioni degli ultimi due pontefici e delle gerarchie ecclesiastiche contemporanee. A differenza di Martini, un uomo stimato soprattutto perché rispettava gli altri e si poneva in ascolto. I suoi periodici incontri milanesi con i non credenti sono stati aboliti dai suoi successori ed erano impostati a un confronto paritetico, ben diverso dai presunti “dialoghi” con interlocutori di comodo re-inventati recentemente dal Vaticano. Una vita da rispettare, dunque, quella di Martini. Da rispettare fino all’ultimo. Ha suscitato polemiche, sul web, la sua decisione di rifiutare l’accanimento terapeutico. La sua scelta è stata spesso confrontata con quella negata a Piergiorgio Welby. In realtà la questione è “teologicamente” più sottile: la Chiesa stessa ritiene lecita, e già a partire da Pio XII, la rinuncia all’accanimento terapeutico, in presenza di “procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi” (Catechismo, n. 2278). E tuttavia la stessa Chiesa, e per la precisione la Congregazione per la dottrina della fede, ritiene che “la somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali” è “obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente”. E’ la stessa impostazione che ha cercato di introdurre nella legge italiana attraverso il famigerato Ddl Calabrò, che nell’ultima versione redatta dalla Camera recitava: “alimentazione ed idratazione [...] devono essere mantenute fino al termine della vita, ad eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento”. Ebbene, se è vero quanto scrive Repubblica, raccogliendo le dichiarazioni del suo neurologo di fiducia, il cardinale Martini “è stato sottoposto a terapia parenterale idratante. Ma non ha voluto alcun altro ausilio: né la peg, il tubicino per l’alimentazione artificiale che viene inserito nell’addome, né il sondino naso-gastrico”. Forse per la prima volta nella vita, sarebbe dunque andato contro la dottrina cattolica ufficiale. Ebbene, se è vero quanto scrive Repubblica, raccogliendo le dichiarazioni del suo neurologo di fiducia, è dunque lecito per noi auspicare che, come Martini (e fors’anche come Giovanni Paolo II), tutti i cittadini possano liberamente decidere di rifiutare cure e decidere sulla propria vita. Non è più ammissibile che la Chiesa conservi il potere di stabilire chi ne ha diritto e chi no. E che si pensino sterili polemiche altresì proficue.

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