08/07/2011
Mariapia Veladiano insegna Lettere a Vicenza. Teologa, collabora con "Il Regno".
Rebecca nasce brutta, così brutta che «sono
un’offesa alla specie e soprattutto al mio
genere». La madre «si è messa a lutto
quando sono nata», il padre si nasconde; altri,
guardandola con gli occhi del cuore, scoprono
la sua bellezza e il suo talento. È la storia che
racconta, con scrittura raffinata, Mariapia
Veladiano in La vita accanto (Einaudi).
– Come nasce l’idea di un romanzo
che indaga il tema della bruttezza?
«Ha funzionato qualcosa di sotterraneo, che
mi ha fatto intercettare, attraverso la mia
vita di scuola, il sentimento di inadeguatezza
di tante ragazze. Un’inadeguatezza legata
non per forza all’aspetto esteriore, ma al
sentirsi esclusi. La bruttezza rappresenta
in senso ampio il non sentirsi accettati:
quella fisica è solo la chiave letteraria
della vicenda, perché, fra tutte le esclusioni,
è quella che conta di meno, dato che non
inficia l’intelligenza o la capacità di amare».
– Sono le persone attorno a Rebecca
a farla sentire brutta ed emarginata...
«Non esiste l’assolutamente brutto, noi ci
specchiamo negli altri. Nel romanzo c’è un
mondo di adulti – a partire dai genitori –
che è incapace
di apprezzare
il valore della vita».
– Figure che
“vedono dentro”,
per fortuna,
non mancano...
«L’amica Lucilla,
che non è schiava
degli schemi
e dell’ipocrisia
dell’ambiente,
o la maestra, che
svolge quel lavoro di
integrazione che
spetta alla scuola».
Paolo Perazzolo, Paolo Pegoraro, Roberto Carnero