I Dieci Comandamenti in giro per le piazze

A settembre, poco prima dell’apertura dell’anno della fede, partirà il progetto “Dieci piazze per Dieci Comandamenti”.

Un nuovo modo di essere

01/10/2012

Il Decalogo è il modus essendi della Trinità: Dio è amore! Il titolo generale che farà da sfondo al Progetto e al racconto di ogni singolo Comandamento, infatti, è: “Quando l’Amore dà senso alla tua vita...”. Accogliere le Dieci Parole significa partecipare alla vita intima di Dio; riscoprire che Dio è amore, non per quello che comanda o fa, ma per quello che è, per la Sua presenza compassionevole nella storia. Il progetto “Dieci Piazze per Dieci Comandamenti” ha in sé il valore di una sfida dinanzi ad alcune evidenze che vorremmo provare a superare. Sentiamo come un dovere non ignorarle e provare a vincerle. Dobbiamo vincere un falso laicismo, che vorrebbe si “desse a Cesare quel che è di Dio” e a Dio indifferenza e disprezzo. Dobbiamo vincere un falso naturalismo, che vorrebbe l’uomo rassegnato dinanzi all’ineluttabile male che attanaglia la storia. Dobbiamo vincere un falso moralismo, che sta riducendo il cristianesimo a una precettistica sterile di regole, che non convincono più nessuno della loro bontà e della loro potenza. Dobbiamo vincere un falso ritualismo, che vorrebbe nella ripetizione stanca di formule liturgiche l’espressione della nostra fede. Dobbiamo vincere un falso messianismo, che riduce il cristianesimo a una fede che si fa pensiero, cultura, giudizio sulla realtà senza alcun impegno per cambiarla. Proviamo, infine, a “spigolare” inoltrandoci nei meandri dei Dieci Comandamenti.

1 - Io sono il Signore Tuo Dio. La crisi dell’uomo moderno è crisi di Dio, eclissi di Dio, ignoranza di Dio, avversione a Dio. La speranza degli uomini è delusa perché riposta fuori di Dio. L’uomo sottopone la propria vita, il proprio futuro, tutto ciò che di buono possiede ad altri “signori”. Lungo sarebbe l’elenco di tutte le “false signorie” proposte dallo spirito del mondo opposto allo Spirito di Dio.

2 - Non avrai altro Dio all’infuori di me. Gli idoli sembrano godere di ottima salute, Dio sembrerebbe invece suscitare minor fascino nell’uomo moderno. Eppure si tratta di “idoli muti”, che non possono salvare il cuore dell’uomo nel suo più recondito bisogno d’amare e di essere amato. Quanti scimmiottamenti, quante contraffazioni del vero volto di Dio! Si guerreggia nel nome di Dio, ma Dio è uno. Se è “uno” non si può essere in conflitto, in perenne conflitto tra generazioni e popoli.

3 - Non nominare il nome di Dio invano. In quanti modi si insulta Dio, si bestemmia il suo nome, si altera la sua vera essenza. È poi facile usare il nome di Dio, piegandolo ai propri bisogni. Quanti falsi profeti abusano degli altri, specie dei “deboli” in nome di Dio. Quanti credenti poi si “autoassolvono” dando a Dio il nome “misericordia” e dimenticando che il suo nome è anche “verità” e “giustizia”.

4 - Ricordati di santificare le feste. La festa, e dunque il riposo dal lavoro, è lo spazio offerto all’intimità con Dio. È tempo riservato alla riscoperta di sé in rapporti di vera fraternità con gli altri. Assistiamo allo snaturamento di questa verità: la festa non alimenta nell’uomo il bisogno di Dio, piuttosto la dimenticanza, sempre più sinonimo di consumismo, piacere, acquisizione e godimento dei beni materiali.

5 - Onora il padre e la madre. I figli nascono da un padre e da una madre, non da donatori di sperma o da uteri prestati all’insegna di una nuova etica sociale. Quanti figli orfani di paternità negate o rifiutate anche dalle stesse legislazioni umane! Come potranno dei figli onorare i loro padri e loro madri se questi rimangono “anonimi”? Chi onora il padre e la madre rispetta la propria storia, le memorie familiari che danno identità sociale.

6 - Non uccidere. Si può uccidere in tanti modi, non solo con le armi: uccidono anche la lingua, l’ignoranza, il silenzio. Non uccidere è anche difendere la vita. Sempre, non solo quando si può o conviene. La vita: nel suo iniziare, nel suo svolgersi, nel suo finire. La vita non va mai mortificata. Nel tempo della crisi non si possono favorire nuovi assassini: i suicidi sono spesso figli di una povertà provocata o di un benessere sfrenato che poi d’improvviso scompare.

7 - Non commettere atti impuri. Si commettono atti impuri anche solo per emulazione, per una cultura ossessiva che fa della liberalizzazione del sesso uno dei più grandi business commerciali, proprio a partire dallo svilimento della dignità dell’uomo e della donna. Non è il rendere la prostituzione più “decente” che la rende meno sfruttamento del corpo, altrimenti prima o poi anche la pedofilia sarà socialmente compatibile con i bisogni della modernità. È impuro non conservare l’unità tra corpo e spirito, violentare lo spirito in nome del benessere corporale.

8 - Non rubare. Il furto è un’intenzione cattiva che è dentro di noi. Non è poi solo il “non rubare all’uomo”, ma anche il “non rubare l’uomo”, cioè privarlo del suo tempo, della sua dignità del suo futuro di giustizia e pace. Occorre educare a essere generosi di cuore, sperimentando l’economia del dono, della gratuità. La radice del “non rubare” è anche il possedere: si ruba perché non si è mai soddisfatti di quello che si ha, pervasi dalla bramosia dell’avere e dell’accumulare.

9 - Non dire falsa testimonianza. Anche la falsa testimonianza è dentro di noi come menzogna, bugia o ammorbidimento della verità. Un atteggiamento che si fa cultura, che si stabilizza nell’uomo come simulazione, finzione, verosimiglianza della realtà sostituita dalla fiction. Stare dalla parte della verità, difenderla, è atto di giustizia e d’amore verso sé stessi e gli altri. J Non desiderare la donna d’altri. “La donna d’altri”. Sembra un Comandamento al maschile. Ma è, oggi, anche “l’uomo d’altre”. La donna, l’uomo, non sono una cosa che si desidera, che appartiene a qualcuno come una “cosa”. Quanti delitti passionali, quanta violenza domestica, quanta discriminazione del genere femminile rispondono a questa logica disumanizzante.

10 - Non desiderare la roba d’altri. L’invidia sta alla base di questo e del precedente Comandamento. È il più “socievole dei vizi”. La modernità ha esaltato la cultura dell’invidia. Nelle società civili avanzate, in Occidente, il presupposto della democrazia è l’uguaglianza: “Io devo avere gli stessi diritti degli altri”. Ma questo non significa soffrire “il complesso dell’essere identici”, cioè di possedere le stesse cose degli altri, divenendone schiavo, oppure impoverendosi, indebitandosi, ammalandosi per quelle che si invidiano e non si possono possedere. La “nuova evangelizzazione” ha bisogno di gesti e luoghi; di nuovi “aeropaghi”, secondo la definizione del Beato Giovanni Paolo II, il quale invocava anche “nuovo ardore, nuovi metodi, nuove espressioni”. La speranza è che il progetto “Dieci Piazze per Dieci comandamenti” vada in questa direzione.

Salvatore Martinez
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