Dossier - Il mondiale curioso

La coppa, i cavalier, l'armi e gli affari: viaggio nell'attesa che precede l'avventura dell'Italia in Sudafrica. Con un'intervista alla voce storica Bruno Pizzul (e molto altro).

C'era una volta il telecronista imparziale

27/05/2010

Per trent’anni abbondanti è stato la voce del calcio, per 16 la voce ufficiale dell’Italia in maglia azzurra, calzoncini e palla alla conquista del mondo. Quello del 2010 sarà per Bruno Pizzul il secondo Mondiale alla maniera di tutti. Da spettatore, quasi normale ammesso che si possa ancora esserlo dopo tanti anni, passati a guardare e raccontare partite per mestiere. 

    – Com’è stato il suo primo, Germania 2006?
«Il primo in cui sono riuscito a godermi il Campionato del mondo nella sua interezza, come fenomeno complessivo, dopo una vita passata a vedere solo le partite di cui dovevo fare la telecronaca. Bisognerebbe ricordarsi in telecronaca che spesso chi guarda ha la sensazione, a volte fondata, di sapere più di chi parla. Spesso chi sta in poltrona ha visto tutte le altre partite, mentre tu vedi più approfonditamente solo un aspetto». 

    – A giudicare dagli inviti però si direbbe che non le riesca tanto di fare solo lo spettatore... 
    «In effetti…Il fatto che mi chiamino in qualche studio televisivo, di tanto in tanto, è motivo di grande soddisfazione per mia moglie che così si libera per un po’ del Mondiale, un evento sportivo che le interessa molto marginalmente». 

    – Non sarà che le mancano, per caso, le trasferte?
«Non direi, ho fatto quella vita al seguito del calcio per molto tempo. Semmai mi resta un po’ di rimpianto per i ritmi serrati che mi impedivano di vedere quanto avrei voluto del pezzo di mondo in cui mi trovavo. Soprattutto negli anni Settanta, prima che intervenisse la globalizzazione, l’estero, soprattutto l’est europeo, era davvero intrigante: vedevi davvero un altro mondo, persone davvero diverse. Gli alberghi non erano abituati come ora a proporre menu internazionali, globalizzati anche loro. A volte dovevi superare la diffidenza istintiva verso abitudini e gusti alimentari terribilmente diversi dai tuoi. Molto ha contato la passione per il calcio: senza passione sarebbe stata una fatica e una noia». 
    
    -La sua voce era associata a telecronache appassionate ma molto misurate, sarebbe ancora possibile far telecronaca con lo “stile Pizzul”?
«Oggi si cerca la telecronaca su misura per lo spettatore tifoso, si parteggia in modo a volte esasperato, soprattutto nelle Tv a pagamento, dove l’utente può addirittura scegliere un’opzione di parte. Alla rai dei miei tempi era ammesso un po’ di trasporto emotivo evidente solo per la nazionale, ma mai una telecronaca evidentemente partigiana. Anzi l’imparzialità a quei tempi era considerata un valore, un segno di professionalità e anche chi aveva simpatia per una squadra o una chiara passione per certi colori, faceva del suo meglio per non lasciarla in alcun modo trasparire». 
    
    – Ha dieci nipoti, trasmette la passione?
«Non è che siano granché interessati al calcio e poi da nonno sono un giudice molto severo: ho consigliato loro di darsi ad altri sport. Anche perché non li ho mai portati allo stadio, è un luogo poco rassicurante».

a cura di Elisa Chiari e Giusi Galimberti
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