15 luglio - XV domenica del Tempo ordinario

Portare la buona notizia
 
Marco (6,7-13)
 
Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

L’insegnamento di Gesù non era come quello dei rabbi del suo tempo. Di lui si dice che aveva un modo autorevole di parlare di Dio. Non esponeva una semplice dottrina, ma testimoniava di persona il «Padre suo». Dal Padre era stato mandato perché il mondo avesse vita in abbondanza: naturale che Gesù indicasse una via superiore alla grande legge di Mosè. Dunque, non era un maestro di dottrina, ma una fonte di vita presso cui trovare l’imbocco e l’impulso di una “via” che conduce ben oltre sé stessi e supera tutti quanti i ragionamenti umani. Per questa ragione, gli apostoli vengono mandati a due a due, non ciascuno per conto proprio o per un proprio interesse; vengono mandati purificati e spogliati del superfluo, ma ripieni della Parola stessa di Gesù e del suo medesimo potere contro il male. Oggetto della predicazione degli apostoli era il fatto nuovo della presenza di Dio tra noi nella persona stessa del Maestro. Così accade anche oggi nell’opera della Chiesa che annuncia e testimonia il Regno di Dio. C’è un’immensa responsabilità depositata da Gesù nella missione dei Dodici. Essi sono portatori di una Novità che ha l’efficacia del seme quando cade sulla terra buona. È bene allora che noi, una volta di più, ci interroghiamo riguardo al nostro “ascoltare”, al suo “portare frutto” attraverso una fiducia tutta consegnata al Signore che solo converte i nostri cuori e attrae a sé le nostre esistenze. Certo, la libertà dell’uomo rimane intatta, anzi giunge a pienezza di fronte alla potenza di Dio che converte solo chi gli si affida e lo accoglie a cuore umile e spalancato. Mac’è la possibilità anche del rifiuto di ascoltare e di convertirsi. Che cosa significa il gesto che Gesù suggerisce ai Dodici di «scuotere la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro»? Significa la consapevolezza del limite che l’apostolo porta dentro di sé: lui non sa e non può costringere nessuno alla fede, non ha accesso al misterioso segreto di ogni persona, ossia alla libertà degli altri, perché è la stessa struttura della fede a esigere la decisione personale dell’interlocutore. Solo il “sì” dell’uomo può essere risposta autentica al “sì”di Dio! Spesso ci stupiamo del fatto che tanti sforzi, tante parole, persino tanto buon esempio dato, non portino i frutti che “giustamente” speravamo. Ci capita di sentirci addirittura colpevoli di questo. E ci accusiamo di non essere stati buoni genitori, buoni insegnanti, buoni catechisti, buoni preti... Ma ecco Gesù che ci viene incontro: ci dice di non attaccarci più di tanto alle nostre opere di evangelizzazione, soprattutto di non credere che la libertà degli altri ci appartenga. No! Neppure Dio si arroga una simile pretesa. Gesù ci esorta a non giudicare e a non disperare; ci invita a lasciare che sia lui a portare il peso dell’indifferenza o dell’incredulità di molti. A noi lascia solo di rispondere a questa formidabile domanda: se veramente sai di essere un “servo inutile” cui non appartiene il frutto dell’annuncio, perché ti lamenti? Non dovresti lasciare tutto nelle mani del Padre, quando hai fatto ciò che dovevi?

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In queste pagine potete trovare il commento alla liturgia domenicale e festiva secondo il RITO ROMANO, curata dal cardinale Dionigi Tettamanzi. 

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