Essere stranieri in Italia

Abbiamo raccolto in esclusiva la testimonianza della scrittrice Claudileia Lemes Dias, brasiliana d'origine, italiana "per vocazione", esperta di diritti umani e... di diritto romano

Dalla campagna all'università sognando l'Italia

30/05/2012

«Vengo da Rio Brillante, nel centro del Brasile, e sono cresciuta in una fattoria inserita in una terra di latifondi in cui vige ancora la legge dello sfruttamento dei lavoratori, in cui i contadini sono in piena lotta per difendere il loro diritto alla terra, in cui il genocidio culturale degli indios non fa parte soltanto del passato ma appartiene al presente. Insomma, ho vissuto all'interno di un ambiente molto ingiusto in cui però si vive una povertà che io chiamo "contadina", perché è profondamente diversa da quella delle favelas: da noi c'è sempre stato da mangiare grazie alla ricchezza delle risorse agricole; nelle capanne di cartone dei grandi centri urbani, invece, si muore ancora di fame». Claudileia Lemes Dias (foto), 33 anni, da sette vive in Italia dove si è affermata nei panni di scrittrice (ha vinto il premio del III Concorso letterario nazionale Lingua madre, con la Compagnia delle lettere ha pubblicato "Storie di extracomunitaria follia" e con Fazi "Nessun requiem per mia madre"): il prossimo 7 giugno sarà tra gli ospiti del Festival culturale "Leggendo Metropolitano" (Cagliari, 6-10 giugno, per maggiori informazioni consultare il sito www.leggendometropolitano.it) per affrontare insieme ai suoi "colleghi" Daniela Finocchi, Pap Khouma e Migena Proi, il tema del tempo legato ai cambiamenti e alle radici. In esclusiva, ci ha concesso un lungo intervento per parlare di integrazione, povertà e indifferenza attraverso il racconto della sua esperienza di vita, un po' appassionatamente brasiliana e un po' orgogliosamente italiana.



«Fin da piccola ho sentito forte il bisogno di impegnarmi per la difesa dei diritti umani: lì da dove vengo è impossibile non notare le disuguaglianze. Anche per questo, soprattutto per questo, credo di aver orientato i miei studi verso Giurisprudenza: siamo tutti uguali davanti alla legge. Ovviamente questa scelta ha comportato dei sacrifici, come allontanarmi dalla mia famiglia perché in quella zona non ci sono università»: Claudileia lo racconta senza fare del vittismo, senza dare l'impressione che la sua pretenda di essere una storia "eroica", ma è vero che, come in un favola dell'Ottocento, per andare a scuola utilizzava il cavallo. Le strade erano pressoché inesistenti, e, se c'erano, erano sterrate. Stiamo parlando della metà degli anni Ottanta. «La verità è che da allora, almeno dalle mie parti, le cose non sono poi molto cambiate. A Rio Brillante non c'è il mare, non c'è turismo, non ci sono collegamenti con la civiltà: è veramente un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato. Siamo ancora molto legati ai valori essenziali della vita», e non potrebbe essere altrimenti in un luogo in cui l'elettricità è garantita per poche ore al giorno da vecchi generatori per uso domestico. Per assecondare il suo desiderio di studiare, capire, conoscere, si è spostata a Curitiba (foto dell'università di Paranà), quella che viene considerata la capitale ecologica del Brasile, «un modello svizzero dove tutto funziona, dove tutto è perfetto, ma dove non tornerei: lì, lo svago è andare nei grandi centri commerciali e non si respira cultura in nessun modo. È un divertimento consumistico». Il salto per è inizialmente uno shock. La vita all'improvviso ha cominciato a viaggiare a una velocità totalmente differente da quella a cui era abituata. Gli studi, però, l'hanno ripagata abbondantemente: «Fin dal primo anno, parallelamente ai diritti umani, mi è esplosa una passione forte per la storia e il sistema di codificazione dell'impero romano, la culla del diritto: per questo, l'Italia era un po' il sogno mio e di tutti quelli che amavano questa materia. Tra l'altro le leggi in Brasile sono un po' un "copia e incolla" di quelle italiane: il codice civile, quello penale, le normative sul diritto del lavoro sono praticamente identiche».

Terminata l'università è arrivato il momento di un nuovo cambiamento, ancora più radicale, ma inevitabile per dare ascolto a quel "richiamo" forte dell'Italia: così, prima ha seguito un master in mediazione familiare a Roma e successivamente uno sui diritti umani all'università La Sapienza. Infine, il dottorato di ricerca in sistema giuridico romanistico a Tor Vergata. Esattamente quello che aveva sperato. E tutti i pezzi della sua formazione hanno preso forma, compresa quella curiosità per il diritto romano un po' anomala per una giovane ragazza brasiliana: «Mi è servito tutto quello che ho studiato. E quel sistema giuridico rimane di una modernità straordinaria. Ricordo, per esempio, che ho pensato che non fossero cambiate poi molto le cose da quando, nell'antica Roma, agli schiavi altamente specializzati veniva riservato un trattamento speciale da parte del loro proprietario che versava loro ogni mese una somma di denaro per ripagarli delle loro prestazioni senza che però questa potesse essere utilizzata fino al giorno della liberazione. In pratica il proprietario da una parte ne riconosceva le competenze, dall'altra mancava totalmente di umanità: un sistema paradossale che ha delle similitudini con quello che oggi accade con gli immigrati in Italia». Anche per cose più insignificanti: «Ho fatto volontariato per tre anni al centro d'ascolto dello sportello stranieri della Caritas di Roma e mi è capitato di ascoltare storie di donne che lavorano come badanti in case italiane pur avendo compiuto studi al conservatorio che in un mondo più giusto avrebbero concesso loro altre opportunità: bene, i datori di lavoro, pur sapendo perfettamente questa vocazione, hanno sempre vietato loro di suonare il pianoforte di casa, a costo di lasciarlo inutilizzato».

Alberto Picci
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