1 gennaio 2011 e 2 gennaio 2011


1˚ gennaio 2011
Maria Santissima Madre di Dio


Luca (2,16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.


Un inizio nella pace


«Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). L’inizio di un nuovo anno è giusto il passaggio tra memoria e profezia, necessario snodo per fare un esame di coscienza e sciogliere voti propiziatori. Lo scambio di auguri che risuona di porta in porta, di voce in voce, consegna la speranza che il futuro sia favorevole e i giorni avvenire passino la consapevolezza di una protezione divina, sicurezza in ogni caso, per ogni tempo: «Ti benedica il Signore e ti custodisca, il Signore faccia risplendere per te il suo volto... conceda pace» (Nm 22,24-26).

Eppure, un augurio sebbene gradito finisce per essere semplice consuetudine se manca la costruzione faticosa e laboriosa di sentieri di giustizia, di misericordia, di rispetto dell’altro, di dignità conquistata anche a caro prezzo. Se manca la consapevolezza che Dio è nato per noi, che un Figlio ci è dato, il vocabolario delle parole compromesse dal peccato non può cedere il passo alle nuove, sigillate con lettere d’amore nella storia di ogni uomo: «Non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio» (Gal 4,7).

L’inizio del nuovo anno è memoria e profezia che raccontano a ciascuno di noi il proprio passato, fatto di luci e ombre, di perdono indispensabile da chiedere, di gratitudine necessaria da esprimere e di apertura di entusiasmo per i doni che il Signore preparerà per l’avvenire. I pastori senza indugio si recarono alla grotta dell’incanto e adorarono il mistero che dinanzi ai loro occhi svelava la bellezza di un Dio incarnato, esperienza che costringeva nel passaggio di parole a farsi evangelizzatori dell’evento.

Maria raccolse i loro sguardi e seppe consegnarli al futuro dei suoi pensieri conservandoli nel suo cuore. Quanta pace da quell’incontro, quanta responsabilità dalla esperienza fatta. L’inizio di un nuovo anno è scrigno nel cuore di ciascuno di memoria e profezia, quanta pace per il bene ricevuto e offerto, quanta responsabilità per quello non fatto e quello ancora da affrontare.

La Chiesa vuole che ogni inizio d’anno sia consacrato alla pace e certo è tempo che ognuno diventi operatore di pace in famiglia, sul lavoro, nella vita sociale, ma nessuno costruirà la pace fuori se non saprà costruirla dentro di sé. La Chiesa vuole che ogni inizio di nuovo anno sia benedetto dallos guardo di Maria, da lei impariamo la viad i una pace possibile solo rispondendo totalmente alla chiamata del Signore. Memoria e profezia, inizio del nuovo anno, per annunciare pace, per donarla, per partorirla al mondo come la Madre il primo decisivo giorno della nuova umanità.



2 gennaio 2011
II dopo Natale


Giovanni (1,1-18)

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, inp rincipio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla ès tato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. [...] Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne frai suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio [...]. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria.


Ecco il Dio che abita la terra

«Veniva nel mondo la luce vera... venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,9-11). Il tempo di Natale è un rincorrere la festa, persentire nel cuore la carezza protettrice di un Dio che tanto ama ciascuno di noi da mandarei l suo unico Figlio nella nostra carne, un Dio che «in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi» (Ef 1,4). Un rincorrere la festa con un ritmo baldanzoso, simile a quello delle celebri cantate popolari che in questi giorni in quartieri e borgate è ancora tradizione ascoltare per comunicare anche in maniera semplice che, se Dio è nato nella nostra carne, la sua sapienza è venuta ad abitare nel popolo eletto. Una gioia irrefrenabile che grida la benedizione di Dio.

Natale racconta questo fatto assurdo e inaudito di un Dio che abita la terra e questo suo incarnarsi nella storia, la muta, la trasforma, la redime, la rende nuova, non più solo storia umana ma umano-divina e per questo la santifica. Il ritmo del Natale è allora un’incalzante proposta di apertura al divino, di accoglienza gioiosa del dono del Figlio, di disponibilità entusiastica a rispondereal suo invito, ad aprirgli la porta.

Accoglierlo, spianargli la strada, è mettersi in gioco rispetto alla sua proposta e se in gioco sono la giustizia, la pace, un uomo nuovo vestito di un abito di festa, cucito con la forza del perdono, della misericordia, della compassione, allora Natale è conversione del cuore, è coinvolgimento totale. Ognuno di noi è consapevole che un Dio Padre che ama altro non chiede che la nostra disponibilità all’incontro con il Figlio e se anche da offrirgli abbiamo solo paglia sporca e una povera culla è il nostro cuore, Gesù verrà e rinnoverà la faccia della nostra terra: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

Questo ingresso, questo ritmo baldanzoso di nuova sostanza che investe l’umano, la nostra singolare storia, la rende santa e noi, malgrado noi, santi per la santità di Cristo. Aprirgli la porta, questo basta, e la luce, la sua luce, fascerà di senso il grigio dei nostri giorni che finalmente rideranno di splendore. Basterà accoglierlo liberamente, nella verità del vero che riusciremo a rilasciare e il gesto spontaneo di renderlo nostro nella nostra vita sorprenderà coloro che gli hanno fatto barriera: «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv1,12).

Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio, ripete Ireneo. Il tempo di Natale procede a ritmo baldanzoso di un canto popolare, canto di gioia per una santità ricevuta in dono, inaudito annuncio per chi cerca frontiere di senso.

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In queste pagine potete trovare il commento alla liturgia domenicale e festiva secondo il RITO ROMANO, curata dal cardinale Dionigi Tettamanzi. 

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