1 gennaio 2011 e 2 gennaio 2011


1˚ gennaio 2011
Maria Santissima Madre di Dio


Luca (2,16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.


Un inizio nella pace


«Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). L’inizio di un nuovo anno è giusto il passaggio tra memoria e profezia, necessario snodo per fare un esame di coscienza e sciogliere voti propiziatori. Lo scambio di auguri che risuona di porta in porta, di voce in voce, consegna la speranza che il futuro sia favorevole e i giorni avvenire passino la consapevolezza di una protezione divina, sicurezza in ogni caso, per ogni tempo: «Ti benedica il Signore e ti custodisca, il Signore faccia risplendere per te il suo volto... conceda pace» (Nm 22,24-26).

Eppure, un augurio sebbene gradito finisce per essere semplice consuetudine se manca la costruzione faticosa e laboriosa di sentieri di giustizia, di misericordia, di rispetto dell’altro, di dignità conquistata anche a caro prezzo. Se manca la consapevolezza che Dio è nato per noi, che un Figlio ci è dato, il vocabolario delle parole compromesse dal peccato non può cedere il passo alle nuove, sigillate con lettere d’amore nella storia di ogni uomo: «Non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio» (Gal 4,7).

L’inizio del nuovo anno è memoria e profezia che raccontano a ciascuno di noi il proprio passato, fatto di luci e ombre, di perdono indispensabile da chiedere, di gratitudine necessaria da esprimere e di apertura di entusiasmo per i doni che il Signore preparerà per l’avvenire. I pastori senza indugio si recarono alla grotta dell’incanto e adorarono il mistero che dinanzi ai loro occhi svelava la bellezza di un Dio incarnato, esperienza che costringeva nel passaggio di parole a farsi evangelizzatori dell’evento.

Maria raccolse i loro sguardi e seppe consegnarli al futuro dei suoi pensieri conservandoli nel suo cuore. Quanta pace da quell’incontro, quanta responsabilità dalla esperienza fatta. L’inizio di un nuovo anno è scrigno nel cuore di ciascuno di memoria e profezia, quanta pace per il bene ricevuto e offerto, quanta responsabilità per quello non fatto e quello ancora da affrontare.

La Chiesa vuole che ogni inizio d’anno sia consacrato alla pace e certo è tempo che ognuno diventi operatore di pace in famiglia, sul lavoro, nella vita sociale, ma nessuno costruirà la pace fuori se non saprà costruirla dentro di sé. La Chiesa vuole che ogni inizio di nuovo anno sia benedetto dallos guardo di Maria, da lei impariamo la viad i una pace possibile solo rispondendo totalmente alla chiamata del Signore. Memoria e profezia, inizio del nuovo anno, per annunciare pace, per donarla, per partorirla al mondo come la Madre il primo decisivo giorno della nuova umanità.



2 gennaio 2011
II dopo Natale


Giovanni (1,1-18)

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, inp rincipio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla ès tato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. [...] Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne frai suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio [...]. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria.


Ecco il Dio che abita la terra

«Veniva nel mondo la luce vera... venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,9-11). Il tempo di Natale è un rincorrere la festa, persentire nel cuore la carezza protettrice di un Dio che tanto ama ciascuno di noi da mandarei l suo unico Figlio nella nostra carne, un Dio che «in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi» (Ef 1,4). Un rincorrere la festa con un ritmo baldanzoso, simile a quello delle celebri cantate popolari che in questi giorni in quartieri e borgate è ancora tradizione ascoltare per comunicare anche in maniera semplice che, se Dio è nato nella nostra carne, la sua sapienza è venuta ad abitare nel popolo eletto. Una gioia irrefrenabile che grida la benedizione di Dio.

Natale racconta questo fatto assurdo e inaudito di un Dio che abita la terra e questo suo incarnarsi nella storia, la muta, la trasforma, la redime, la rende nuova, non più solo storia umana ma umano-divina e per questo la santifica. Il ritmo del Natale è allora un’incalzante proposta di apertura al divino, di accoglienza gioiosa del dono del Figlio, di disponibilità entusiastica a rispondereal suo invito, ad aprirgli la porta.

Accoglierlo, spianargli la strada, è mettersi in gioco rispetto alla sua proposta e se in gioco sono la giustizia, la pace, un uomo nuovo vestito di un abito di festa, cucito con la forza del perdono, della misericordia, della compassione, allora Natale è conversione del cuore, è coinvolgimento totale. Ognuno di noi è consapevole che un Dio Padre che ama altro non chiede che la nostra disponibilità all’incontro con il Figlio e se anche da offrirgli abbiamo solo paglia sporca e una povera culla è il nostro cuore, Gesù verrà e rinnoverà la faccia della nostra terra: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

Questo ingresso, questo ritmo baldanzoso di nuova sostanza che investe l’umano, la nostra singolare storia, la rende santa e noi, malgrado noi, santi per la santità di Cristo. Aprirgli la porta, questo basta, e la luce, la sua luce, fascerà di senso il grigio dei nostri giorni che finalmente rideranno di splendore. Basterà accoglierlo liberamente, nella verità del vero che riusciremo a rilasciare e il gesto spontaneo di renderlo nostro nella nostra vita sorprenderà coloro che gli hanno fatto barriera: «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv1,12).

Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio, ripete Ireneo. Il tempo di Natale procede a ritmo baldanzoso di un canto popolare, canto di gioia per una santità ricevuta in dono, inaudito annuncio per chi cerca frontiere di senso.

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25 dicembre 2010 e 26 dicembre 2010


25 dicembre
Natale del Signore


Luca (2,1-14)

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di
tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme: egli
apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria
sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.



Il bambino nato per noi


«Un bambino è nato per noi» (Is9,5). È Natale, la profezia di Isaia si è avverata, il Verbo si è fatto carne, è entrato nella nostra storia nei panni di un bambino indifeso. La nascita del Salvatore rompe da subito ogni schema di grandezza umana: «Troverete un bambino… che giace in una mangiatoia» (Lc 2,12). Dio sceglie contro ogni aspettativa di nascere povero tra i poveri, per innalzare gli umili e rimandare i ricchi a mani vuote. E non è un caso che il primo annuncio della salvezza viene fatto ai piccoli della terra, ai pastori che, lontani dal rumore del mondo, non sono contaminati dalla sapienza terrena. Come un sole che sorge dall’Alto «per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre» (Lc 1,79), Gesù nasce per aprire le porte alla speranza «e dirigere i nostri passi sulla via della
pace» (Lc 1,79).

Una pace diversa da quella che dà il mondo, una pace che proviene dall’Alto: «È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a  rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo» (Tt 2,11-12).

Una pace che va costruita giorno dopo giorno lasciandosi alle spalle le opere delle  tenebre: la logica del profitto a ogni costo, l’individualismo e l’indifferenza, la volgarità e la
violenza, per essere pronti a soccorrere gli ultimi della terra, chiunque nel bisogno svela
il volto di Cristo.

Chi non si chiude nel suo egoismo, come gli abitanti di Betlemme, ma è pronto ad  accogliere il Bambino nella culla del suo cuore, comprende la grandezza del dono di Dio e costruisce la pace sulla terra. Commuoversi a Natale è facile, ma la festa durerà un solo giorno se non siamo pronti a rispondere con fede al Signore Gesù. Nella scelta dei valori posti a fondamento della nostra esistenza, nella carità che copre la moltitudine dei nostri peccati vi è l’unica risposta che il Bambino appena nato attende da noi.

La sua nascita illumina di gioia tutto il creato e ognuno di noi può sentirsi illuminato dalla grazia se come i pastori saprà scoprire nel sorriso del Bambino avvolto in fasce il sorriso di Dio. Nella notte santa, in ogni famiglia il più piccino adagia il Bambinello di creta nel presepe di casa. Se anche noi ci accostassimo alla grotta con la meraviglia di un bambino, con la semplicità del cuore, come i poveri di Jahweh, liberi dalle infinite sovrastrutture dell’epoca dell’avere che ha soffocato l’essere, sentiremo il canto di gloria degli angeli in cielo e la pace di Cristo abiterà in noi. Quanti a Natale decidono con fede di cambiare vita, vedranno realizzata la profezia di Isaia: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1).


26 dicembre
Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe


Matteo (2,13-15.19-23)

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode,  perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella  terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».


Sacralità di un’istituzione


«Fuggi in Egitto... Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13). In questa domenica, dedicata alla Santa Famiglia, Matteo ripercorre i difficili inizi dell’infanzia di Gesù: la fuga in Egitto, il ritorno nel paese d’Israele, la scelta di Giuseppe di abitare a Nazaret per proteggere il bambino dal re della Giudea, Archelao, successore di Erode. Certamente l’intenzione dell’evangelista è quella di affermare che Gesù è il Messia, che subisce la stessa sorte del popolo che viene a salvare. Il rimando al profeta Osea (11,1), «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Mt 2,15), allude senza dubbio all’uscita di Israele dall’Egitto, così che nel ritorno di Gesù in Palestina per Matteo si adempie la Scrittura: Gesù è quindi il liberatore, il fondatore del nuovo popolo, il nuovo Mosè in cui si realizzano
le promesse di Dio.

Tuttavia, nel Vangelo si sottolinea soprattutto l’unità della famiglia di Nazaret, sempre in ascolto della voce di Dio, l’angelo del Signore, che guida i suoi passi verso la salvezza. Giuseppe e Maria, custodi del piccolo Gesù, ci mostrano come il riscoprire insieme i valori  della fede garantisca, anche nelle prove, la solidità di una famiglia costruita sulla roccia e non sulla sabbia.

Mai come oggi, in un’epoca in cui altri valori, altri modelli stanno distruggendo l’unità della famiglia è necessario riscoprire nell’esempio della Santa Famiglia la sacralità di una istituzione che trova in Cristo l’unico Maestro, il legame profondo di ogni famiglia che si professa cristiana. L’unità è la strada per difendere i bambini dalla strage degli innocenti.
È strano come in un tempo in cui si difendono con forza i diritti del fanciullo, i bambini spesso restano ai margini di una vita familiare convulsa, disordinata, dove non c’è tempo per loro. O peggio, in famiglie dilaniate da separazioni laceranti, diventano vittime  innocenti delle decisioni degli adulti.

E in questo vuoto, distratti dalla corsa al profitto, dal consumismo sfrenato, dalla smania di divertirsi, molti genitori, delegando ad altre agenzie l’educazione dei figli, non si accorgono che i potenti di ogni tempo tessono la loro tela. I bambini e gli adolescenti, ormai oggetto privilegiato del mercato, vengono plasmati a loro insaputa a essere piccoli ma grandi consumatori a oltranza. Spogliati dei loro sogni più sani, vengono indotti a desiderare tutto e subito per poi diventare giovani insoddisfatti, facile preda di paradisi artificiali.

Il calore di una famiglia unita, attenta agli autentici bisogni dei figli, in cui ognuno  contribuisce alla crescita dell’altro, sul modello della famiglia di Nazaret è l’unico modo per
evitare che Erode continui la sua strage.

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19 dicembre 2010 - IV Domenica di Avvento


Matteo (1,18-24)


Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tuasposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.


Il Dio con noi

«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa “Dio con noi”» (Mt 1,23). Con queste parole, l’angelo, che appare in sogno al promesso sposo di Maria, rimuove ogni lecito dubbio dal cuore di Giuseppe. Per il popolo d’Israele è giunta la pienezza dei tempi, sta per avverarsi la profezia di Isaia: il bambino, che sta per nascere, generato dallo Spirito Santo, salverà il suo popolo dai suoi peccati.

La storia del mondo sta a una svolta decisiva: sta per essere superata definitivamente la separazione tra Dio e l’uomo. Gesù, il Verbo incarnato nella discendenza di Davide, sarà il Dio con noi. Ogni distanza tra terra e cielo sarà annullata per quanti saranno pronti ad accogliere dentro di loro questo Dio bambino che vuol nascere in noi per indicarci la via che conduce alla casa del Padre.

Dalla notte di Natale, quando il suo primo vagito squarcerà le tenebre, sarà lanciato un ponte tra il tempo e l’eternità, tra l’infinito, l’assolutamente Altro, e la finitudine dell’uomo. A tutti i popoli della terra sarà offerta la salvezza: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).

Ecco cosa significa preparare la via al Signore che viene: essere uniti in Cristo, come la vite ai tralci, rimanere nel suo amore, senza più distinzioni di razza o di ceto sociale, per far crescere quel Bambino che, come ogni bambino, non può crescere senza amore. Quel Dio, che ha chiamato Maria e Giuseppe a collaborare all’incarnazione del Figlio dell’uomo nel cuore dell’umanità, ora chiama ciascuno di noi a dire il suo sì per collaborare al piano salvifico.

Certo, alla fine dei tempi, per l’immensa misericordia di Dio, la salvezza arriverà, ma ogni resistenza che impedisce al Bambino di essere il Dio con noi ritarda la primavera dell’umanità. Chi dorme sul dolore del mondo, chi non dà la sua piena adesione a Cristo che nasce per abitare in noi, chi è sordo alla parola di Dio rimane prigioniero del dubbio e perde la gioia della rinascita.

Il Natale sarà per lui una festa come tante, in famiglia o altrove, ricca di pietanze o di doni sotto l’albero, ma senza quella luce che illumina la notte. Quanti, invece, come Giuseppe, destatisi dal sonno, fanno ciò che il Signore chiede, sentiranno il Bambino nascere e crescere in loro e il Natale avrà, allora, un sapore diverso. In cammino verso la grotta della salvezza sentiranno l’angelo del Signore sussurrare alloro cuore. «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10-11).

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12 dicembre 2010 - III Domenica di Avvento


Matteo (11,2-11)


In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò cheu dite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si misea  parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere neld eserto? Una canna  sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestitoc on abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta».


Sei tu il Messia?

«Sei tu colui che deve venire o dobbiamoa spettare un altro?» (Mt11,3). La domanda che dal carcere Giovanni mandò a Gesù sembra frenare, in questa terza domenica d’Avvento, la corsa verso la gioia del Natale. Com’è possibile che perfino il Battista, che sulle rive del Giordano aveva indicato il Maestro come l’Agnello di Dio, si chieda se sia Gesù il Messia o se deve aspettarne un altro? Giovanni non era una canna sbattuta dal vento, non si piegava facilmente alle minacce, né si illudeva di fronte a false promesse.

Non era manovrato dai potenti del tempo perché non vestiva abiti di lusso, lui era un profeta, anzi, il profeta, il precursore, il messaggero, la voce del deserto che preparava la via al Messia, eppure nel buio della prigione il dubbio si insinuò nel suo cuore.

Un dubbio che in questo tempo d’attesa ci induce a riflettere, che porta anche noi a chiederci: è questo il Natale che ci porterà la gioia o, finita l’euforia della festa, dovremo aspettare qualcuno o qualcosa che ci renda felici? Se ancora siamo prigionieri dell’uomo vecchio,che si aspetta da Dio la soluzione magica ai propri problemi, allora, se anche vedessimo i ciechi riacquistare la vista e i sordi udire, nessun Natale ci porterà gioia.

Certo, di fronte al dolore, ai tanti problemi che attanagliano la vita è umano dubitare, ma se riusciamo a liberarci da tutto ciò che ingabbia la nostra anima, se riusciamo a sentire la salvezza al di là della croce, allora capiremo che il Natale è gioia perché inaugura l’inizio di un nuovo regno. Un regno che non è di questa terra, un regnoi n cui il più piccolo tra gli uomini sarà più grande di Giovanni, il più grande tra i nati di donna (cf. Mt11,11).

Un regno in cui è capovolto ogni criterio umano, in cui sientra attraverso una porta stretta, un regno che sconvolge le vie degli empi e presuppone sin d’ora una rinascita dall’alto nell’amore, nella misericordia, nella carità. Solo se ci lasciamo rigenerare dall’intervento di Dio nella nostra storia, fedeli alla sua Parola, saremo beati come colui che non trova in Cristo, nella sua umiltà, nella sua mitezza, nella sua sofferenza, nell’umiliazione della croce, motivo di scandalo.

Gesù nasce per abitare in noi, pronto a pagare a caro prezzo il nostro riscatto e se siamo pronti a rinascere con lui, allora i nostri occhi si apriranno, fuggiranno tristezza e pianto e sarà un Natale di gioia.

Se in questo tempo d’Avvento spalanchiamol e porte a Cristo, costanti nel preparargli la via, ci accorgeremo che il suo giogo è soave e leggero, e se anche durante il camminoci perdessimo in sentieri tortuosi, saranno rinfrancati i nostri cuori, perché sappiamo che la venuta del Signore è vicina.

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5 dicembre 2010 - II Domenica di Avvento


Matteo (3,1-12)


Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo:«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.


Il regno è vicino

«Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri» (Mt 3,3). La voce di Giovanni Battista che grida nel deserto della Giudea, chiamando tutti alla conversione, oggi più che mai risuona nel deserto del nostro tempo. Terra arida e senz’acqua appare questo nostro mondo preda di un individualismo esasperato, di conflitti e interessi di parte che impediscono al seme della pace, quella sociale e quella dell’anima, di germogliare.

La corsa affannosa per ricoprire i primi posti, la smania di avere tutto e subito a danno degli altri, la bramosia di futili piaceri, il vuoto etico e culturale di una generazione manipolata e indotta a giudicare secondo le apparenze, per sentito dire, stanno impedendo all’umanità di imboccare il sentiero della felicità.

Sepolcri imbiancati, come i farisei e i sadducei dell’epoca, sono molti i falsi profeti dalle vesti eleganti, dal viso imbellettato, che sbandierano il miraggio di una felicità raggiungibile solo con la logica del possesso, abbandonando a sé stessi gli ultimi della terra. «Razza di vipere!... Fate dunque frutti degni di conversione» (Mt 3,7-8), direbbe loro il Battista, «Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto» (Lc 3,11).

Vestito di peli di cammello e cibandosi di cavallette, Giovanni invitava a purificarsi da una fede professata con le labbra, ma non con il cuore. Inneggiava alla logica dell’essenziale, perché tutto ciò che è superfluo appesantisce l’anima e rallenta il cammino verso la felicità, quella vera.

La felicità di un mondo pacificato dove «il lupo dimorerà insieme con l’agnello» (Is11,6) e ogni uomo, ritrovata la sua dignità creaturale, sarà pronto a ricevere lo Spirito Santo, «spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Is 11,2). Usciamo, allora, dal deserto di questo nostro tempo e invertiamo la rotta per arrivare altrove. Lontani dal rumore del mondo, facciamo deserto nel nostro cuore per riscoprire nell’essenza della vita, nella condivisione e nella solidarietà il segreto della felicità.

«Convertitevi», gridava il Battista, «perché il regno dei cieli è vicino!» (Mt 3,2), vicino non solo nel tempo, ma nello spazio. È vicino perché è dentro di noi e da adesso, tra il già e il non ancora, nell’attesa del Signore che viene, possiamo avvertire la gioia del regno se raddriziamo i sentieri e ci lasciamo guidare alla scoperta della meta dalla luce del Vangelo, dalla logica dell’amore e della giustizia. Solo allora «un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici» (Is 11,1). Solo allora sarà un felice Natale.

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