Maria Santissima Madre di Dio - 1 gennaio 2013

Luca (2,16-21)

I pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del Bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.


Madre dell’Amore

La festa di oggi è tutta rivolta al Bambino di Betlemme, alla sua identità avvolta nel mistero annunciato dagli angeli: mistero così grande e coinvolgente da suscitare nei pastori prima il desiderio di cercare e poi il bisogno di contemplare. Per la verità, la scena trovata è molto semplice e familiare. E ciascuno, in essa, ha un prezioso messaggio da comunicare. I pastori con le loro povere parole anticipano le stesse parole con le quali la Chiesa ancora oggi proclama la straordinaria grandezza del dono del Natale al mondo.

Giuseppe è lì, padre attento alla novità che lo ha interpellato e che è realtà viva nella sua sposa, Maria. È lì, obbediente al compito inedito e singolare che lo ha voluto partecipe dell’agire onnipotente di Dio. E il Bambino? Forse dorme, ma è al centro di un’attenzione premurosa da parte di tutti. E anche noi – sì, anche noi – siamo lì, partecipi di quanto è avvenuto.

Il nostro sguardo si volge ora sulla madre, Maria. Sta forse riposando, spossata dal parto recente. E continua a interrogarsi, immersa com’è nello stupore, mentre custodisce il mistero che l’ha coinvolta e che le ha donato una vita nuova: non solo il Bambino, che ha portato in grembo e nel cuore, ma lei stessa si sente inserita e partecipe di un mondo rinnovato, da poco abitato dall’uomoDio in forza di quella grazia che ha operato meravigliosamente in lei.

Maria Madre di Dio: l’umanità semplice di una di noi ha generato il Creatore, l’Onnipotente che ama nell’umiltà e si fa carne mortale, accompagna ciascuna vicenda umana oltre la soglia di ogni fede, propone un “credo” nuovo, le cui radici sono ora a Betlemme, e prima a Nazaret, e prima ancora nelle parole dei profeti di Israele. I suoi rami si inoltrano in ogni villaggio e città della Palestina di allora e del mondo di oggi e i suoi frutti sono nel Regno di Dio, nelle mani del Padre buono che sta vincendo ogni male del mondo nel Figlio suo Gesù per fare nuove tutte le cose.

Ma mi chiedo: sa tutto questo Maria? Senza dubbio ella ha nell’animo quanto basta per intuire – rimanendo fedele alla parola udita dall’angelo a Nazaret e poi seguendo, forse da lontano, il Figlio che ha generato – la sproporzione irriducibile tra la sua umiltà e l’agire di Dio. In questa sproporzione Maria non è stata umiliata, ma esaltata, come ella stessa attesta nel Magnificat, il canto con cui “fa santo” il nome di Dio in lei e in tutta la storia del popolo cui appartiene.

Ora Maria è Madre. E noi la invochiamo con nomi diversi che dicono la sua maternità; la invochiamo per tutti quei doni di grazia che da lei ricadono su ciascuno di noi, su tutta la Chiesa e sull’umanità intera. È la Madre della Speranza, le cui origini sono in Dio; è la Madre dell’Amore, di quell’Amore che definisce l’identità stessa di Dio; è la Madre nella Fede, perché ci accompagna alla porta del “credo” che testimonia la nostra ricerca del Dio fedele; è la Madre di tutte le madri e la Regina della famiglia che ci dona di custodire il dono della vita... È la Mater Dei, la Madre di Dio: questo è il nome che riassume tutta la sua grandezza e santità, tutta la sua tenerezza d’amore verso Gesù e verso ciascuno di noi. 

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Santa Famiglia - 30 dicembre 2012

Luca (2,41-52)
 
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.


Sulle tracce di Gesù

I suoi genitori...  il Figlio di Dio ha per madre Maria. Quanto al padre, Giuseppe ha accettato un ruolo nascosto e forse, a prima vista, anche un poco umiliante! Sembrerebbe un personaggio dall’importanza relativa, come uno che agisce per breve tempo e solo “come se” fosse il padre di Gesù. La devozione lo rappresenta con il Bambino in braccio, ma nei racconti evangelici scompare presto.

A essere più attenti, le cose non stanno proprio così. Ascoltiamo bene cosa dice Maria appena ritrovato Gesù, nel tempio: «Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Quell’angoscia condivisa da Maria con Giuseppe dice molto su quanta e quale intensità di vita familiare doveva esserci nella loro casa di Nazaret; e la ricerca affannata dei due, insieme, ci conferma che Giuseppe non viveva la propria presenza accanto al Figlio di Dio “come se” fosse suo padre. Certo, i ruoli si colorano di singolarità, ma la realtà era riconosciuta da tutti: «Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?” » (Lc 4,22).

È importante, oggi in particolare, guardare con attenzione alla “necessità” che Dio ha stabilito, anche per il Figlio suo Gesù, di avere una vera e propria famiglia: la tenerezza di una madre e la fermezza di un padre, l’angoscia di tutti e due nei momenti difficili e travagliati. Così, Maria e Giuseppe tornano a casa, dopo questo episodio “sconcertante”, rafforzati nella loro unità e, in particolare, sostenuti dall’atteggiamento di Gesù stesso che «stava loro sottomesso... e cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini».

Rimane in primo piano, la domanda di Gesù rivolta ai suoi genitori: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Gesù conferma con chiarezza la sua provenienza da “altrove”, ma non per allentare quel legame di familiarità che resta forte e anzi si consolida. La domanda di Gesù è davvero appropriata anche per una nostra riflessione: perché, a volte, cerchiamo Gesù altrove che nella volontà del Padre di tutti; di Maria, di Giuseppe, ma anche Padre nostro, colui che allarga i confini delle nostre famiglie sino a tutti coloro che abbiamo imparato da Gesù stesso a chiamare “fratelli”?

Oggi, in questa festa della Santa Famiglia, vogliamo celebrare la “santità” di tutte quelle famiglie che si mettono ogni giorno, come Maria e Giuseppe, sulle tracce di Gesù, facendo scelte e compiendo gesti che hanno il sapore del Vangelo, che chiamano in causa la presenza stessa di Dio tra le mura domestiche e si sentono spinte a testimoniarsi reciprocamente la bellezza di vivere nella volontà di Dio, Padre di tutti. Anche questa è “nuova evangelizzazione”!

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Natale del Signore - 25 dicembre 2012


Luca (2,114) 

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».


Gesù è venuto per me!

«La gloria del Signore li avvolse di luce »: è questo l’effetto che il Natale suscita nei primi destinatari dell’annuncio della nascita del Salvatore, il Cristo, il Signore. Messi in sequenza, questi tre titoli che il Vangelo assegna a Gesù sono i titoli imperiali: chiunque avrebbe detto che si trattava di Cesare, dell’uomo più potente della terra, di colui che, assicurando i confini dell’Impero romano da invasioni, “salvava” le popolazioni conquistate, sia difendendole da possibili prepotenze sia arricchendole di prestigio e di onore, come meritava un impero ormai esteso sino ai confini del mondo allora conosciuto.

Ma non è proprio così! Lo si capisce subito dal segno proposto all’attenzione dei pastori: andando, troveranno un bambino, in fasce, adagiato in una mangiatoia: un piccolo che non ha neppure una casa! Spesso mi soffermo a pensare come mai il Padre non abbia scelto tempi e luoghi “migliori” per il Natale di suo Figlio: un tempo di pace nei palazzi caldi e sicuri del potere o persino nelle stanze del Tempio, a Gerusalemme.

Da solo mi do la risposta: se avesse scelto di agire così, sarebbero venuti non gli angeli ma i banditori di Erode ad annunciare la nascita di un potente come lui ai suoi pari e sarebbero rimasti esclusi gli ultimi. Scegliendo invece di farsi ultimo, il Signore Gesù crea una nuova e profonda consapevolezza in tutti noi: possiamo dire che senz’altro è venuto per me! E anche Erode avrebbe potuto dire: se è venuto per i più piccoli delmio regno, vuoi che non sia venuto anche per me?

Dunque il Natale è sempre la festa della povertà, nel senso che sono i poveri i primi a riconoscere che Dio non è un altro dei potenti sulla scena del mondo. Se penso a Dio come all’Onnipotente devo in qualche modo ricredermi: se in Dio c’è onnipotenza, se Dio può tutto, non può esserlo che amando. Egli è sì onnipotente, ma nell’amore: per me e per quanti con me condividono i giorni, il cibo, il lavoro, la casa... Proprio perché sono fragile e sconosciuto, Dio mi conosce, mi ama oggi e sempre, è per me, sta dalla mia parte e, in Gesù, è come me: si è fatto sconosciuto ai più e si è manifestato ai semplici.

Ma se non fossi semplice? Se non fossi povero oppure se disprezzassi la semplicità? Se scegliessi la compagnia dei potenti e l’agiatezza o l’arroganza di certi ricchi... insomma, se fossi ricco e chiuso in me stesso? In questo caso Gesù aprirebbe per me un tempo di attento ascolto, mi offrirebbe la grazia di apprezzare il silenzio e l’umiltà in cui le cose belle risplendono sempre nuove e possibili, perché il Padre le vuole così per noi. Non ci resta che la conversione alla semplicità e alla purezza di cuore che nulla antepone all’essere amati da Dio. È di questo amore che ci parla oggi il Natale cristiano!

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23 dicembre 2012 - VI domenica di Avvento

Una gioia da condividere
 
Luca (1,3945)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Fino a pochi anni fa si leggeva: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore»; ora si traduce: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Una traduzione quanto mai illuminante, perché sottolinea come la parola di Dio sia sempre detta alla singola persona, così come il Signore è alle porte e chiede di entrare nella vita di ogni donna e di ogni uomo per rinnovare tutto e tutti. È il miracolo del Natale! Ma i miracoli presuppongono la fede. Gesù infatti si rivolgeva a coloro che aveva guarito dicendo: «La tua fede ti ha salvato» (Lc 7,50; 8,48; 17,19; 18,42). È la Parola che speriamo di udire tutti, nei prossimi giorni. In questo Avvento ciascuno si è fatto attento e ora insieme ci stupiamo della bellezza dell’Emmanuele, del “Dio con noi”; rendiamo vivo il dono, lo manteniamo ardente attraverso la fede e la carità, affinché non si spenga l’efficacia della speranza nella Chiesa per la salvezza del mondo. Come Elisabetta ci meravigliamo: «Come mai proprio a me viene il Signore?», e troviamo la risposta nell’intensità dell’attesa che abbiamo vissuto. Quanto desiderio si è trasformato in preghiera! Quanta preghiera è stata vera attenzione alla parola di Dio! Ma quanta parola di Dio è diventata scelta di vita in questo Avvento? Quale parola il Signore ha detto a me? E quando ho favorito l’adempimento della sua volontà con i “sì” della mia fede? Ecco quali domande il Natale suscita! Sono domande da condividere nelle nostre case, tra coniugi, con i figli: domande che ci aiutano ad accorgerci di Gesù che tende la mano per accompagnarci negli impegni quotidiani, rinvigorendo la nostra testimonianza perché il Vangelo sia nuovamente udito. Il Natale fa “sussultare” qualcosa in noi: ci sentiamo pervasi dalla nostalgia di cose vere e autentiche. Senza esitare trasformiamo questa nostalgia in energia buona che amplifica e certifica la notizia che, se Dio è con noi, niente può oscurare la grazia e la responsabilità di essere chiamati nel “campo di Dio” a rendere buono il mondo. Maria «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda» per portare Gesù a chi ne aveva bisogno, Elisabetta, anche lei – a sua volta – portatrice di un dono per tutta l’umanità. Elisabetta reagisce all’incontro e grida: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! ». È l’esclamazione che noi stessi speriamo di suscitare in quanti vedono i frutti della fede della Chiesa in questo Natale ormai prossimo; è il frutto maturo, che deve manifestarsi nel tempo, di quella “nuova evangelizzazione” di cui abbiamo sentito l’eco nelle scorse settimane al Sinodo mondiale dei vescovi. Il Signore è qui: non siamo indifferenti al dono, ma condividiamolo con altri nella gioia!

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16 dicembre 2012 - III domenica di Avvento


Luca (3,10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».


Condividere la speranza

Due annotazioni mi vengono spontanee dopo aver letto il Vangelo di oggi. La prima riguarda la domanda della gente, che mi sembra sinceramente attratta dalla predicazione di Giovanni: Dio sta entrando nella nostra storia in un modo nuovo e si fa veramente, fisicamente vicino. Ma noi possiamo restare immobili? No! Se Dio “si scomoda” a venire tra noi, dobbiamo andargli incontro con quelle opere di giustizia che il Battista chiede a tutti noi.

La seconda annotazione riguarda le risposte date da Giovanni: non sono affatto generiche. Ciascuno, dunque, pensi alla reale situazione in cui si trova e si domandi come può aprirsi al dono ormai imminente. Aggiungerei ancora due parole sul clima di attesa fattosi ormai quasi frenetico. Si percepisce un via vai, un’ansia buona innestata sull’ultimo minuto, prezioso, da non perdere standosene ancora una volta a guardare senza che nulla accada. Dipende da noi.

Io avverto un senso di responsabilità per me stesso, per la Chiesa e per il nostro Paese a riguardo di questo Natale: il “farsi prossimo” al bisognoso dando via la metà di quanto abbiamo, mi impegna in un esame di coscienza su quanto ho ricevuto, su quale “nome nuovo” e attuale posso dare a quella “tunica” e a quel “cibo” che devo spartire. Credo si tratti della “speranza” che mi rende combattivo nel sostenere il bene per quanti mi stanno attorno. In questi mesi viviamo, tra attese e delusioni, un desiderio di novità in tante questioni della nostra vita: la fede, la politica, il lavoro, la casa, l’educazione dei figli... tutto sembra svuotato di quello slancio che ci vorrebbe e che si fa via via più urgente per noi. È vera la sensazione che poco si muova? Dipende.

Vedo la fatica di tanti nell’affidarsi al Signore, ma vedo anche la gioia di chi ha fede e si consegna al Vangelo. Vedo quanti arrancano nel tentativo di prevalere, di “vincere” elezioni e competizioni varie, e mi domando: quanti invece riescono a dimostrarci di superare gli interessi di parte e di dare un volto nuovo a ciò che vediamo essere ripetitivo, stanco, chiuso, riproposto ormai da tempo con nomi nuovi ma con poca o nessuna novità reale? Contemplo la luminosità della Chiesa nello sguardo di Dio, ma vedo anche le sue ferite nelle nostre fragilità. Osservo il desiderio di futuro dei nostri giovani e scorgo anche la tristezza da cui, pur non lasciandosi vincere, sono pervasi...

Che cosa dobbiamo fare? Lasciare che il fuoco del Natale ci purifichi. È il fuoco dell’umiltà di Dio che imposta uno stile nuovo di salvezza nel dirci la verità e la necessità di “cose nuove”. E allora la luce che accendiamo sia interiore a tutti, interroghi gli angoli bui del nostro operare stanco e deluso, ci scuota e ci rinnovi, ci doni di verificare – nella conversione personale e nella realizzazione del bene comune – l’opera di Dio in noi!

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9 dicembre 2012 - II domenica di Avvento


Luca (3,1-6)

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.


Per vedere il Dio-che-salva

È importante notare la precisione con cui san Luca ci fornisce i dati storici. Gli altri evangelisti non hanno riportato tutte queste informazioni. A noi sono utili per entrare nel giusto clima della lettura dei Vangeli: non sono “favole” (cfr. 2Pt 1,16), ma resoconti credibili della vita di Gesù. Non dobbiamo restare indifferenti di fronte a questo: c’è chi tende a minimizzare o, come si dice in termini tecnici, a demitizzare, come se i Vangeli fossero pura invenzione in fondo alla quale c’è al massimo un briciolo di verità.

È vero esattamente il contrario: non c’è mito o leggenda attorno al Signore; la nostra fede ha basi solide. Ed è bene dirlo quando se ne parla. Luca (e con lui Matteo) cerca informazioni anche sul periodo dell’infanzia di Gesù. Ne abbiamo ampia documentazione nei racconti dall’Annunciazione al Natale e fino all’episodio dello smarrimento di Gesù al Tempio. Il brano di oggi si colloca già oltre quei racconti: Giovanni Battista irrompe sulla scena come portatore della parola di Dio di cui si fa voce e interprete.

Egli viene considerato come un ponte tra l’Antico Testamento e il Nuovo: è l’ultimo dei profeti e il primo dei discepoli. Suo compito è prepararci a un evento mai accaduto prima nella storia dell’umanità: ogni uomo vedrà “Dio-che-salva”, che è poi l’esatta traduzione del nome “Gesù”. Ogni uomo potrà vedere Gesù, il “salvatore” di tutti. A quali condizioni si potrà vedere e credere in lui? Il Battista ne ricorda alcune: ogni ostacolo al Regno di Dio deve essere tolto.

Si tratta di ostacoli interiori, che intorbidano il cuore e non ci consentono di capire, perché pieni di noi stessi, autosufficienti in tutto, indifferenti al bene che si sta affermando nella potenza di Dio. Altri ostacoli sono fuori di noi, ma sono ancora frutto di visioni egoistiche della realtà: sono le chiusure a motivo delle quali un popolo è in lotta contro un altro popolo o un uomo non ha il necessario o è lasciato solo. Tutto questo insieme, ne possiamo essere certi, ci impedirà di vedere il Signore.

C’è un’altra condizione necessaria per vedere Gesù, come Giovanni e gli Apostoli lo hanno veduto: essergli contemporanei. È una condizione impossibile a noi che veniamo duemila anni dopo! Ricordiamo tutti però cosa accade a Tommaso (Gv 20,24ss): in quell’occasione Gesù si è fatto nostro contemporaneo e ci ha chiamati per nome. Proprio per questo i primi cristiani utilizzavano spesso questo nome per far riferimento alle comunità: “santi” (cfr. Col 1,2).

Gesù, di fronte alla fede di Tommaso che lo vede, chiama ciascuno di noi “beato”, perché senza aver visto, fidandosi della testimonianza degli apostoli, abbiamo creduto. Anche noi “vediamo” il Signore con gli occhi della fede!

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8 dicembre 2012 - Immacolata concezione


Luca (1,26-38)

L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te. [...] Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù». [...] Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».


Benedetto il “sì” di Maria 

Mi stupisce la semplicità con cui Luca narra un evento così sorprendente nella storia di Israele e dell’umanità. Mi colma di attesa gioiosa sapere che quanto accade a Maria riguarda la salvezza di tutti noi, ci restituisce sublime dignità all’interno del disegno misericordioso di Dio. Gesù salverà tutti instaurando in ciascuno di noi il suo «regno che non avrà fine». Mi soffermo, ancora una volta, sulla precisione con cui Luca circostanzia l’evento: ci dice quando è accaduto.

Il riferimento è a un precedente evento straordinario (al sesto mese dall’annuncio a Zaccaria) collegato a questo attraverso Elisabetta, che sta portando a termine una «maternità umanamente impossibile ». Luca poi introduce Giuseppe, protagonista non marginale, tra gli altri, del Vangelo. Mi faccio attento alle parole dell’angelo Gabriele che non chiama Maria per nome, ma si rivolge a lei come alla «piena di grazia».

Proprio questo “nome” è al centro della festa di oggi: Maria è l’Immacolata perché totalmente a disposizione di Dio, senza aver nulla preventivato, senza interferire nell’agire di Dio con progetti propri: semplicemente obbedisce credendo. E così diventa Madre di Gesù, il Figlio di Dio. Maria è vicina a noi: donna del suo tempo, conosce la fragilità umana e sa come le nostre vie non possono condurci fin dove Dio vuole arrivare. Si sorprende di quanto le accadrà, chiede come potrà essere, in modo pienamente responsabile, disponibile: ma infine si arrende al bene dell’umanità.

A partire dal suo “sì”, il mondo inizia a non essere più quello vecchio, consumato dalle infedeltà umane all’Alleanza, dono già grande del Signore. Inizia un mondo nuovo, in un grembo esile, in una persona umile, in cui però agisce unicamente e pienamente la forza di Dio: in questo Maria è Immacolata. Credo non sia pura coincidenza anche il nome dell’angelo: Gabriele, un nome che rimanda al Dio forte e potente, che sa come dare compimento alla sua volontà di bene.

E qui c’è un paradosso: questo Dio forte è in attesa di un “sì” umano. Benedetto sia da tutti noi questo “sì” di Maria, spiegato e pregato nel Magnificat! Il canto di Maria rende forte, attraverso Elisabetta che sta in ascolto, la speranza di Israele. Noi, ancora oggi ripetiamo questo canto nella Liturgia delle Ore, alla sera, per fare memoria e, di conseguenza, per benedire, insieme a lei, il giorno in cui la Madre del Signore ha “consentito” a Dio di farsi prossimo a tutti. Non solo: il Magnificat di Maria sembra suscitare il Benedictus di Zaccaria.

Anche questo canto diventa lode nella Chiesa che al mattino, iniziando ogni giornata, sa di dover guardare al suo Signore come a un Sole che sorge dall’alto per manifestarci la misericordia di Dio. Tutto questo dal semplice “sì” di una donna che si è affidata al Signore per dare compimento alle attese più vere e profonde dell’uomo, di ciascuno di noi.

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In queste pagine potete trovare il commento alla liturgia domenicale e festiva secondo il RITO ROMANO, curata dal cardinale Dionigi Tettamanzi. 

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