Alberto Melloni: «Ci vuole la collegialità indicata dal Concilio»

08/03/2013
Lo storico Alberto Melloni
Lo storico Alberto Melloni

«Che la rinuncia di Benedetto XVI venga considerata come un atto che desacralizza il papato è significativo di un certo modo, sbagliato, di intendere la Chiesa e il ruolo del sommo pontefice». Alberto Melloni, 54 anni, docente di Storia del cristianesimo all'Università di Modena-Reggio Emilia, editorialista del Corriere della Sera e autore del libro Il conclave. Storia dell’elezione del Papa (Il Mulino) non è d'accordo con quanti, all'interno della Chiesa ma non solo, hanno criticato l'atto di rottura epocale compiuto da Joseph Ratzinger con l'abbandono del ministero petrino.

Si è detto che con le sue dimissioni Benedetto XVI abbia "umanizzato" il papato. È d’accordo, professore?

«Nient'affatto. Nessun cattolico pensa davvero che il Papa ha una natura divina o semi divina. Si tratta di un mito massimalista estraneo alla cultura cattolica e alimentato ad arte dai media. Non a caso, il cardinale Congar parlava di "papolatria". È pur vero che la Chiesa latina con la Riforma Gregoriana dell'XI secolo ha guardato con apprensione ai tentativi di minimizzare la figura del Papa. Nel Dictatus papae, ad esempio, si stabilisce che il Pontefice non può essere giudicato da nessuno, che chi non è in comunione con lui non è cattolico, che solo a lui i principi devono baciare i piedi e che appena eletto è "reso santo". Tuttavia, il Papa non è l'amministratore delegato della Chiesa o una figura con una caratura politica. La Chiesa è comunione e il compito di guidarla con Pietro e sotto Pietro spetta a tutti i vescovi che secondo il dogma cattolico sono "vicari di Cristo". Non a caso Ratzinger nel suo stemma pontificio ha messo la mitria, il simbolo episcopale, al posto del triregno, il simbolo della sovranità».

Un cardinale di peso come l'australiano George Pell, arcivescovo di Sidney e molto vicino a Ratzinger, ha criticato apertamente la scelta di Benedetto XVI definendola "destabilizzante e pericolosa". «In futuro», ha spiegato, «ci potrebbero essere persone che essendo in disaccordo con un futuro Papa potrebbero montare una campagna contro di lui per indurlo alle dimissioni». Il rischio c’è? 

«Su questo ha ragione Pell. È chiaro che la rinuncia, che è prevista dal diritto canonico, pone un problema inedito per la Chiesa in futuro. D'ora in poi l'obbedienza e il rispetto al romano pontefice diventano una questione delicata. Ci potranno pure essere campagne di stampa per screditare un pontefice ma in quel caso il Papa eserciterà tutto il discernimento necessario e dovrà essere sostenuto di più dai cattolici».

In che modo?


«Dipende da lui, nel senso che dovrà attuare quello che gli ultimi papi non hanno mai fatto: la collegialità episcopale sancita dal Concilio Vaticano II. Quanto più il prossimo Papa saprà essere non un monarca ma il motore della comunione ecclesiastica, tanto più, come dicono gli Atti degli apostoli, salirà da tutta la Chiesa la preghiera per Pietro. Nelle chiese cristiane si dice che per le cose facili c'è l'autorità mentre per quelle difficili c'è la collegialità. Lo dimostrano le Congregazioni dei cardinali di questi giorni in vista del Conclave dove si discute serenamente del pastore, certo, ma anche e soprattutto del gregge che egli dovrà guidare».

Secondo indiscrezioni, alcuni cardinali vorrebbero proporre al prossimo Papa di inserire nel suo discorso inaugurale una sorta di "clausola" in cui sostanzialmente dica che un pontefice resta in carica per sempre, fino alla morte.


«Mi sembra ridicolo, è una bufala totale. Anzitutto perché è contro il diritto canonico. Nessun cardinale può mettere condizioni al Papa: "Io ti voto se...". La libertà di chi viene eletto è incoercibile. Magari possono auspicarlo ma non possono porre veti. Onestamente non credo che ci siano cardinali così poco preparati che non sanno questo».

Che Papa è stato Joseph Ratzinger?


«Un po’ debole nel governo della macchina curiale, in perfetta continuità con il suo predecessore, peraltro. Entrambi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, non hanno considerato quest’aspetto una priorità del loro ministero. Da questo punto di vista sono stati due papi anti montiniani. Erano convinti che la saldezza della fede e, quindi, il futuro stesso della Chiesa e del cattolicesimo si giocano sulla scena pubblica e nella dimensione politica. Pensiamo solo all’insistenza di Ratzinger sui principi non negoziabili. È nell’ambito pubblico che la Chiesa si gioca tutta la sua autorevolezza e in questo mettersi in gioco non si poteva prescindere dalla persona del Papa. Questa però è un’impostazione che vale solo in Europa. Fuori dai suoi confini non vuol dire nulla».

Che Papa uscirà dal prossimo Conclave?
 

«L’alternativa è tra un Papa “sceriffo” che si occupi degli scandali e prosegua l’opera di purificazione intrapresa da Ratzinger e un Papa pastore. Fare la riforma della curia, occuparsi della burocrazia in fondo sono cose facili da fare. Il mio auspicio, in ogni caso, è che si parli di più del gregge, delle sue aspettative e dei suoi problemi». 

Antonio Sanfrancesco

Dossier a cura di Alberto Chiara
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