Quando seppe dire no a Berlusconi

30/01/2012
L'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a un congresso del Pd (foto Ansa).
L'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a un congresso del Pd (foto Ansa).

“Non c’è pericolo più grande della collusione fra politica e affari”. Questa frase lapidaria è il nucleo forte, il principio fondante dell’intero settennato alla Presidenza della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro, morto all’improvviso, nel sonno, a novantatre anni, la notte fra il 28 e il 29 gennaio.  Pronunciò quelle parole nel discorso d’apertura del suo servizio come Capo dello Stato, perché erano quelle che il Paese si attendeva, al culmine delle inchieste giudiziarie su Tangentopoli. Ma esse erano state il segno distintivo di tutta la sua lunghissima storia politica, cominciata nel 1946 con l’elezione all’Assemblea costituente nelle file della Democrazia cristiana (come indipendente), e percorsa dal 1954 in poi con sei nomine a sottosegretario di vari Ministeri, fino a quella a ministro dei Trasporti nel governo Moro3 nel 1966, confermata dai governi successivi di Leone nel 1968 e nel 1972 da quello di Andreotti, che in quel medesimo anno lo trasferì -nel suo secondo Gabinetto- alla Pubblica Istruzione.

Da sinistra: Giorgio Napolitano, Mario Draghi e Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).
Da sinistra: Giorgio Napolitano, Mario Draghi e Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).

Craxi lo nominò nel 1983 Ministro dell’Interno, carica che mantenne fino al 1987 nel sesto Governo Fanfani. Questo susseguirsi di incarichi di prim’ordine nelle gerarchie dello Stato farebbero pensare a una fervida vita dentro il suo partito, diviso in molte “correnti” spesso fieramente opposte. In realtà Scalfaro è sempre stato volutamente ai margini di quelle continue contese, spesso al limiti dello scandalo etico, anche se la sua personale posizione è stata ferma in un “centrismo” che lo ha portato quasi inevitabilmente al voto per il Quirinale.  Gli esempi di tale comportamento non mancano. Una volta propose ironicamente di fare del 2 novembre, il giorno dei morti, la “festa dell’iscritto al partito”, viste le molte iscrizioni “correntiste” fasulle di persone estinte. Da Capo dello Stato si rifiutò di controfirmare il decreto legge Conso sul finanziamneto illecito ai partiti, che avrebbe potuto provocare l'impunità per i politici coinvolti in caso di corruzione.


Scalfaro con Madre Teresa di Calcutta (foto Ansa).
Scalfaro con Madre Teresa di Calcutta (foto Ansa).

Ciò gli valse la brutta parentesi della sua presunta partecipazione allo “scandalo del Sisde” sui fondi di esclusiva e segreta pertinenza del Ministro dell’Interno; Scalfaro rispose nel 1993 con il discorso a reti unificate in tv, molte volte citato in questi giorni, in cui dichiarava con forza che a quel “massacro” mediatico lui “non ci stava”. Più tardi rifiutò a Berlusconi di accettare la nomina dell'avvocato Cesare Previti a ministro della Giustizia mentre era indagato, procurandosi in tal modo nuova inimicizia nel Centrodestra. Oscar Luigi Scalfaro era fatto così. Non aveva mai avuto paura di esporsi personalmente in vicende gravi e delicate, come quando, da giovane magistrato della Procura torinese, chiese ed ottenne subito dopo la guerra l’ultima condanna a morte pronunciata nella storia della giustizia italiana, contro i rapinatori e feroci assassini di una famiglia in una fattoria agricola alla periferia del capoluogo piemontese.  

Rosy Bindi e Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).
Rosy Bindi e Oscar Luigi Scalfaro (foto Ansa).

Nato Novara il 9 settembre 1918, iscritto a dodici anni alla Giac e poi all’Azione cattolica e alla Fuci, laureato  in Giurisprudenza all’Università del Sacro Cuore di Milano nel 1941, entrò in magistratura due anni dopo. Sempre nel 1943 si sposò con una giovane novarese che morì l’anno dopo nel dare alla luce la figlia Marianna, con la quale è vissuto fino all’ultimo giorno della sua vita in “un appartamento qualunque di un quartiere qualunque” dalle parti di Forte Bravetta, come ricorda Gian Antonio Stella nel suo libro “La casta” (un’organizzazione immaginaria ma ben reale nella vita pubblica italiana, di cui Oscar Luigi Scalfaro non ha mai fatto parte). Per tornare alla sua caratterizzazione politica all’interno della Dc, benché non abbia mai nascosto, restando per alcuni anni nell’ombra, la sua vocazione “centrista”, non esitò ad appoggiare due volte la candidatura di Prodi a capo del governo. La prima volta risale all’aprile del 1993, quando Giuliano Amato si dimette da premier e il Pds, la Lega e il Pri propongono di dare l’incarico di formare il nuovo Governo a Mario Segni, recente vincitore del referendum del 18 aprile, ma la Dc, con il segretario Martinazzoli, non ci sta, e candida a sua volta il “Professore”, già presidente dell’Iri.

Il Capo dello Stato approva l’idea, con il suggerimento di chiamare alla vicepresidenza Mario Segni. Ma questi non accetta, e primo ministro diventa Ciampi.  La seconda volta accade fra dicembre 1994 e gennaio 1995, dopo la caduta di Silvio Berlusconi per colpa di Bossi; Scalfaro pensa ancora a Prodi, ma chi dice no questa volta è Bertinotti (recidivo poi anni dopo con il Professore al Governo). La lunghissima vita di Oscar Luigi Scalfaro, con la presidenza dello Stato dal 28 maggio 1992 al 15 maggio 1999, ha coinciso con la vita della cosiddetta “prima Repubblica”. Ma se questa è caduta nell’ignominia di Tangentopoli, non è certo stato per colpa di Scalfaro. Se per tanti anni non solo i democristiani ma tutta la classe dirigente politica gli avessero dato retta, quel cupo tramonto non sarebbe mai successo.



                                                                                                                 Beppe Del Colle

a cura di Pino Pignatta
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