Colombia e Venezuela: la svolta

A Bogotà il Governo segna un importante passo avanti nella lotta alla guerriglia e al narcotraffico. A Caracas Hugo Chávez è in declino di popolarità e viene punito dal voto.

E il Paese di García Marquez ora punta sul turismo

29/09/2010
Il presidente Juan Manuel Santos fra le truppe colombiane dopo l'operazione "Sodoma".
Il presidente Juan Manuel Santos fra le truppe colombiane dopo l'operazione "Sodoma".

    «Non è il momento dei trionfalismi». Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha commentato la morte del "Mono Jojoy" con parole di prudente realismo. Il pericolo delle Farc rimane vivo e incombente, una piaga tragica e profonda della storia di questo Paese. Eppure, per il capo di Stato che alle elezioni di fine maggio ha preso il posto di Alvaro Uribe,  l’operazione "Sodoma" marca un successo importantissimo all’inizio del suo mandato quadriennale.

    Seguendo le orme del suo popolare e allo stesso tempo discusso predecessore, Santos prosegue con fermezza sulla strada della lotta strenua e senza mezzi termini alla guerriglia e al narcotraffico. Negli otto anni di Governo Uribe, la Colombia ha decisamente cambiato volto in fatto di sicurezza: oggi, il Paese latinoamericano è diventato molto più tranquillo, sia nelle città che fuori, e oggi scommette sulla valorizzazione delle sue immense risorse naturali, sullo sviluppo del turismo e dell’ecoturismo (un modo, quest’ultimo, per favorire lo sviluppo delle comunità contadine e di quelle indigene).

    I colombiani, strenuamente orgogliosi della loro terra anche quando l’hanno lasciata per cercare lavoro altrove, fanno i conti con una memoria storica dolorosa, segnata da omicidi, sequestri, sparizioni, espropriazioni e usurpazione di terre da parte dei guerriglieri e degli squadroni paramilitari o Autedefensas unidas de Colombia (Auc), anch’esse legate al traffico di droga. Ma non ci stanno più ad accettare con rassegnazione l’immagine stereotipata che nel resto del mondo dipinge la Colombia solo come guerriglia e conflitto armato, cocaina e violenza.

    «Dieci anni fa avrei avuto paura ad uscire da Bogotà in automobile», ammette Juan Carlos, commerciante 35enne che vive nella capitale, «oggi, invece, in giro per il Paese si viaggia tranquillamente, senza rischiare continuamente la vita. Oggi la Colombia è un Paese molto diverso da com’era prima». Gli slogan turistici, per attirare i viaggiatori stranieri nella terra dello scrittore Gabriel García Marquez e dell'artista Fernando Botero , giocano sullo stereotipo del rischio, ribaltandolo: l’unico rischio che si corre in Colombia è di non volere più andare via.

    Santos si è incamminato sulla strada dell'"uribismo". E, forse, con una dose di pragmatismo in più: a differenza del predecessore, che aveva esasperato i rapporti con i vicini Venezuela ed Ecuador accusandoli apertamente di offrire appoggio alle Farc, l’attuale presidente ha intrapreso la strada del dialogo, siglando ad agosto scorso un significativo accordo con Hugo Chávez che ha marcato la ripresa delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi, interrotte a luglio. In questa occasione, il presidente venezuelano ha preso posizione contro le azioni della guerriglia chiedendo pubblicamente alle Farc di abbandonare la lotta armata. D’altro canto, non è più tempo di accuse tra Paesi confinanti. Il Governo di Bogotà sa che anche nel vicino Venezuela i capi delle Farc lì rifugiati non dormono più sonni tranquilli: il tempo del sostegno alla lotta armata, anche a Caracas e a Quito, ormai volge al termine.     

a cura di Giulia Cerqueti
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