Don Sciortino

di Card. Tettamanzi

In queste pagine potete trovare il commento alla liturgia domenicale e festiva secondo il RITO ROMANO, curata dal cardinale Dionigi Tettamanzi.

 

27 maggio 2012 - Domenica di Pentecoste


Giovanni (15,26-27; 16,12-15)

Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da sé stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà [...]


Nel segno della speranza

In un certo senso abbiamo vissuto questo tempo pasquale come un Avvento, un’attesa dell’ultimo dono che il Padre elargisce alla Chiesa perché si ponga a servizio dell’intera umanità riguardo al Vangelo di Gesù, riguardo a lui che è il Vangelo vivente e personale. Questo dono è lo Spirito della verità. Gesù lo chiama anche “Consolatore” (Paràclito). E non è l’ultimo dono, perché il dono stesso è fonte di grazia. Lo è stato in Maria, che ha generato il Figlio di Dio e, mossa sempre dallo Spirito, ha cantato la grandezza del Signore.

Lo sarà anche nella Chiesa, che continua a generare Gesù, annunciando il Vangelo e celebrando nei segni sacramentali la sua presenza «fino alla fine dei tempi» e per questo rendendo grazie in ogni Eucaristia. San Paolo descriverà i doni dello Spirito all’opera nelle comunità e li chiamerà “frutti”: gioia e pace vengono al primo posto (in questo senso lo Spirito è Consolatore), poi c’è il coraggio della speranza, che si manifesta nella volontà di amare.

L’apostolo li chiama anche “carismi”: sono quelle capacità che aiutano la Chiesa a crescere attraverso la disponibilità di ciascuno dei suoi membri alla volontà di Dio e al servizio umile dei fratelli, creando unità di intenti e di azione. Lo Spirito ha i suoi “compiti”: consola, come abbiamo detto; è testimone di Gesù, della sua divinità incarnata per un’opera di salvezza che è oltre ogni capacità umana, e rende anche noi dei testimoni credibili del Vangelo.

Lo stesso Spirito ci fa da guida nel futuro: esso è nelle mani di Dio e degli uomini, è misterioso perché sgorga dall’incontro tra una fondamentale volontà di bene e una libertà giocata nelle scelte della vita ordinaria che produrranno sempre situazioni di bene, di male e di ambiguità. Dentro questa varietà di situazioni, lo Spirito ci indica la verità, semplicemente facendo memoria in noi della Parola, dalla quale tutto ha avuto origine e ottenuto salvezza: egli è guida al Padre, da cui ogni cosa proviene e a cui tutto fa ritorno.

Con tutto ciò, lo Spirito ci insegna a sfidare il mondo, a dare ragione del Vangelo e della speranza che è in noi nel confronto, spesso duro, con le opinioni fragili e incerte degli uomini. È così che oggi, armata di questo coraggio e spoglia di ogni altro potere, la Chiesa è chiamata a stare dentro il mondo, a confrontarsi con le sfide che ancora e sempre travagliano l’uomo nelle sue fatiche quotidiane.

Anch’essa invoca coraggio e forza: chiede luce ed energia dall’alto, ben sapendo che da sé stessa non può nulla ma che certamente riceverà quanto le consente di vivere il Vangelo, umile e sobria, trasparente e vigile per grazia di Dio e per amore dell’umanità. Nella Pentecoste la Chiesa prega per sé e per ogni uomo cui è inviata nel segno della speranza per tutti, a cominciare dai più piccoli e poveri: proprio come farebbe Gesù.

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20 maggio 2012 - Ascensione del Signore


Marco (16,15-20)
 
[Gesù] disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti [...]; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù [...] fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.


Missione senza confini

La gioia della Pasqua, ormai salda nel cuore dei discepoli, diventa anche per noi impegno ad accogliere il mistero di quella vita nuova nella quale Gesù, con la sua Ascensione, entra glorificato dal Padre. I discepoli sono stati accompagnati dalla presenza rassicurante del Risorto negli ormai trascorsi quaranta giorni dalla Pasqua; loro, gli amici di Gesù, sono stati iniziati a vivere in pienezza il senso della sua nuova presenza nella Chiesa nascente.

Il compito ora affidato loro è di “andare” e di “proclamare” il Vangelo, ossia la salvezza che è scaturita dalla bontà di Dio e si è sprigionata dal sacrificio del Figlio crocifisso per “attirare” a sé, per strappare radicalmente ciascuno di noi dal morso del male e della morte, vinti per sempre dalla sua misericordia senza limiti. Senza limiti e senza confini dev’essere anche la missione della Chiesa, chiamata ad annunciare e a ridonare lungo i secoli questa misericordia che redime e libera.

La Chiesa vivrà anzitutto di preghiera. Certamente. E completerà il suo “rimanere” nel Signore, secondo il comando ricevuto, facendosi così portatrice, presso tutti i popoli, della salvezza che tutti li riguarda e li interpella. La Chiesa vive oggi tra le nostre case: chiede solo che siano spalancate le porte a Gesù, il Signore che libera e salva. Il resto, insieme al comando di andare e proclamare, è grazia.

Vi sono anche dei “segni” che accompagnano il vero apostolo nella sua missione: sono le prove che assicurano che egli non appartiene a sé stesso ma è “proprietà” di Dio, offerto al mondo per rendere attuale la vittoria di Gesù su ogni idolo e inganno del male ormai definitivamente sconfitto. La Chiesa si presenta al mondo consapevole di essere coinvolta nella Pasqua di Gesù, tanto che il suo stesso esistere null’altro è che “memoria viva” di lui, delle sue parole, dei suoi gesti, della sua vita.

I segni che accompagnano la missione, i miracoli, quotidiani o straordinari, attestano così la grandezza e la gioia del dono della fede. Ci sono i miracoli straordinari, che parlano della santità del Signore Dio: «Nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti... imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Ma ci sono anche miracoli “piccoli”: piccoli sì ma “veri”.

Non è forse un miracolo anche il quotidiano volersi bene, lo spendersi per il bene dei figli e della propria famiglia? E non è un miracolo il perdono offerto a tutti o la sofferenza quotidiana con cui molti attendono che il prodigio della Pasqua si manifesti in tutto il suo splendore anche nelle loro scelte di vita? E potremmo continuare nell’elenco. Ci basti dire che è veramente un miracolo ogni autentica conversione, al di là delle forme diverse che può assumere. Così, alla luce di un’esperienza che coinvolge in particolare i cappellani e i volontari, sento il bisogno di chiedere una preghiera per quanti nelle carceri stanno ricuperando, nell’intimo del loro cuore, quella libertà che è stata loro tolta.

Vivono impegnandosi perché maturino le necessarie condizioni per essere restituiti ai loro affetti familiari e reinseriti nelle nostre comunità. Il miracolo è quello della dignità di questi fratelli amati da Dio e ancora capaci di amare, che torna a risplendere nelle loro esistenze insieme alla gioia della libertà, tanto desiderata e sofferta. Gesù asceso al cielo guidi tutti noi alla pienezza di quella vita che attendiamo come definitivo compimento delle nostre speranze

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13 maggio 2012 - VI domenica di Pasqua


Giovanni (15,9-17)
 
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. [...] Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga».


Onnipotente nell’amore

La domanda sull’identità di Gesù ci ha portato nel cuore della sua relazione con il Padre. Da lui Gesù si sente amato, ma invita anche noi a sentirci amati e a rimanere in questo amore per sempre. Così è l’amore di Dio: fatto per l’eternità e perché ogni uomo entri in essa e la assuma come meta già dentro questa nostra storia, fin nelle vicende più quotidiane. Gesù dunque ci coinvolge in una relazione di amore, e chi giunge alla grazia di “conoscere” di essere figlio di Dio sperimenta chi è Gesù: l’amato dal Padre (il Figlio) che riversa questo amore nel cuore di tutti.

Tutto qui? Viene da dire di sì, ma ben sapendo che questa grazia fondamentale va accolta, vissuta, nutrita, accresciuta... E questo accade quando la parola di Dio prende dimora in noi e dall’Eucaristia prendiamo la forza di agire secondo il fascino e la serietà di questa parola. È il senso del «Fate questo in memoria di me»: accettate l’obbedienza come unica via per rimanere nella bellezza del Vangelo, nella “buona notizia” che riempie di gioia e insieme rende costruttori di gioia anche in un mondo dalle speranze rattrappite, rassegnato all’evidenza del male.

Il male non ha mai avuto l’ultima parola in nessuna delle vicende della Storia della Salvezza: non avrà l’ultima parola nella vita di chi entra nell’amore di Dio in Cristo. C’è dunque un comandamento che ha la forza di immetterci nella vita stessa di Dio, la cui caratteristica non è tanto di non avere fine, quanto di essere compimento di ogni fame e sete dell’umanità, di ogni desiderio di autenticità e pienezza cui aspiriamo: lì la gioia di ciascuno sarà piena, come dice Gesù.

La pienezza è l’amore e l’amore è il primo dei comandamenti del Signore: «Questo io vi comando», mentre il mondo può deridervi perché pensa all’amore come a un sentimento di libertà. In realtà l’amore non è anzitutto un sentimento, ma una scelta, e solo in quanto tale è libertà di dono e di sacrificio di sé per il bene. Esiste un’altra libertà che si chiude in sé stessa per paura e nella paura distrugge ogni traccia di amore, ogni speranza di vita, e scompare negli egoismi quotidiani cui siamo così legati da non avere più desiderio di tornare a essere “sapidi”, cioè ad avere il “sapore di Gesù” in ogni nostro piccolo gesto e parola.

Così la domanda sull’identità di Gesù ci ha portati là dove gli abbiamo creduto per la prima volta (forse da piccoli), per vedere che cosa è rimasto del suo comandamento e della sua forza nell’amore. Gesù è guida e Pastore, è vita e speranza di vita... In questo senso possiamo concludere, per ora, dicendo che egli può tutto e tutto vincere: è “onnipotente nell’amore” perché nel nome del Padre suo e nostro ci trasforma amando, fino a donarci la pienezza della sua stessa gioia.

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6 maggio 2012 - V domenica di Pasqua


Giovanni (15,1-8)
 
Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. [...] Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. [...] Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».


Fatti di amore vero

Per la sua vita, morte e risurrezione, per ogni suo gesto e parola, chi è Gesù per noi? Domenica scorsa abbiamo ascoltato una sua risposta: egli è il Pastore buono per l’umanità smarrita, colui che ci conduce a casa e con la sua voce scioglie la nostalgia profonda che abita il nostro cuore: «Vieni al Padre». Questa domenica ascoltiamo una nuova risposta del Signore Gesù. Egli ci invita ad attingerla più a fondo, nella nostra intima relazione con lui: infatti la similitudine della vite e dei tralci parla di un organismo vivente all’interno del quale si crea una naturale interdipendenza vitale: non c’è tralcio che possa vivere e crescere lontano dalla vite che lo ha generato.

La risposta alla domanda: «Chi è Gesù?» diventa più facile se ci chiediamo: «Chi saremmo noi, senza di lui?». La cosa strana è che, alla superficie della nostra coscienza, potremmo avvertire il sospetto che questa risposta non sia così scontata. Nella parabola evangelica la vite è tutto per il tralcio, ma fuori dalla parabola vien da parlare chiaro e sospettare che possiamo vivere anche senza Gesù.

Lo facciamo spesso, in realtà; ed è allora l’esperienza dell’incompiutezza, del male dal quale veniamo “resi puri” solo grazie all’intervento del Padre, il Vignaiolo. Ma questo sospetto, che solo a fatica enunciamo perché tocca il cuore dell’esistenza buona di ciascuno di noi e di tutta l’umanità nel suo insieme, si stempera e si scioglie solo riconoscendo che non siamo onnipotenti, soprattutto là dove, per questa vita buona, bisogna che amiamo come si deve, con sincerità e fino in fondo.

Tutti sappiamo che là dove non si ama così, prima o poi si cade, presto o tardi si crea una lacerazione, si apre un vuoto, quasi un lutto che è difficile elaborare perché si è traditi, lasciati soli, oppure perché noi stessi abbiamo tradito e lasciato solo qualcuno. Gesù è la vite vera perché noi siamo fatti di amore vero, impastati di bisogno di essere amati e di desiderio di donarci: ma, proprio in ciò che desideriamo, siamo fragili. Tutta l’umanità si domanda che cosa mai potrà salvare il mondo dalle sue diverse e continue crisi, che non sempre si risolvono e mai comunque si risolvono definitivamente.

Cosa dunque “rimane” di tanti sforzi compiuti per il bene nostro e di altri? Non rispondiamo, per ora. Forse il Vangelo di oggi ci fa semplicemente riflettere su un’esperienza quotidiana, invitandoci a meditarne i frutti: con o senza il Vangelo, per me, è la stessa cosa? Stare saldo in ciò cui credo o non avere riferimenti, è la stessa cosa?

Possiamo “rimanere” di fronte a queste domande, in attesa che il Signore stesso ci racconti la “sua esperienza”: suo riferimento è il Padre! Sarà il Vangelo della prossima settimana a portarci al cuore della relazione di Gesù con questo Padre che è anche “nostro”. Saremo così di fronte al bene assoluto, del quale per dono assolutamente gratuito anche noi siamo resi partecipi.

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29 aprile 2012 - IV domenica di Pasqua


Giovanni (10,11-18)
 
Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore».


Riconoscere la sua voce


La festa della Pasqua, nei suoi cinquanta giorni, ha un andamento tale da entrare nella vita di ciascuno. Sono tutti giorni solenni e racchiudono anche la risposta alla domanda del discepolo: «Chi è Gesù?». Gesù stesso inizia a rispondere oggi, in modo articolato. Il dono pasquale è infatti così grande che occorre comprendere bene che cosa ha portato nella nostra vita. Gesù è il Pastore buono dell’umanità. Così si autodefinisce. Non è stato riconosciuto dai suoi perché reso preda di molti inganni.

Ma ancora oggi sono molte le mistificazioni che, «venendo a noi nel suo nome», facendosi cioè idoli, attraggono anche i figli di Dio, e li rendono preda dei lupi, delle mezze verità che mai appagano la nostra ricerca di giustizia e di bene. Molti si lasciano ammaliare e tenere lontano dall’Unico che, conoscendoci a fondo, sa dove condurci. Così è accaduto nella lotta tra il potere e il Signore! Gesù dice anche: «Le mie pecore conoscono la mia voce».

Non è facile discernere questa sua voce. Si confonde con le altre, è sommersa dalla tentazione di voler prevalere con le nostre pretese su tutto e su tutti, di avere potere su qualcuno o qualcosa che, alla fine, diventa immagine falsa di ciò a cui veramente aspiriamo. Cerchiamo la pace vincendo sugli altri, piuttosto che su queste nostre pretese; cerchiamo consolazione nello star bene da soli, piuttosto che nel condividere; cerchiamo speranza solo per noi, piuttosto che farci compagni di viaggio senza lasciare solo nessuno. Gesù-Pastore viene a portarci a casa, a sciogliere per tutti il nodo della nostalgia di Dio, vera e autentica meta che da sempre agogniamo.

Ma, appunto, noi siamo in grado di distinguere la voce di Gesù? E come possiamo saperlo? C’è un criterio semplice: quando la fatica del quotidiano non ci logora al punto da chiuderci in noi stessi, ma ci rende solidali con chi fatica con noi e ci dà una gioia non ingenua ma bella, perché condivisa, generosa, espansiva, allora la voce del buon Pastore risuona anche nella nostra coscienza affaticata.

Il criterio dell’autenticità della voce del Signore in noi è nel suo essere in grado di sostenerci nella fatica indicandoci a ogni passo la meta buona verso cui camminare e sospingerci l’uno facendo il bene dell’altro. Per questa gioia Gesù ha dato la vita e proprio questa gioia il Padre ha condiviso con il Figlio nella sua morte per amore e nella sua risurrezione per la vita di tutti. Domandiamoci dunque se c’è in noi questa gioia. Coloro che in questo hanno buona volontà si ostinano, per così dire, nello sperare per tutti la voce di Gesù che dice «vieni al Padre». Non da solo, ma con i tuoi fratelli.

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22 aprile 2012 - III domenica di Pasqua


Luca (24,35-48)
 
[I due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto (Gesù) nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.


Riprendere il cammino

Solo lentamente – come per le cose che non si possono dire e basta, ma chiedono di essere maturate, “viste” da vicino e “toccate” – la grande gioia, che i discepoli hanno sperimentato nel vedere il Risorto, diventa consapevole e si fa piena. La portata universale di quanto la vicenda di Gesù significhi per tutto il mondo ancora non è messa in luce: lo sarà solo con il passo che lo Spirito Santo farà compiere alla Chiesa, dal giorno di Pentecoste sino ai nostri giorni, inviandola in ogni angolo della Terra ad annunciare a tutti la “buona notizia” che Dio ama l’umanità, per la quale il Figlio ha offerto la sua vita.

Oggi noi siamo compagni dei discepoli di Èmmaus che raccontano agli altri la loro inattesa avventura, dapprima «lungo il cammino» e poi, venuta la sera, «nella locanda» dove trattengono questo misterioso e affascinante viandante. Sono conquistati dalle sue parole e dalla sua capacità di far vibrare il cuore nello «spiegare le Scritture».

Ma, dice san Luca, i loro occhi erano ancora velati dalla delusione e dalla tristezza e nel cuore c’era la notte della paura. Così accade anche a noi: nella tristezza che vince sulla nostra fede debole e incerta, restiamo al buio e l’anima stenta a credere nelle solide realtà di sempre. Andiamo sì alla Messa, ma le nostre orecchie sono sature e stanche di parole e i nostri occhi vorrebbero chiudersi quasi per sottrarsi a questo mondo così vorremmo dimenticare ed essere dimenticati, vorremmo farci gli affari nostri, andarcene...

D’altra parte, vorremmo avere una parola buona, un gesto che ci restituisca, se non proprio l’entusiasmo, almeno la voglia e la forza di riprendere il cammino: nel segno della speranza. A volte ritroviamo la strada della consolazione e tutto riprende senza sapere come. Più spesso dobbiamo essere noi stessi ad attingere alla riserva della purificazione del cuore, degli occhi e della mente e domandarci: «Che diavolo mi prende?».

In effetti la tristezza che si appiccica all’esistenza è opera del Tentatore, è una delle sue armi per farci lasciar passare inosservata ogni speranza. Riconoscere la tristezza come tentazione è un passo importante: compiendolo, possiamo rompere il cerchio mortale della sfiducia e riscoprire la fraternità che ci lega gli uni agli altri come ambito in cui confidare le nostre incertezze e appoggiarci tutti insieme alla parola buona della Chiesa, riunita a celebrare con festa, mentre noi forse vorremmo starne fuori.

 

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15 aprile 2012 - Seconda domenica di Pasqua


 
Giovanni (20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». [...] Otto giorni dopo [...] c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».


Il coraggio della fede


Entriamo sempre di più nel mistero glorioso della Pasqua, cuore della nostra fede e della nostra vita secondo il Vangelo. Si partecipa a questa gloria (è la nostra vocazione fondamentale) gradualmente, contemplando l’amore di Dio per il suo popolo, per noi, per ciascuno di noi. Dalla pagina evangelica di oggi siamo riportati alla sera di quello stesso giorno di Pasqua, quando sembra venir messa in sordina la gioia per i segni della risurrezione che Pietro e Giovanni trovano alla tomba del Signore.

C’è ancora il freno di un timore sordo, di una paura a uscire di casa per annunciare un evento così inedito. Sembra di respirare uno stupore paralizzante. Gesù stesso deve dare per due volte la sua pace. Mentre l’allegrezza è così intensa, la pace che Gesù fa ritrovare è ancora così prigioniera della memoria di tradimenti e di rinnegamenti da esser percepita sì come il dono più ambito, ma anche più immeritato.

“Colui che abbiamo abbandonato alla croce ci offre ora tutto il bene che risiede nella volontà di Dio, il suo Shalóm?”, sembrano domandarsi gli apostoli. Nessuno di loro ha ancora la forza della Pentecoste, pure già anticipata da Gesù nel soffio che ci consegna il perdono del Padre. Gesù stette in mezzo a loro, parlò e i discepoli videro i segni della sua passione: ma tutto questo avviene per cuori non ancora pienamente consapevoli e dilatati dalla misericordia di Dio.

È bene che questo momento contemplativo della Pasqua lo viviamo anche noi! Lo dobbiamo interiorizzare, ci deve convincere in tutto e per tutto, ci deve restituire la forza di metterci di nuovo dalla parte di Gesù: con gioia e coraggio grande. Ma c’è di più: Tommaso. La sua vicenda è quella del discepolo che, come noi, vorrebbe vedere e toccare. L’apostolo ne ha il diritto, poiché Gesù stesso aveva annunciato durante l’ultima cena: «Mi vedrete di nuovo» (Gv 16,22).

Tommaso ora reclama questo diritto perché vuole avere la possibilità di credere come tutti gli altri amici, vuole condividere la loro medesima gioia per arrivare a quella esigente professione di fede, «Mio Signore e mio Dio», che è anche sulle nostre labbra, come frequente invocazione, e che deve ancora diventare ammissione della signoria del Figlio di Dio sulle nostre esistenze. Non abbiamo nulla di più grande e di più vero da proclamare! Chi dice queste parole deve avere l’innaturale disponibilità al martirio.

Esso però, paradossalmente, è il dono più ambito: dare la vita per colui che «ci ha amati e ha dato sé stesso per noi», come dirà san Paolo (Gal 2,20). Accadrà anche questo nella storia dei discepoli di Gesù: Stefano e Giacomo per primi, poi gli altri giganti del Vangelo che incontriamo fino ai nostri giorni. Allora come oggi, la Pasqua esige il coraggio della fede adulta, che non spreca parole, ma vive nell’imitazione concreta dell’amore di Dio.

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8 aprile 2012 - Pasqua di Risurrezione


Giovanni (20,1-9)

Pietro uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


Una speranza per tutti

Con la Pasqua siamo al vertice della speranza umana, ma nessuno di noi raggiungerà per conto proprio l’altezza di questo giorno! Del resto, Gesù stesso non si è ridato la vita da solo ma, come si esprime il Vangelo, «è stato risuscitato» dal Padre, che in lui vede il Figlio obbediente alla sua volontà di salvezza universale. Non ci è lecito correre il rischio, con troppe parole, di dare per già sperimentata tante volte – e quindi scontata – la gioia di questo giorno.

Dobbiamo piuttosto entrarvi come chi vuole sì gioire, ma scendendo alle radici più vere e più feconde di questa gioia. Troveremo così le tracce sicure per un cammino che, al di là delle nostre certezze, ci mette di fronte all’opera stessa di Dio: nulla Dio ha lasciato alla morte, neppure quei brandelli dell’esistenza che noi uomini vediamo lacerati dalle molte croci che abbiamo portato. Oggi noi crediamo di aver preso parte all’unica vera croce, quella del Signore Gesù: una croce non di morte ma di vita.

Maria di Magdala è nei pressi del sepolcro. È buio dentro il suo cuore: va alla tomba dell’Amico la cui morte l’ha frastornata e lì vede la tomba aperta. E si chiede: il corpo di Gesù è stato portato via dai suoi nemici? E poiché Pietro ha già un ruolo significativo nel piccolo gruppo dei discepoli di Gesù, Maria corre da lui per informarlo di ciò che ha visto. Accompagnato da Giovanni, Pietro corre al sepolcro.

È lui il primo dei testimoni, ma Giovanni è colui che più di tutti era affezionato a Gesù. L’autorità e l’amore corrono insieme verso la tomba e, insieme, vedono più di quanto ha visto la Maddalena: sono attratti da un segno che sorprende anche noi: i teli che avvolgevano il corpo di Gesù sono stati buttati da un lato, ma il sudario è stato piegato con cura, messo da parte.

Chi ha portato via il corpo di Gesù ha lasciato una traccia che fa pensare. Pietro capisce e certifica che il corpo non è stato rubato (quale ladro si sofferma a piegare il panno che contiene la refurtiva?) e l’amore di Giovanni ha intuito il resto, ha creduto. La fretta non ha mai spiegato nulla a nessuno. La Pasqua inizia nella calma di un’alba in cui la parola spetta a Dio che, quel giorno, ha messo cura nel nostro affanno interiore, seminando una speranza per tutti. Quel sudario avvolto è il primo, piccolo segno di ciò che, con il tempo, esploderà in una gioia mai provata prima dall’umanità.

Entriamo in punta di piedi in questa liturgia di gloria che, di domenica in domenica, ci coinvolgerà sempre più a fondo: Dio ha risvegliato la speranza umana e oggi la Chiesa bisbiglia una certezza che, se entrerà nei nostri cuori come nel cuore di Pietro e di Giovanni, sarà gioia vera e condivisa dall’universo. Oggi il mondo inizia a essere nuovo: il seme della Pasqua è donato e affidato alla gioia vera di ciascuno di noi!

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1 aprile 2012 - Domenica delle Palme


Marco (14,1-15,47)
 
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elìa!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere [...]. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».


Lui che ci ha dato tutto

Mancano le parole a voler commentare l’opera di Dio. Ogni omelia sembra così piccola e inadeguata! Nulla, proprio nulla, possiamo aggiungere a un amore che ha dato tutto come mai nessuno prima: potevamo immaginare di poter essere amati così da un “Dio” che sempre è stato pensato diverso da un “Crocifisso”? Nessuna fantasia, qui. È la realtà storica, testimoniata con il sangue dei martiri, a raccontarci tutte queste cose che riguardano il Maestro: lui e tutti noi.

Di cosa posso stupirmi, oggi? Cosa posso contemplare con voi, oggi, domenica delle Palme? Inizio a rispondere, balbettando. E ciascuno continui, con il cuore colmo dell’amore di Gesù in croce. Contemplo la Pasqua ebraica i cui colori si fondono con quella di Gesù: l’agnello offerto nella liturgia del Tempio e l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.

Mi stupisco di quella donna che, a Betania, sciupa lo stipendio di un anno di lavoro (...si dice che fosse una peccatrice!) per profumare la testa del Signore, riconoscendolo il Messia dei poveri, di quelli che per affetto verso di lui – poiché altra speranza non hanno – svuotano sé stessi in un intimo atto di affidamento. Mi amareggio del tradimento di Giuda, ma penso anche alle mie piccole distrazioni: le chiamo così, ma sono le responsabilità nelle quali forse ho mancato l’essenziale.

Mi accosto alla mensa dell’ultima cena e ringrazio per le innumerevoli volte che ho ripetuto il gesto di Gesù che si affida a noi, si mette nelle nostre mani e sta fermo nella volontà del Padre: la Croce sta ormai sul palmo della mia mano! Contemplo gli occhi buoni del Signore che incrociano lo sguardo prima assonnato di Pietro che dorme, nel campo degli ulivi, mentre Gesù si consegna ai soldati, e poi il suo sguardo terrorizzato: Pietro, anche lui fragile e senza memoria dell’amicizia con il suo Maestro, e tuttavia già chiamato a essere Roccia della sua Chiesa.

Mi stupisco di lui, che davanti agli accusatori parla di un Tempio nuovo, che Dio riedifica nelle coscienze di tutti, perché ciascun uomo lo possa incontrare. È lui il Tempio nuovo del nuovo popolo che nasce proprio in quelle ore di tormento e di gloria. E ancora: spine che si intrecciano e colpi che si abbattono impietosi sulla sua schiena, e ogni colpo a marcare la separazione che il peccato del mondo ha generato tra la creatura e il Creatore di tutto. Ascolto i colpi sordi del martello che configge la carne sul legno, illudendosi di poter fermare l’amore di un Dio che si è sempre legato all’uomo con patti e alleanze certe, contro ogni intenzione di morte, di solitudine, di schiavitù, fin dall’antico Egitto.

Poi il silenzio più totale che l’universo abbia mai ascoltato, quando il Figlio di Dio viene deposto nel sepolcro scavato nella roccia. E la Chiesa attende: è un secondo Avvento alle cui porte avvertiamo che tutto si è già compiuto, eppure ciascuno di noi ancora ha viva speranza per sé e per il mondo che Dio ha amato così.

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25 marzo 2012 - V domenica di Quaresima


Giovanni (12,20-33)
 
Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». [...] Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore».


Amati da sempre

È Gesù stesso che oggi ci invita a entrare nel grande dramma della Croce, strumento necessario di salvezza universale e di gloria. Anche «alcuni Greci», non appartenenti al popolo ebraico, diventano parte di questa avventura così densa di mistero. «Signore, vogliamo vedere Gesù».

Mi incuriosisce questo “desiderio” di vedere Gesù, perché è anche il mio desiderio e il desiderio di tutti noi. Non è tanto il vedere il suo volto, ma il comprendere che ai suoi occhi, quando tutto si sarà ricomposto nell’universale disegno del Padre, siamo da sempre stati chiamati e amati, attratti sotto la sua croce non come spettatori curiosi di un evento tragico che non ci trasforma, bensì come partecipi di quel dramma che ha posto l’intera umanità a gloria del suo nome.

In quel giorno vedremo il bene che abbiamo fatto e quello che non siamo stati capaci di compiere; vedremo i nostri momenti di forza e quelli di debolezza come vinti da lui, superati dal suo stare in alto, sulla croce, per attirarci a sé al di là di ogni nostro merito: sarà il trionfo sfolgorante della misericordia divina. Capirò che l’aver servito la Chiesa e i fratelli rinunciando a qualcosa di me stesso corrisponde alla “Vita” che il chicco di grano nasconde in sé e nel cuore della terra in cui è sepolto, simbolo della vita così come Dio la dona.

Questo mi ha maturato e convinto della necessità di fare il Bene con tanta umiltà e fiducia. Ma non è accaduto solo a me: è l’esperienza cristiana di tutti noi, di ogni nostra giornata. Giunge il momento, nella nostra Quaresima, di domandarci come sta maturando la nostra personale dedizione al Vangelo, al Vangelo vivente e personale che è il Signore Gesù: viviamo per noi stessi o per il Bene che Dio ha deposto come suo progetto nelle nostre esistenze?

Ma c’è un altro particolare che mi attrae oggi: il bisogno che abbiamo della Chiesa. I pellegrini greci interpellano gli apostoli per avvicinarsi a Gesù. Questo mi ricorda che sono stato introdotto nella vita intima di Dio senza merito, attraverso la mediazione di altri che prima di me hanno cercato, trovato e amato il Signore: i miei genitori, la mia famiglia, gli amici che ho incontrato, la gente che mi ha incoraggiato e mi ha chiesto di amare con disponibilità semplice e pronta, chi mi ha messo sulle spalle la croce e la gioia di essere prete e vescovo.

Tutti costoro mi hanno condotto fino a Gesù, e ho capito che, pur non avendo ancora preso parte alla pienezza della sua gloria, è a quella meta che devo guardare, mentre ancora percorro il mio sentiero quotidiano. Ed è il sentiero di ciascuno di noi in rapporto alla propria specifica vocazione e missione: «Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo». Sì, camminiamo tutti verso la Pasqua annuale, nella prospettiva della Pasqua eterna che ci attrae fin nel cuore di Dio Padre, là dove c’è pienezza di misericordia e di gioia.

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18 marzo 2012 - IV domenica di Quaresima


Giovanni (3,14-21) 

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».


La vittoria della Croce

Nicodèmo è un amico di Gesù: un amico che lo diviene sempre più. All’inizio appare confuso: Gesù gli parla di cose che hanno a che fare con lo Spirito, ma Nicodèmo è ancora aggrappato a sé stesso e alle proprie idee per comprendere. Dovrà purificarsi, staccarsi dai propri convincimenti per abbracciare l’amore di Dio, che è umile ma si innalza su tutto il male del mondo con il perdono che scaturisce dalla Croce. Troveremo Nicodèmo ancora due volte nel racconto di Giovanni.

Durante il processo a Gesù, egli avrà il coraggio di contestare la falsità di quanti accusano il Signore e già hanno deciso di farlo morire. Lo incontreremo, infine, durante la sepoltura del Signore, insieme a Giuseppe d’Arimatea: il timido amico del Signore è qui il discepolo coraggioso nel gesto di pietà che ha verso Gesù.

Ma non ci sfugga il tema importante del Vangelo di oggi: al di sopra di tutti i mali del mondo sta la vittoria della Croce che è misericordia e perdono per ciascun uomo che accoglie la buona volontà di Dio e vi corrisponde mettendosi in gioco con libertà perché sia sempre il bene a vincere la durezza del suo cuore: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».

Questo è il Vangelo, è la buona Notizia che Gesù ha da subito annunciato nel breve tempo della sua vita pubblica e che Dio ha mantenuto come la promessa più ardita che l’uomo non abbia mai ascoltato: chi guarda alla Croce non solo guarisce dal peccato sconfiggendo il Diavolo, il “serpente antico” che da sempre inganna l’uomo, ma ha in sé la vita stessa di Dio, che è eterna non solo perché è per sempre, ma perché lo è in quanto possiede quella definitiva qualità che sta nell’essere pienamente saziati dall’amore che riscatta e libera da ogni forza distruttiva.

Chi dunque potrà vincere sul discepolo di Gesù? Chi potrà spegnere questa luce che mette in salvo mentre navighiamo nell’incertezza generata dal mondo con i suoi idoli, con le sue pretese di onnipotenza, con il suo stare dalla parte di chi ha potere, di chi tiene per sé e non spartisce il bene che ha, perché vive di invidia e di gelosia? Chi è incredulo fino a questo punto? Dice Gesù a Nicodèmo: «Gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie».

Così va il mondo. Distogliamo lo sguardo da queste opere e guardiamo con fiducia alla Croce, segniamo con essa la nostra vita e riviviamola nelle nostre azioni quotidiane, condividendo con Gesù la grazia e la responsabilità sul Vangelo, sulla Parola di salvezza che tutti riscatta dalle tenebre che ci portiamo dentro e che continuano a generare divisione, ingiustizia, violenza, morte.

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11 marzo 2012 - III domenica di Quaresima


Giovanni (2,13-25)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».


La carità, unica “merce”

Ricordo almeno tre momenti in cui Gesù ci appare indignato. Il primo si trova al capitolo terzo del Vangelo di Marco, dove si racconta che Gesù si indignò perché, leggendo nel cuore di chi gli stava intorno, vedeva che si sarebbero scandalizzati se, nel giorno di sabato, avesse guarito un uomo. Il secondo, al capitolo decimo sempre di Marco, ci mostra Gesù indignato perché i suoi discepoli mandano via i bambini che Gesù, invece, accoglie e benedice.

Il terzo momento è documentato dal brano del Vangelo di oggi: Gesù si indigna perché l’uomo mischia interessi di varia natura alla gloria di Dio e, così, non lo può incontrare in spirito e verità. È un invito forte ad adeguare la nostra ricerca di Dio alla sua volontà e, prima di tutto, al rispetto della sua casa, il Tempio. Di questo tempio però Gesù insinua che è fragile come il suo corpo e che potrebbe andare distrutto in un solo istante; dice che non resterà pietra su pietra, per quanto bella e ben scolpita, che non verrà diroccata.

Il passaggio è interessante e ci offre cose importanti da capire: dal tempio passiamo al corpo di Gesù che, distrutto sulla croce, risusciterà glorioso il terzo giorno. Ci stiamo preparando alla Pasqua, a rivivere i grandi eventi della passione, morte e risurrezione del Signore. Sono eventi nei quali noi stessi possiamo entrare da quando Gesù, dalla croce, dona lo Spirito per far nascere la sua Chiesa.

Siamo abituati a considerare la Chiesa come corpo del Signore, come l’insieme di tutti gli uomini che cercano Dio, lo amano, lo incontrano nella Parola e nell’Eucaristia. Tutti noi siamo questo “corpo”, siamo queste “pietre vive” che cantano la gloria del Padre, riconoscendoci reciprocamente in quella singolare dignità che ci è stata data in dono. Ecco allora il “Tempio” di cui dobbiamo avere cura: è l’umanità per la quale Cristo Gesù è morto ed è risorto. Nessun uomo deve essere reso oggetto della cattiva volontà di qualcuno né deve soffrire solitudine o indigenza per la distrazione e l’indifferenza degli altri.

Questo indigna il Signore, che introduce ciascuno di noi nel nuovo tempio della sua Chiesa, ma non senza il fratello bisognoso: perché è la carità l’unica “merce”, l’unico denaro di scambio che può passare attraverso la casa di Dio che siamo noi, uniti al suo Figlio Gesù. Interessante anche la conclusione del brano di Vangelo: la nostra vita è segnata dall’affetto di Dio che ci conosce e ci stima uno a uno.

E questo è per noi fonte di gioia. Ma è anche una responsabilità: chi è conosciuto da Dio è amato da lui e questo amore è purificante e stimolante: sradica da noi ogni tentativo egoistico di farsi gloria da sé dimenticando la Croce e ci spinge a non cercare segni e prodigi che tolgano onore alla verità di Gesù: egli ha dato sé stesso come unico segno dell’amore del Padre. Siamo creature amate dal Signore: la nostra gloria deriva tutta e solo dalla nostra dignità di figli di Dio.

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4 marzo 2012 - II domenica di Quaresima


Marco (9,2-10)

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».


Stare con il Signore

«E non videro che Gesù»: così trovo scritto sul tabernacolo della chiesa delle Romite ambrosiane, al Sacro Monte di Varese. Questo “vedere” sta al centro di un percorso straordinario e faticoso, non racchiuso in una Quaresima, ma compiuto nell’intero arco della vita cristiana. Nella Trasfigurazione, Gesù lo anticipa per Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono tre discepoli affezionatissimi a Gesù, a volte focosi e appassionati, altre volte più sereni e pronti a gareggiare per amore del Signore.

Pietro ha per Gesù un affetto intessuto di tante parole forti, come il «non ti rinnegherò mai!». Giacomo pretende di stare alla destra di Gesù nel Regno di Dio. Giovanni ha forse sentito il battito del cuore di Gesù, durante l’ultima Cena, quando gli ha chiesto: «Chi ti tradisce?». Sul monte Tabor, quel giorno, c’erano tutti e tre a vedere la gloria del Signore e a intuire la via difficile della sua Croce.

Certamente uno straordinario privilegio, questo! Ma così è fatta anche la nostra vita di fede: in essa c’è lo splendore della promessa del Regno di Dio e la gloria della croce; c’è la fedeltà di Dio e insieme il nostro incerto desiderio di accogliere un amore che ci matura, ci fa discepoli pronti a rendere ragione, quando testimoniamo il Vangelo, della gloria più vera che ci attende.

Non vedremo che Gesù, come hanno sperimentato i tre apostoli; ma tutto questo deve ancora avere il suo compimento: questa “solitudine” con lui si è infatti dissolta presto; lo scenario della promessa, apparso nella Trasfigurazione, è stato arrotolato e subito riposto nella memoria gioiosa dei tre apostoli.

La Quaresima ci invita a “stare con il Signore” in modi forse meno straordinari, ma non meno veri: possiamo e dobbiamo vedere solo Gesù quando siamo tra la gente, tornati a casa, in famiglia, nel gruppo di amici, tra i colleghi di lavoro. Non è lo sguardo di chi vede tutto tinto di colori luminosi e un po’ falsati; al contrario, è lo sguardo che sa illuminare la realtà grigia di ogni mattino che si spalanca sì sulle solite cose, ma che ci invita a guardare con attenzione a “dove e come” Gesù “appare”.

Ciò che, per grazia, possiamo gustare in alcuni momenti intensi di contemplazione deve assumere i colori forti della realtà in cui prendiamo le decisioni necessarie al compito di essere riflesso della conoscenza e dell’amore per il Signore, che ci chiede di far dono di noi stessi, abbracciando la nostra croce, a imitazione di lui. Il nostro cammino ha una meta gloriosa.

Questa è la consapevolezza che oggi Gesù ci ispira: siamo esortati a vivere di quella grazia che ci riempie di carità, che ci apre gli occhi sul bene che già c’è e che va sostenuto, incoraggiato, moltiplicato: la gloria di Gesù va condivisa, contemplata insieme, mentre ci spendiamo perché questo mondo che Dio ama sia migliore.

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26 febbraio 2012 - Prima domenica di Quaresima


Marco (1,12-15)
 
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».


Luogo di essenzialità

In pochissimi versetti l’evangelista ci proietta nella vicenda della predicazione di Gesù. Dopo il battesimo Gesù è “sospinto” dallo Spirito nel deserto, un luogo denso di mistero, che ci parla di prova e di tentazione, dove manca persino l’essenziale e ci si trova soli con sé stessi. Ma è proprio nel deserto che Israele ha vissuto l’esperienza di Dio, dell’intimità con lui che si faceva guida del suo popolo, di giorno e di notte, nel segno della nube e del fuoco.

Ora è Gesù stesso che fa questa esperienza, tutto preso dalla ricerca della volontà del Padre. Avverte tutta l’asprezza del rifiuto che lo condurrà fino alla croce, ha lucida coscienza che la volontà divina non gli è affatto ostile, sente l’assoluta necessità di accoglierla nell’obbedienza più grande per la salvezza di tutti.

Nella solitudine del deserto, dove non ci sono parole inutili, Gesù fa pienamente propria la Parola del Padre, dopo aver lottato contro le parole false e ingannatrici del Tentatore e mettendosi a totale disposizione del Regno di Dio: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino». In Quaresima entriamo anche noi in questo luogo di essenzialità.

Anche noi ci facciamo uditori di quella Voce che ci indica la vera via per giungere alla pienezza della vita. In definitiva si tratta di condividere con Gesù la volontà di salvezza del Padre per ogni uomo: per ciascuno di noi. Siamo allora chiamati a condividere con Gesù la grazia che ci viene dalla buona notizia che l’umanità può vincere la sua lontananza da Dio e può ricongiungersi a lui nel segno della Croce, della grande offerta di sé che Gesù compie sul Calvario per ciascuno di noi. «Convertitevi e credete al Vangelo».

È questo il significato del grande compito quaresimale che ci attende: la “conversione”, concretamente il “diventare discepoli di Gesù”, non solo apprezzandone la Parola, ma seguendone la chiamata verso la pienezza del Regno di Dio, che consiste nell’amore sconfinato del Padre per l’umanità.

È per questo Regno che Gesù chiede di avere lo sguardo rivolto verso la Pasqua. Guardiamo allora all’opera d’amore di Dio e a lui diamo voce con le nostre opere di preghiera e di penitenza, di giustizia e di fraternità: quelle opere con le quali il Vangelo diviene nostra “carne” quotidiana, vita della nostra vita.

È così che si dischiude per noi il Regno di Dio: i nostri occhi vengono purificati, resi capaci di vedere Dio, di credere in lui, di fondare su di lui la nostra vita. È nella Pasqua del Signore che le nostre vite sono rinnovate e santificate, afferrate dalla mano amorosa e onnipotente di Dio e messe a disposizione di una “giustizia nuova”, nel riscatto di ogni uomo che si affida a Dio, spera, ama, si dona con gioia.

Sì, Dio ama chi si dona con gioia. Lì è il suo Regno: dove ogni uomo ama il fratello in modo giusto e disinteressato, senza limiti di misericordia e di perdono, sempre pronto all’offerta di sé stesso per il bene di tutti.

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19 febbraio 2012-VII domenica Tempo ordinario


Marco (2,1-12)
 
Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «[...] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te», disse al paralitico. «Àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!


Gesù libera dal peccato

L’evangelista ci presenta oggi una pausa impegnativa per Gesù, attorniato da molta gente che lo ascolta. È bello questo quadro che dipinge un’atmosfera raccolta, carica di attesa per una Parola vera, forse audace in ciò che propone, ma piena di speranza per tutti.

A interrompere questa pausa è l’arrivo di un gruppo di amici, spinti da un bisogno espresso con urgenza e creando confusione: cinque persone in tutto, un paralitico al centro della nuova scena e i suoi quattro accompagnatori che fanno di tutto per portare l’ammalato da Gesù: scoperchiare il tetto della casa non è cosa di tutti i giorni!

Possiamo immaginare la gente stupita e infastidita dall’interruzione di un clima così raccolto. Possiamo far scorrere le singole scene sullo schermo della nostra fantasia e vedere i piedi impolverati che passano sul sentiero dietro la casa, il salto sul tetto e la barella che passa di mano in mano, le mani che tolgono tegole, gli occhi che si scambiano intese sul da farsi...

Gesù è in silenzio e, in tutto quel trambusto, riesce a scorgere semplicemente una fede più grande della disperazione e della malattia che la genera. A questo punto, forse più a ragione di altre volte, ci aspetteremmo il miracolo, visto lo sforzo cui si sono sottoposti gli amici del paralitico: Gesù ora si alzerà e lo guarirà! Invece c’è una pausa che mi sembra quasi eterna, e in essa risuona la Parola del perdono: «Ti sono rimessi i peccati».

Mi sembra eterno anche il mormorare di alcuni presenti scandalizzati dalla “bestemmia” (la parola del perdono non spetta forse solo a Dio?), come pure il brontolare degli amici delusi dall’esito del loro impegno (non erano venuti per sentire semplicemente una buona parola!).

Eterno mi sembra anche il volto di Gesù che fissa tutti negli occhi e dice una Parola ancora, quella che certifica il perdono appena annunciato e lo offre come la realtà di cui la guarigione fisica tanto sperata è solo un segno: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua».

Noi, presenti alla scena grazie al racconto di Marco, per cosa gioiamo? Cosa speriamo da Dio? Ci accorgiamo che Gesù ha saputo toccare di nuovo il centro, il cuore della questione: Dio agisce per la gioia dell’uomo e non c’è gioia nel male, ma solo afflizione, paralisi della mente e dell’agire, confusione del cuore che neppure sa cosa chiedere...

Quindi è bene che, prima, ci sia il perdono, la liberazione dal peccato che abbiamo “dentro” per poter poi spartire con tutti la gioia di essere stati sanati e dire anche noi: «Non abbiamo mai visto nulla di simile». Dio agisce proprio bene e agisce a fondo delle nostre esistenze così povere e perse nell’insensatezza del male.

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