16
feb

Alimenti che regolano gli zuccheri nel sangue

Il diabete è ormai una malattia endemica nel mondo e per mantenere sotto controllo i valori degli zuccheri nel sangue (glicemia) è importante seguire una dieta sana ed equilibrata.
Infatti, quando la glicemia diventa instabile è consigliabile alimentarsi con cibi che regolano il glucosio. Ci sono alimenti che aiutano a regolarizzare la glicemia e possono essere utili a livello mentale e muscolare.
Ad esempio, la farina d’avena: è un potente regolatore della glicemia perché, per essere digerita occorre molto tempo.
L’orzo spesso sostituisce il caffè a colazione ed è un altro alimento da abbinare all’avena. I broccoli e gli spinaci sono utili a chi soffre di irregolarità della glicemia, perché contribuiscono a mantenerne l’equilibrio.
Il salmone e le carni magre, sono ottimi. Il salmone perché contiene molti omega-3 e omega-6 e può contribuire a ridurre picchi e cali della glicemia. E la frutta? Si tratta di un dilemma che affligge i diabetici ma la frutta non è vietata, basta scegliere quella a basso indice glicemico (Ig) che ha maggiore fibra; questa aiuta a sentirsi più pieni e a prevenire rapide oscillazioni del livello di glucosio nel sangue: infatti, più fibra c’è, minore è il picco glicemico raggiunto dopo la digestione. Inoltre, gli alimenti che hanno alti livelli di Ig possono lasciare una sensazione di fame e una certa insoddisfazione, che potrebbe portare a mangiare troppo. Le mele hanno un Ig di 38 e 4 grammi di fibra. Una tazza di ciliegie ha un Ig di 41 e 2 grammi di fibra; le pere di tipo medio hanno un Ig di 38 e 4 grammi di fibra; le prugne, medio-grandi hanno un Ig di 39 e 4 grammi di fibra. Infine,
le fragole, circa mezza tazza, hanno un Ig di 41, e 2 grammi di fibra.

Pubblicato il 16 febbraio 2011 - Commenti (0)
09
feb

Quei geni dei giapponesi per digerire il sushi

Il sushi è diventato un piatto quasi italiano, soprattutto per i giovani. Ma spesso, dopo  averlo consumato, il nostro apparato digerente protesta. Perché? Perché per digerire il  sushi ci vogliono i giusti geni. Infatti, secondo un recente studio, la flora intestinale dei  giapponesi sarebbe in grado di produrre un enzima specifico per l’assimilazione del piatto nazionale. I giapponesi li hanno questi geni, fabbricati da intere generazioni, noi no! Un recente studio condotto in Francia ha infatti evidenziato come i batteri intestinali dei giapponesi siano in grado di produrre enzimi specifici per la digestione delle alghe utilizzate nella preparazione del sushi.
Uno di questi, la porfirinase, ha una caratteristica molto particolare: è in grado di rompere
le molecole di carboidrati contenuti nelle pareti cellulari della porfira (o nori), un’alga rossa
largamente utilizzata nella cucina nipponica per arrotolare i bocconcini di pesce crudo.
Questo enzima è stato trovato nella Zobellia galactanivorans, un batterio marino che si ciba dell’alga, ma anche nell’intestino di alcuni volontari giapponesi dopo uno studio sulle differenze tra le flore batteriche intestinali di popolazioni diverse. Grazie a questi batteri,
i giapponesi sarebbero quindi in grado di digerire la porfira assimilandone i carboidrati.
In tutti gli altri “intestini delmondo”, invece, l’alga transita così com’è.
Questa sorta di minestrone genetico può essere spiegato solo da una mutazione dei batteri intestinali dei giapponesi che si sarebbero mescolati con la Zobellia, mangiata in larga quantità dai loro ospiti insieme alle alghe.
Questo meccanismo, noto come trasferimento genetico orizzontale, è molto comune tra i
batteri, che mescolano il loro patrimonio genetico dando origine a forme con caratteristiche
sempre nuove, come la resistenza agli antibiotici.

Pubblicato il 09 febbraio 2011 - Commenti (0)
09
feb

Il colon ama i legumi

Il cibo, quando arriva nell’intestino, continua il suo percorso grazie ai movimenti della  muscolatura autonoma intestinale. In condizione normale, ciò permette di avere un ritmo quotidiano di evacuazione, ma esistono diversi fattori che rallentano la peristalsi, prolungando il tempo e provocando la stitichezza. Fra i fattori che possono favorire la stipsi intestinale ci sono la vita sedentaria, la dieta povera di fibre idrosolubili e quella  povera di liquidi, lo stress emotivo e, infine, l’alterazione della flora batterica intestinale.
Se la modifica delle errate abitudini non dovesse risolvere il problema si può ricorrere  (occasionalmente) ai lassativi, seguendo il consiglio del medico riguardo al tipo più adatto al proprio caso, alle dosi e ai tempi di somministrazione. I più indicati in questo caso sono i lassativi di massa che agiscono sulla composizione delle feci, che hanno bisogno di  diventare morbide. Questi lassativi sono a base di fibre idrosolubili che hanno la capacità
di trattenere acqua nell’intestino, con un’azione simile a quella di una spugna che  assorbendo l’acqua si gonfia. I cibi ideali sono i legumi, i cereali e soprattutto la frutta e la verdura di stagione, meglio se cotta. Bisogna assumere le cinque porzioni al giorno,  favorendo comunque i legumi, come fagioli, ceci, lenticchie e piselli, di cui non siamo grandi
consumatori, specie i bambini e gli anziani, per la mancanza di tempo nel cucinarli.

Pubblicato il 09 febbraio 2011 - Commenti (0)
09
feb

Come si mangia in ospedale?

Gli ospedali purtroppo sono sempre pieni di ammalati ricoverati che, oltre alle cure quotidiane, attendono di essere nutriti in modo adeguato, senza dimenticare che anche dal cibo può derivare un po’ di appagamento e di gioia.
Purtroppo le notizie che il ministero della Salute ha dato di recente non sono confortanti:
in ospedale, in genere, si mangia male, anzi molto male! La malnutrizione, che riguarda il  31 per cento dei pazienti ricoverati, rallenta la risposta alle cure e appesantisce molto la spesa sanitaria.
Il ministero ha pubblicato le “Linee di indirizzo nazionale per la ristorazione ospedaliera e assistenziale”, perché cattiva alimentazione, dovuta a cibo scadente, mancanza di screening nutrizionali e personale non sempre adeguato a questo ruolo fanno allungare del 55 per cento la durata dei singoli ricoveri. Si è fatto un calcolo: se si mangiasse adeguatamente si potrebbe diminuire, in un anno, circa l’8,5-9 per cento delle giornate di ricovero, con un risparmio che va da 1 a 3 milioni di euro. Cosa provoca il problema? Non tutti gli ospedali hanno un dipartimento di dietetica che sappia scegliere le materie prime alimentari di buona qualità, con una particolare attenzione ai cibi a filiera corta, cioè prodotti dai contadini locali, quindi a chilometri zero, come ormai si è soliti dire. Nel caso  delle mense ospedaliere ma anche per le famiglie, la scelta di cibi ecosostenibili  contribuisce alla difesa dell’ambiente e alla qualità della vita.
Il benessere alimentare diventerà sempre di più un valore assoluto per guarire meglio e più velocemente i pazienti ricoverati. A loro bisognerà garantire buoni standard, orari  tradizionali dei pasti come quelli casalinghi e rispetto delle festività, anche durante un  ricovero ospedaliero.

Pubblicato il 09 febbraio 2011 - Commenti (0)
09
feb

Una sorpresa nelle uova

Qualche giorno fa, in Germania, l’industria Harles und Jentzsch, che produceva sia oli  industriali sia acidi grassi recuperati da oli di scarto alimentare, da aggiungere ai mangimi, ha contaminato una parte degli alimenti che nutrono ogni giorno i consumatori tedeschi. I livelli di diossina ritrovati nei grassi animali prodotti da quell’azienda erano di molto superiori alla norma e sono state chiuse quasi cinquemila aziende del settore, ma ci sono altri allevamenti di polli e suini coinvolti anche in Olanda e in Gran Bretagna, dove sono  arrivate le uova incriminate. Qualcosa è arrivato anche in Italia e, grazie ai Nas e al  ministero della Salute, si sta provvedendo a isolare gli eventuali alimenti (uova, latte e  grassi animali) che potrebbero essere contaminati.
Nel primo test tedesco la dose di  diossina è 78 volte il limite concesso dalle autorità sanitarie, tenendo conto che il valore massimo di tossina tollerato dalla legge è di due soli picogrammi per grammo di grasso  corporeo.
Che cos’è la diossina? In realtà non è una singola sostanza ma si tratta di oltre 200 composti diversi, 17 dei quali altamente tossici per l’uomo. Il più pericoloso è il  tetraclorodibenzo-p-diossina (Tcdd), la cosiddetta “diossina Seveso”.
La diossina è contenuta in moltissimi prodottidi uso comune, come oli isolanti, additivi antimuffa, vernici e impregnanti per il legno. Può diffondersi nell’ambiente anche in seguito a processi di combustione, da quelli che avvengono nei motori agli incendi all’uso di stufe e caminetti. Se ingerita dai mammiferi, si accumula nei grassi e l’organismo
umano la elimina molto lentamente.
Se ingerita dall’uomo in quantità elevate, questa sostanza può provocare lesioni della  pelle, calo della fertilità, ritardo della crescita, tumori. Perché ci siano danni alla salute è necessario che l’esposizione sia prolungata nel tempo. Un uomo può introdurre un  massimo di 23 picogrammi al giorno dalla carne, 13 picogrammi dal latte, 5 da prodotti di altro genere e altrettanti dal pesce.

Pubblicato il 09 febbraio 2011 - Commenti (0)

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Autore del blog

Cibo e Salute

Giorgio Calabrese

Giorgio Calabrese è un nutrizionista dell'Università Cattolica

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