06
ott

Asciugherà le lacrime

Pianto di ragazza (1964), opera di Roy Lichtenstein.
Pianto di ragazza (1964), opera di Roy Lichtenstein.

“ Il Signore
Dio eliminerà
la morte
per sempre,
asciugherà
le lacrime
su ogni volto,
farà scomparire
da tutta la terra
l'ignominia
del suo  popolo."

(Isaia 25,8)

È noto che il “rotolo” di Isaia è, per così dire, scritto con più inchiostri e a più mani: diversi, infatti, sono gli autori profetici che vi prendono parte e differenti sono i temi, le tonalità e le coordinate storiche. Ora noi abbiamo ritagliato un versetto da una sorta di fascicolo di oracoli, intrecciati a suppliche e inni, che occupa i capitoli 24-27 del libro del grande Isaia e che gli studiosi hanno denominato “l’Apocalisse di Isaia”. Le immagini, lo stile, i soggetti, infatti, hanno le caratteristiche di quella particolare letteratura chiamata “apocalittica” (dal greco apokálypsis, “rivelazione”), che ha il suo avvio con il profeta Ezechiele, il suo trionfo con Daniele e con Zaccaria e che approda nel Nuovo Testamento con l’Apocalisse di Giovanni.

È significativo che proprio quest’ultimo libro citi esplicitamente il nostro passo isaiano nel suo glorioso ritratto della Gerusalemme nuova e perfetta e lo faccia ben due volte: «L’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il pastore [degli eletti] e li guiderà alle fonti dell’acqua della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi... E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 7,17; 21,4). Ritorniamo ora al testo originario, quello presente nel libro di Isaia. Esso fa parte di un canto più ampio (25,6-10a) che ha al centro un simbolo divenuto celebre nella tradizione giudaica e cristiana.

Lasciamo la parola al profeta: «Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (25,6). Dio, quindi, entra in scena come un re che imbandisce un pranzo ufficiale dal menù prelibato. Sappiamo che la mensa è un segno di amicizia e di intimità in tutte le civiltà. Il Signore, perciò, vuole unirsi idealmente all’intera umanità, ma lo fa nella sua sede che è il monte Sion a Gerusalemme.

Per rendere agevole questo afflusso universale egli deve togliere il velo di nubi che separa quella vetta, deve eliminare la coltre di tenebra che come un sudario di morte si stende sulla terra, così che possa brillare la luce e tutti possano camminare al suo fulgore. Quando tutti si sono accomodati ai loro posti attorno alla mensa, il Signore passa in mezzo a loro per tergere i segni della sofferenza e della fatica che contaminano i volti. È un atto di ospitalità suprema che sfocia in una promessa assolutamente unica che solo Dio può fare: «Eliminerà la morte per sempre!».

A questo punto sboccia dalle labbra di tutti un canto festoso: «Ecco il nostro Dio! In lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza!» (25,9). È facile comprendere come questa scena luminosa e gioiosa sia divenuta il quadro ideale per raffigurare l’ingresso glorioso del Messia nella storia. Ma sia anche la rappresentazione della meta ultima della vicenda umana così come l’attende la fede biblica, un approdo nella vita piena e perfetta. È ciò che aveva già annunziato un altro profeta, Osea, e le sue parole erano state riprese da san Paolo: «Li strapperò dalla mano degli inferi, li riscatterò dalla morte? Dov’è, o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi, il vostro sterminio?» (13,14). Ma il profeta era ancora scettico; l’Apostolo, invece, non avrà esitazioni perché commenterà quel passo così: «Questo corpo corruttibile si rivestirà di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità» (1Corinzi 15,54-57).

Pubblicato il 06 ottobre 2011 - Commenti (2)

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Postato da Andrea Annibale il 07/10/2011 08:32

Ho provato a “catalogare” i vari tipi di pianto che ci sono nella Bibbia e ne ho trovati (almeno) quattro. C’è il pianto (che assieme allo stridore di denti) è descritto come condizione eterna dell’anima dannata. C’è il pianto devozionale di Luca 7, 38 e 44 (una donna bagna i piedi di Cristo con le lacrime e li asciuga con i suoi capelli), che è un pianto di commozione. C’è il pianto del giusto oppresso che, secondo una immagine agreste è semina di chi raccoglie nella gioia (Salmi 125, 5). Ed infine c’è il pianto di cui si parla nell’Apocalisse citata in questo bellissimo commento del Cardinale Ravasi che è il pianto della “valle di lacrime” conseguenza del Peccato Originale di cui parla il Salve, o Regina. A mio avviso la dimensione temporale dell’Apocalisse di San Giovanni è l’Alfa – Omega, cioè il passato, il presente ed il futuro, ma anche l’Apocalisse indica un paradigma eterno della lotta tra tenebre e luce, tra male e bene. Probabilmente, quando il Dies Irae è compiuto, i giusti che stanno alla destra dell’Agnello giudicati secondo le rispettive opere ricevono queste benedizioni cui fa riferimento il commento di Ravasi, se non mi inganno. Facebook: Andrea Annibale Chiodi; Twitter: AAnnibale.

Postato da Teresi Giovanni il 06/10/2011 12:54

Uno degli aspetti più importanti del messaggio biblico consiste nel saper unificare la dimensione spirituale con quella materiale dell’esistenza umana. Il dono di una salvezza universale viene proiettato agli inizi della storia, cioè al momento della creazione, e poi al momento finale, in cui tutte le promesse si compiranno. L’intervento di Dio all’inizio e alla fine indica, come sottolinea il banchetto della Sapienza, il costante agire di Dio nella storia per la salvezza di tutti. La salvezza prospettata nella profezia del banchetto escatologico ha come primo effetto una pace duratura che consiste non solo nell’assenza di guerra, ma anche e soprattutto in rapporti nuovi tra le persone. Essa comporta l’eliminazione della sofferenza e della morte. Questo banchetto assume una dimensione universale. La salvezza è dunque un bene prettamente terreno, anche se il suo compimento viene rimandato simbolicamente al momento finale della storia, in un mondo nuovo che allora verrà creato da Dio ad analogia del paradiso terrestre da cui i primi progenitori erano stati allontanati. Così, ho immaginato un luogo universale senza confini ove regna pace ed amore ed ho composto questa mia poesia: “Blu ed oltre … Lì dove soffia il vento sottile/ tra le fragili nuvole/ abita la verità ineluttabile della profondità dell’universo,/ il divino ingegno. Equilibri, orbite, vuoti / avvolti nel blu e oltre annullano il tempo …/ la loro presenza e/ assenza in bilico/ sull’unico filo d’eterna luce. Lì oltre il blu,/ altre stelle brillano/ nella via dell’immenso. / Grandezza incommutabile,/ incontenibile / nella fragilità dell’essere.” Giovanni Teresi

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Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi è un cardinale, arcivescovo cattolico e biblista italiano, teologo, ebraista ed archeologo.
Dal 2007 è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

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