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L’amministratore disonesto e astuto

Parabola dell’amministratore disonesto di Marinus van Reymerswaele (ca. 1493-1567). Vienna, Kunsthistorisches Museum.
Parabola dell’amministratore disonesto di Marinus van Reymerswaele (ca. 1493-1567). Vienna, Kunsthistorisches Museum.

"Il padrone lodò
quell'amministratore disonesto
perchè aveva agito
con scaltrezza"
(Luca 16,8)

Parabola un po’ ardua e sconcertante quella che Luca propone nel capitolo 16 del suo Vangelo. Di scena è uno dei tanti personaggi corrotti e furbi che popolano anche le cronache dei nostri giorni. Si tratta di un amministratore che aveva mal gestito il patrimonio di un’azienda e che viene alla fine scoperto, rischiando il licenziamento. Di fronte all’incubo di perdere lo status sociale acquisito, egli ricorre a un meccanismo finanziario che lo penalizza temporaneamente, ma che gli permette di sanare i bilanci e di mantenere l’incarico.

ll dispositivo adottato è un po’ complesso da spiegare perché è legato all’economia e alla società di allora. Gli amministratori non erano direttamente retribuiti, ma si ritagliavano un compenso sulle transazioni che compivano. Così, se ad esempio dovevano vendere cinquanta barili d’olio (18 ettolitri), per compensare anche sé stessi ne facevano figurare persino il doppio (36 ettolitri, pro- dotti da circa 140 ulivi); su ottanta “misure” di grano ne fatturavano cento (550 quintali circa, derivanti da 42 ettari di terreno), così da assicurarsi una lauta retribuzione.

Ebbene, per mettere i conti in ordine ed evitare contestazioni da parte del padrone insoddisfatto dell’operato del suo dipendente, a causa del carico fin usurario che egli aveva imposto ai clienti, l’amministratore ritorna alla vera quantità elargita e, quindi, sulle ricevute segna solo cinquanta barili e ottanta misure. Rinuncia, così, al proprio guadagno pur di salvare il posto e non retrocedere a mero bracciante o, peggio, ridursi sul lastrico.

Vedendo la mossa del suo intendente, il padrone resta ammirato della prontezza con cui ha sanato la situazione. Ed è proprio qui che scatta l’applicazione fatta da Gesù. È indubbio che quell’amministratore è un mascalzone – e questo non può certo essere oggetto di imitazione –, ma egli rivela che, quando si è in una situazione estrema e grave, si deve afferrare l’unica tavola di salvezza, anche a costo di una penalizzazione dei propri interessi. Ecco, allora, l’amara conclusione di Cristo: «I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (16,8).

Purtroppo – fa capire Gesù – “i figli della luce”, cioè le persone normali e oneste, sono spesso più lenti e meno pronti a compiere il bene e soprattutto a cogliere le occasioni che Dio presenta sulla loro strada. Cristo in particolare pensa al fatto di tanti suoi uditori che non capiscono l’urgenza di una decisione netta e forte nel seguire la sua parola. Anche l’omissione e l’inerzia sono un peccato: «Peccare», scriveva Pier Paolo Pasolini, «non è solo non fare il male, ma anche non fare il bene».

Pubblicato il 20 marzo 2013 - Commenti (3)

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Postato da magnificatfatima il 27/03/2013 13:49

Zaccheo può essere considerato l'esempio biblico a cui si riferisce Gesù in Luca 16,8. Zaccheo riconosce in Gesù la via che conduce alla Celeste Gerusalemme. Così in Luca 16, 9 si trova scritto “procuratevi amici con la iniqua ricchezza, perché quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. Occorre considerare che in questo passaggio del Vangelo Gesù si esprime col termine “procuratevi” e non “compratevi”. I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. I figli di questo mondo sono maggiormente abili nel volgere a proprio vantaggio la condizione in cui versano, tanto da arrivare a conquistare il bene più prezioso. Il padrone resta ammirato della prontezza con cui l'amministratore si prodiga per risanare la situazione, così avverrà per chi si troverà pronto a riparare dinnanzi al Signore. Prostitute e pubblicani precedono molti figli della luce nel regno dei cieli e anticipano soprattutto coloro che ricercano la gloria fra gli uomini, divenendo sale scipito, dimentichi dell'umiltà, della carità di San Paolo e dalla misericordia che è propria di Dio. Prostitute e pubblicani dimostrano molta saggezza quando scaltramente abbandonano l'effimera ricchezza pur di guadagnarsi l'eterno premio. Nell'amore del cielo, buona Pasqua a tutti, Fabio.

Postato da Teresi Giovanni il 23/03/2013 14:08

Gesù sceglie questo racconto perché vuol attirare l'attenzione su un elemento fondamentale. Qui non si tratta di accusare un comportamento disonesto, né un'avidità di appropriarsi di beni non propri, ma l'avvedutezza. Gesù vuol dire a noi, pure oggi, che se vogliamo il Regno di Dio anche dentro le strutture umane, se vogliamo che il bene s'imponga e la giustizia prevalga sull'ingiustizia, bisogna che siamo avveduti. Essere cristiano non vuol dire remissività, tanto meno rinuncia all'intelligenza, al rigore professionale e all'impegno sociale. Non il buonismo, ma la bontà che si fa intelletto di amore, cioè l'avvedutezza che è in noi, figli della luce perché coscienti di essere figli di Dio. Giovanni Teresi

Postato da Andrea Annibale il 22/03/2013 11:44

E’ impossibile avere in eredità una ricchezza perfetta. Forse anche i ricchi si possono salvare se “sono fedeli nella iniqua ricchezza” (Luca 16, 11). La ricchezza è quasi sempre contaminata come quella dei debitori del padrone che l’amministratore disonesto “chiamò uno ad uno” per fare loro uno sconto sui rispettivi debiti di ognuno. Ecco, forse, perché i poveri sono beati, perché non sono contaminati da ricchezze inique. La parabola in esame ci indica svariate cose. L’amministratore disonesto che sperperava gli averi del suo padrone ha uno scatto non di onestà ma di generosità scaltra. Con ciò, indica la via per purificare la ricchezza disonesta, cioè con il rimettere i debiti. C’è forse un significato allegorico. La ricchezza iniqua sono i peccati, la cancellazione dei debiti altrui è il perdono dei peccati altrui. Non ci si deve mai stancare di chiedere il perdono per la ricchezza disonesta, cioè per il peccato. Il bene frutto di ricchezza iniqua può essere usato aiutando gli altri così che ci sia affidata la ricchezza vera: Luca 16, 11 fa riferimento allo scambio fondamentale della vita. Se siamo fedeli a Dio nel peccato, ci verrà donata la ricchezza vera, cioè la Grazia nell’alleanza con Dio che conduce alla porta stretta della virtù. Cosa significa Luca 16, 9 “procuratevi amici con la iniqua ricchezza, perché quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne”? La ricchezza iniqua è quella che non dipende da nostri meriti, ma puramente dalla Grazia di Dio e dalla Sua libertà d’amore verso di noi. Questi amici sono forse i poveri, forse gli stessi angeli. La ricchezza iniqua è dispensata rimettendo i debiti, non tenendo conto dell’offesa ricevuta. Questo procura meriti di fronte a Dio che coprono i peccati commessi e introducono nelle dimore eterne. Il passo in esame sa di rigenerazione e di riscatto, di passaggio dalla maledizione alla benedizione divina, tramite vie inusuali che Dio solo conosce e che ci può ispirare. Facebook: AAnnibaleChiodi; Twitter: @AAnnibale.

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Autore del blog

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi è un cardinale, arcivescovo cattolico e biblista italiano, teologo, ebraista ed archeologo.
Dal 2007 è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

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