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Poveri in spirito

Beato Jacopone daTodi, Maestro di Prato, secolo XV. Prato, Museo dell’Opera del Duomo.
Beato Jacopone daTodi, Maestro di Prato, secolo XV. Prato, Museo dell’Opera del Duomo.

"Beati i poveri in spirito
perchè di essi è il regno dei cieli".
(Matteo 5,3)

Una domanda preliminare spontanea: perché mettere tra le parole “difficili” dei Vangeli questa che è una delle frasi più celebri del cristianesimo? Non appartiene forse a quelle beatitudini che sono il gioiello letterario e spirituale posto in apertura al Discorso della Montagna, da alcuni definito come la Magna Charta della fede cristiana? Il tema della povertà non è forse emblematico della vita e della testimonianza in atti e in parole di Cristo e dei suoi seguaci, anche se spesso la cristianità s’è dimostrata al riguardo poco fedele, come ammoniva nelle sue Laudi Jacopone da Todi («povertate poco amata, pochi t’hanno desponsata»)? In verità, ci sono alcuni problemi sia letterari, sia storici, sia teologici che s’incrociano attorno alle beatitudini e che esigono una serie di precisazioni.

Innanzitutto c’è il fatto della loro collocazione in un contesto topografico diverso. Matteo scrive: «Vedendo le folle, Gesù salì sul monte... e si mise a parlare» (5,1-2). Luca: «Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante... e alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva...» (6,17.20). La soluzione del contrasto è semplice: Luca evoca il contesto storico reale in cui si svolse quel discorso, una pianura di Galilea. Matteo, invece, che nel suo discorso raccoglie altri interventi pronunziati da Cristo in sedi diverse, introduce una cornice simbolica, quella del monte, alludendo così al Sinai e a Mosè: non per nulla si parlerà nel discorso del nesso intimo tra la Legge antica e l’annunzio di Gesù. Rilevante è, poi, la differenza tra le due redazioni delle beatitudini: in Matteo (5,3-12) sono nove (l’ultima è un’espansione dell’ottava, forse un suo commento), mentre in Luca (6,20-23) sono solo quattro, a cui però si aggiungono altre quattro “maledizioni” (“Guai!”) parallele e antitetiche. Questo dato, frequente anche in altri confronti tra i testi evangelici, dimostra che i loro autori, tenuta ferma la sostanza, si comportano non come storici in senso stretto creando dei freddi manuali o dei verbali documentari, bensì come “evangelisti” la cui fedeltà è viva e duttile, si apre alle istanze delle comunità alle quali le parole e le memorie di Cristo devono essere trasmesse inmodo concreto e incarnato.

Giungiamo, così, alla prima beatitudine, quella sulla povertà. Luca la presenta in maniera diretta e profetica: «Beati voi, poveri!», riflettendo i destinatari del suo Vangelo che erano in difficoltà sociale ed economica. Così aveva fatto anche Gesù interpellando la folla dei miseri con il “voi” e con la promessa essenziale della felicità del regno di Dio a loro riservata. Matteo adotta, al contrario, un linguaggio più sapienziale alla terza persona: «Beati i poveri...», anche perché il Gesù da lui tratteggiato è il nuovo Mosè che parla rivolto anche ai secoli futuri. Inoltre, apporta una precisazione: «Beati i poveri in spirito».

Questa aggiunta è stata spesso oggetto di equivoco perché, letta alla maniera occidentale, sembrerebbe riferirsi soltanto a un distacco spirituale dalle ricchezze e dagli agi e non a un comportamento reale di donazione agli altri e di sobrietà. In realtà, la puntualizzazione “in spirito” perfeziona la celebrazione della povertà comune a Matteo e Luca: la formula, che è nota anche nei documenti giudaici scoperti a Qumran sul Mar Morto, significa non una scelta astratta e ideale bensì radicale, che parta appunto dallo “spirito” per diventare norma dell’atteggiamento concreto. Siamo proprio nell’atmosfera delle beatitudini che non impongono un codice di leggi o regole, ma un’opzione totale, fondamentale e assoluta nei confronti dei valori evangelici.

Pubblicato il 09 febbraio 2012 - Commenti (2)

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Postato da Teresi Giovanni il 09/02/2012 18:37

Penso che povero nello spirito risulta colui che non avanza pretese di autosufficienza. La povertà interiore, nel senso di essenzialità etica personale, diventa l’ideale di vita che, in ambito giudaico consente all’individuo di aver accesso alla salvezza. L’uomo, nella sua condizione umana sostanzialmente priva di speranze per il futuro, accoglie la salvezza, ossia il modo di esistere proprio della trascendenza del Signore Dio, non come una conquista o un diritto, ma come un dono. Questa condizione interiore non esclude certo che la stessa mendicità economica e marginalizzazione sociale siano esperienze durevoli o temporanee anche per i poveri di cui il Gesù matteano qui si occupa. Coloro che sono vessati da una povertà causata dall’ingiustizia di ogni genere da parte di altri esseri umani o della “vita in sé” (orfani, vedove, disabili fisici e/o mentali) possono legittimamente rientrare in questo novero anche nella loro carenza di speranze per l’avvenire. Il fatto che tutti siamo uguali davanti a Dio significa che a ciascuno è dovuto quanto è richiesto per la sua sopravvivenza e per la sua realizzazione come persona. Nessuno deve essere giudicato per quanto è capaci di produrre, in campo sia economico che sociale o religioso, ma in base alla sua dignità umana. D’altra parte nessuno deve lavorare unicamente per la ricompensa che pensa di ricevere, in questo o nell’altro mondo, ma unicamente per un servizio d’amore verso il prossimo. Naturalmente ciò implica una formazione adeguata. Giovanni TERESI

Postato da Andrea Annibale il 09/02/2012 13:54

Vi sono due beatitudini che corrono parallele: sono la povertà in spirito e quella relativa agli operatori di pace che “saranno chiamati figli di Dio”. La pace come atteggiamento interiore che si relaziona con gli altri è condizione di pace sociale. Così, il distacco dai beni terreni che è necessario per servire Dio e non la ricchezza è presupposto per la povertà sociale ed economica intesa come costruzione di un mondo dove non dominano gli idoli del consumo e della ricchezza, ma piuttosto i criteri fondamentali che orientano il Regno. La povertà di spirito si fa fattiva costruzione di un mondo migliore quando il cristiano mette al centro la carità come criterio fondamentale delle relazioni con il prossimo, anziché il servire la ricchezza come un idolo. La ricchezza del cristiano è ciò che manda la Provvidenza, anche tramite il lavoro. Si può essere titolari formalmente di grossi patrimoni ma vivere come se non si possedesse nulla. La chiamata di Gesù ad una forma di vita piuttosto che un’altra è il criterio fondamentale ed ultimo per capire come relazionarsi alle ricchezze. A qualcuno è richiesto di vivere nel mondo e ad altri è richiesto di abbandonare il mondo. Questo è un mistero di Dio. Ognuno deve vigilare sulla sua chiamata particolare per la salvezza della propria anima, secondo il modo in cui Dio conduce le nostre esistenze. Non che ci sia una gradazione per cui ognuno decide se adattarsi o meno a questo valore evangelico della povertà (in spirito) ma, di fatto, il grado di santità che ognuno riesce a raggiungere è diverso, altrimenti non esisterebbero neppure i santi e i consacrati. Ci sono però diversi modi di raggiungere la salvezza, come mostrano le figure evangeliche di Zaccheo e del giovane ricco. La sequela di Cristo si modella nella concretezza di ciascuna esistenza, non è un paradigma astratto ai più irraggiungibile. La chiamata alla santità concreta e realizzabile è per tutti i battezzati. Facebook: Andrea Annibale Chiodi; Twitter: @AAnnibale.

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Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi è un cardinale, arcivescovo cattolico e biblista italiano, teologo, ebraista ed archeologo.
Dal 2007 è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

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