05
set

Quote rosa o politiche family friendly?

Quote rosa sì o no? Da tempo si discute sull'introduzione delle quote rosa nei board di amministrazione, grazie anche al recente iter parlamentare della legge discussa e approvata alla Camera e al Senato in primavera, che introduce una quota obbligatoria (25%) di donne nei consigli di amministrazione a partire da quelli rinnovati nel 2012.


Anche l'Economist si è interrogato sull'efficacia dell'introduzione per legge delle quote rosa, partendo dalla constatazione che le donne costituiscono ormai la metà della forza lavoro statunitense, ma il 15% delle presenze ai posti di comando (e tale percentuale scende al 10% in Europa). In un interessante articolo dal titolo piuttosto esplicito (The Wrong way to promote Women, ossia Il modo sbagliato di promuovere la presenza femminile) il giornale prende in considerazione le cause (ormai da tempo note e dibattute) che impediscono la presenza ai vertici delle donne (e, potremmo dire per l'Italia, la presenza delle donne in posti di dirigenza tout court).

Non solo tuttavia uomini che promuovono solo uomini, ma anche il fatto che le carriere di top management sono sempre più carriere globali, che richiedono spostamenti continui e sempre più difficilmente conciliabili con il ruolo familiare. 

(Cosa che, peraltro, suona vera anche per gli uomini - ma su questo non sembra esserci ancora un pensiero "aperto").

L'Economist si chiede allora se, invece di introdurre quote rosa che possono risultare rischiose anche per il benessere e la salute dell'azienda (la promozione "obbligatoria" di donne impreparate non è certo un bene per l'azienda) non sia il caso di promuovere politiche di conciliazione famiglia-lavoro realmente efficaci, utilizzando al massimo potenziale gli strumenti di comunicazione che in questi ultimi anni si sono andati affermando: "I manager incontrano quotidianamente tutto il loro staff? La tecnologia rende il telelavoro molto più semplice (e facilita la possibilità di fare networking al di là dei classici luoghi di incontro tra uomini, il bar e il campo da golf). Le aziende più sagge tenteranno di rimuovere le barriere che impediscono alle donne di crescere, anche se la proporzione delle donne nelle posizioni di top management potrebbe rimanere inferiore a quanto desiderato dai Governi, in parte anche perché i pregiuidizi nei confronti delle donne hanno radici ben più profonde. Ma le aziende che affronteranno la questione nel modo più innovativo vinceranno la sfida dei talenti, e ne guadagneranno il premio." 

Questa ultima frase mi sembra davvero efficace: sta forse iniziando a entrare nella coscienza collettiva delle aziende che le politiche di conciliazione famiglia-lavoro non sono solo un costo, ma un investimento per attrarre talenti? Quanto tempo ci impiegherà, questa convinzione, per attraversare l'Atlantico?

L'articolo integrale sull'Economist: qui

Immagine: Keystream

Pubblicato il 05 settembre 2011 - Commenti (0)
11
feb

Scommettete sulle mamme: e farete impresa

Se nell'ultimo post (ossia qui) ho parlato delle discriminazioni sempre più pesanti che le mamme devono sopportare sul luogo di lavoro e particolarmente nelle aziende (italiane, ma non solo), oggi vorrei parlarvi invece di un'azienda che proprio sulle mamme ha deciso di scommettere.


L'azienda, un'impresa familiare con 450 dipendenti (tra i quali un'alta percentuale di donne), ha infatti lanciato ieri a Milano un'interessante iniziativa, Mamme fanno Impresa, in collaborazione con GiGroup,  Moms@Work e Confesercenti. Preca Brummel, questo il nome dell'azienda, produce abbigliamento per bambini 0-16 anni con i marchi Brums e Bimbus (i più conosciuti), Mek e Suomi e già lo scorso anno aveva fatto parlare di sé per aver assunto, nei propri punti vendita, commesse mamme: d'altronde, chi meglio di una mamma può dare consigli su come vestire un bambino?

Mamme fanno Impresa fa un passo avanti: il progetto prevede infatti di coinvolgere mamme che vogliano diventare imprenditrici nel piano di apertura di nuovi negozi in franchising nei prossimi tre anni. La cosa interessante di questa iniziativa riguarda l'aspetto della conciliazione ed in particolare l'accordo, nato appunto dalla collaborazione con GiGroup e Moms@Work, di assicurare alla mamma imprenditrice una sostituzione per tre settimane all'anno, nei primi tre anni di attività. Oltre a questo, una borsa di studio di 5 anni, riscattabile al compimento del 18esimo compleanno del figlio, e un guardaroba Brums di 1.000 € all'anno per ogni figlio.

Perché le mamme, si chiederà qualcuno. Perché, come mostrano anche parecchi studi, le donne (cito dal sito) "sono determinate, flessibili, con grandi capacità di problem solving e predisposizione alle relazioni umane. D’altronde, mandare avanti una famiglia, magari con più figli, è un’ottima scuola di business management. In più, le mamme sono fortemente motivate a svolgere un’attività in proprio, per avere maggior autonomia nel dividere il proprio tempo tra lavoro e famiglia."

La scommessa è degna di nota, soprattutto per la capacità dei vertici aziendali di gestire la crisi e di immaginare nuovi modi di "andare oltre". Guardate i video della presentazione qui

Pubblicato il 11 febbraio 2011 - Commenti (0)
01
feb

Discriminazioni formato mamma

Se siete una neo-mamma e state cercando lavoro, sappiate che la strada è tutta in salita. I motivi? I pregiudizi dei datori di lavoro che incombono su di voi.

Secondo una recente indagine condotta da Pr Marketing per la multinazionale Regus e pubblicata su Terra (trovate l'articolo qui) sull'intenzione di assumere, per il 2011, mamme che lavorano o che tornano a lavorare. Solo il 36% degli intervistati ha affermato di avere intenzione di assumere questa "categoria" di lavoratrici, contro il 44% dello scorso anno. L'Italia, al solito, è il fanalino di coda: solo il 28% delle aziende ha affermato di voler coinvolgere un mamma (il 36% ha dichiarato di aver bisogno di assumere personale).

I motivi? La convinzione che le mamme dimostrino poca flessibilità e il terrore che una neomamma che torna a lavorare possa rimanere nuovamente incinta di un secondo figlio. D'altronde, mostrano laconicamente i dati, in Gran Bretagna dove il congedo di maternità è stato recentemente innalzato fino al compimento dell'anno del figlio, la propensione ad assumere madri è crollata.

Che dire? I dati si commentano da sé, a parte il fatto che la parola flessibilità risulta (ancora e sempre) una delle più bistrattate nel vocabolario lavoristico italiano. Forse proprio da una riflessione su cosa sia flessibilità si potrebbe ripartire per una seria riflessione sull'argomento.

Pubblicato il 01 febbraio 2011 - Commenti (0)

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Autore del blog

Famiglia e Lavoro

Lorenza Rebuzzini

Laureata in filosofia, mamma di due bambini, per me la conciliazione famiglia-lavoro è pratica quotidiana e oggetto di riflessione da quando, nel 2005, inizia la mia collaborazione con il Cisf per il Nono Rapporto Cisf su Famiglia e Lavoro. Qui riprendo le fila del discorso...

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