06
giu

Palestrina

Ci sono opere, soprattutto “sacre”, che hanno acquisito una dimensione leggendaria. Ed è la sorte che è toccata alla Missa Papae Marcelli, pagina universalmente nota della produzione di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Già a pochi decenni dall’epoca della sua composizione venne riconosciuta come modello per la riforma della musica sacra polifonica attorno alla metà del Cinquecento. Ed anche se a partire dall’Ottocento l’esegesi palestriniana ne ha ridimensionato gli aspetti leggendari, la grandezza di Palestrina, la bellezza delle sue pagine e della sua Messa rimangono punti saldi della storia della musica e gemme preziose dell’immenso tesoro d’arte del nostro Paese:


La volontà di Palestrina, espressa nella dedica del suo Missarum Liber secundus è stata quella di “decorare” la celebrazione eucaristica, ricorrendo a una “nuova maniera” (novo modorum genere) ispirata dal consiglio “di uomini assai austeri e religiosissimi”. Ma tutto ciò cosa genera in chi ascolta oggi la sua Missa? Forse la parola che meglio riassume l’emozione d’ascolto è una: poesia. La sua musica riesce infatti ad essere ricca, complessa, armonicamente scintillante, ma al tempo stesso pura capace di elevarci verso il Divino.


 

Pubblicato il 06 giugno 2013 - Commenti (0)
28
mag

Bruckner: la Messa e il genere sacro

Ci sono compositori per i quali la fede cattolica è stata una compagna di vita, e scrivere musica sacra ha rappresentato un’esigenza, ma anche un obbligo morale: Anton Bruckner non avrebbe mai potuto trascurare il genere sacro. Di lui Liszt ebbe a dire che viveva solo "per Dio e per la musica". Legatissimo ai suoi luoghi di provincia (riposa in una cripta sotto il "suo" organo a Sankt Florian), scrisse le prime pagine corali e sacre da ragazzo e le fece coesistere con la composizione di danze popolari per le feste paesane: perché elevazione religiosa e semplicità popolare convivevano in lui.

E tutto questo, unito alle sue straordinarie qualità di sinfonista e contrappuntista, ci fa comprendere lo spirito e l’intensità di una Messa che è la più importante per dimensioni ed esito delle 3 scritte da Bruckner. Una pagina che guarda come modello alla Missa solemnis di Beethoven e che Bruckner ha pensato per la sala da concerto e non per la chiesa. Proprio per far riverberare la sua fede nel quotidiano della gente, nel manifestarsi dell’evento artistico. Dimostrando con le sue opere che il rito mondano del concerto è sempre un momento di arricchimento, un’occasione che può addirittura riflettere il Divino.



Giorgio Vitali

Pubblicato il 28 maggio 2013 - Commenti (0)
21
mag

Bach: Cantante

Immaginiamoci che ogni settimana, per mesi e mesi, nel corso della celebrazione della messa della domenica si abbia l’occasione di ascoltare una sorta di drammatizzazione in musica delle Letture: con l’alternanza di cori, parti solistiche, e pagine dalle melodie a noi già note. Ed immaginiamo che queste drammatizzazioni vengano prodotte dalla mente di uno dei più grandi geni della storia della musica. Cosa possiamo aspettarci? Una gioia per l’orecchio e lo spirito. Una gioia che mai cesserà di esistere e di prodursi e per la quale dobbiamo rivolgere il nostro pensiero riconoscente al più umile e grandioso dei compositori: Johan Sebastian Bach.

 

Anche se solo una parte delle 300 cantate composte da Bach sono giunte a noi (195), molte di esse, oltre a rimanere nella loro collocazione liturgica, sono divenute delle pagine di repertorio, eseguite in ogni angolo della terra da orchestre specializzate, da compagini da camera e sinfoniche. E questo perché, in aggiunta a tutti i valori delle Cantate, il genio di Bach ha espresso melodie di una bellezza celestiale. Le 3 Cantate presentate dal cd ne sono un esempio. E poche battute bastano a conciliarci con la Musica, col suo Autore e con l’Onnipotente.








Giorgio Vitali

Pubblicato il 21 maggio 2013 - Commenti (0)
15
mag

Grandeur parigina e musica sacra

La cattedrale parigina di sant’Eustasche dove risuonarono le note del Te Deum di Berlioz (Scala)

Del compositore francese Hector Berlioz (1803-1869) abbiamo già parlato a proposito della sua Messa solenne il cui manoscritto fu ritrovato nel 1991. Questo secondo appuntamento è dedicato all’ascolto del suo Te Deum Laudamus, l’inno di ringraziamento che viene anche oggi cantato nelle chiese la sera del 31 dicembre come ringraziamento per l’anno che si sta concludendo.
L’inno del Te Deum viene anche eseguito nella cappella Sistina prima del scioglimento del conclave per l’elezione del nuovo Papa. L’idea che sta dietro all’esecuzione di questa versione del Te Deum scritta da Berlioz con grande libertà compositiva tra il 1848 e il 1849 (sottoponendo fortemente le parole alle esigenze musicali) è fortemente drammatica, secondo il clima culturale del romanticismo che celebrava la grandeur della Francia di Napoleone III e della Restaurazione.


La prima rappresentazione del Te Deum di Berlioz si tenne a Parigi nel 1855 in occasione dell’inaugurazione dell’Esposizione Universale. L’esecuzione avvenne in St. Eustache, la seconda chiesa parigina per dimensioni, dove re Luigi XIV fece la sua prima comunione e vi fu la prima della Grande Messa di Liszt.
Qui, nel cuore dell’antico quartiere di Les Halles, tra le grandiose navate innalzate in stile gotico-rinascimentale tra il XVI e il XVIII secolo, le note del Te Deum risuonarono in tutta la loro potenza e grandezza. Dopo l’esecuzione Berlioz scrisse a Liszt: «È stata una cosa colossale, degna di Babilonia e di Ninive... io Ti assicuro che questa è un’opera gigantesca: il Judex oltrepassa tutte le smisurate proporzioni di cui mi sono già reso colpevole».



Alfredo Tradigo

Pubblicato il 15 maggio 2013 - Commenti (0)
14
mag

Berlioz: Te Deum

Monumentale, titanica, teatrale, romantica, visionaria, mondana. La musica di Hector Berlioz non lascia mai indifferenti: ma gli elementi che per primi colpiscono l’ascoltatore sono lo spessore e la ricchezza sonori e la rutilante fantasia melodica.
Come tutto questo si sia adattato alla musica sacra lo abbiamo già commentato a proposito della sua Messa solenne. Il “gesto” compositivo di Berlioz è un gesto forte, come ben sa chi ama le sue opere profane: come la famosissima Sinfonia fantastica.
Ma Berlioz è anche capace di stupire per la sua vena poetica, come nella stupenda Marcia dei pellegrini dell’Aroldo in Italia:

Il Te Deum somma questi due caratteri della musica di Berlioz. Sa giungere al cuore per certi suoi passaggi che ci invitano all’inno ed al canto.
Ma sa soprattutto trascinarci. Del resto il Te Deum è un canto di lode, di ringraziamento, di vittoria: Berlioz lo ricava da un progetto di sinfonia per celebrare la gloria di Napoleone E qualche anno fa il Tibi omnes venne usato per l’apertura delle Olimpiadi di Sidney.
E’ insomma profondamente vicino alla natura di Berlioz: compositore che sa stupire, ma lascia impressioni indelebili.






Giorgio Vitali

Pubblicato il 14 maggio 2013 - Commenti (0)
08
mag

Pergolesi: uno Stabat Mater commovente

26 anni. Sono bastati a Giovanni Battista Pergolesi per regalare alla musica italiana ed al mondo intero alcune gemme nelle quali si riconosce un genio che guarda negli occhi pochi altri geni: Mozart, Monteverdi, Bach, Beethoven. E la domanda sorge spontanea: cosa ci avrebbe lasciato se fosse vissuto più a lungo?
L’ascolto del suo Stabat Mater non cesserà mai di sconvolgerci e commuoverci. Perché è una delle pagine più toccanti che siano mai state scritte. Ogni battuta musica ci proietta nella sofferenza della Passione:

Sensazioni che si provano anche all’ascolto del suo Salve Regina. In entrambi i casi il termine che è stato più frequentemente usato è “perfezione”. Perché Pergolesi, in quelle che secondo molti storici sono le ultime composizioni della sua breve vita, raggiunge la sintesi alla quale tutti i grandi aspirano: scrive pagine “nuove” per assecondare la sete di musica di committenti e pubblico, riuscendo ad infondere nelle stesse il suo genio, ma soprattutto la sua anima.
E, nel caso dello Stabat o del Salve Regina possiamo parlare di un “miracolo” che si produce in chi ascolta: la percezione di soffrire, sperare, contemplare con gli occhi ed il cuore dell’Autore.



Giorgio Vitali

Pubblicato il 08 maggio 2013 - Commenti (0)
08
mag

Il pianto di Maria interpretato da Pergolesi

Bartolomeo Riccio (1500-1571/3) Crocifissione Siena Coll. Chigi Saracini

L’Addolorata, la Madonna dei sette dolori, la Madonna delle sette spade. Immagini che l’arte ha fatto proprie nei secoli e che richiamano le parole profetiche dell’anziano Simeone rivolta a Maria che nel tempio presentava il Bambino Gesù per la circoncisione: “Anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Luca 2,35).
Prima dell’arte visiva però venne l’arte della parola: il celebre testo Stabat Mater scritto da Jacopone da Todi a esprimere il dolore della Vergine Maria sotto la croce davanti al Figlio morente.
Scriveva Jacopone: “Fammi o Vergine provare i tuoi stessi dolori”. Per il fedele si tratta di immedesimarsi nel dolore di Maria, di riviverlo in sé. Sono parole il cui impatto emotivo viene moltiplicato dalla musica dei grandi compositori che si sono cimentati con lo Stabat mater.
In particolare la versione di Giovanni Battista Pergolesi è tra le più famose e fu realizzata negli ultimi anni di vita del compositore nato a Jesi nel 1710 e morto giovanissimo di tubercolosi nel 1736 all’età di 26 anni. Iniziata a Napoli, l’opera venne completata nel convento dei cappuccini di Pozzuoli dove Pergolesi viveva sotto la protezione del duca di Maddaloni.
Si tratta di un brano per soprano, contralto, archi e basso commissionato dalla Confraternita di San Luigi di Palazzo sotto il titolo della Vergine dei dolori.
In quel periodo Pergolesi musicò anche quattro antifone mariane: il Salve regina, Regina Cieli, Ave Regina Coelorum e Alma Redemptoris Mater. Pergolesi venne sepolto a Pozzuoli nella fossa comune della Cattedrale di San Procolo.

Alfredo Tradigo

Pubblicato il 08 maggio 2013 - Commenti (0)
01
mag

I capolavori di Monteverdi: non solo profano

Claudio Monteverdi è una gloria italiana. La sua musica è infatti uno dei monumenti che rendono il nostro patrimonio artistico unico ed insuperabile. Monteverdi è anche un pilastro della storia della musica: e come tutte le figure centrali ha raccolto le eredità del passato, se ne è impossessato, e partendo da quelle ha creato il “nuovo”. La sua passione per il teatro musicale ha regalato al nostro Paese gemme sublimi, come l’Orfeo. Del quale qui sentiamo la famosa Toccata:

Quando il suo genio ha spostato il proprio sguardo dal profano al sacro, si è prodotto lo splendore di opere come il Vespro della Beata Vergine, o del Magnificat. Anche accostandosi ad una selezione della monumentale  opera dedicata alla Vergine o ad una delle due versione del Magnificat come nel caso di questo cd, l’emozione d’ascolto ci porta a comprendere che ci troviamo di fronte ad una summa.
Antico (canto gregoriano), e moderno (sotto forma di innovazioni armoniche, melodiche e formali straordinarie) convivono nel fluire di un’opera sulla quale rimangono molti interrogativi dal punto di vista storico, ma nessun dubbio sull’unicità. Perché le vette del Sacro e della Musica sono qui raggiunte ad ogni battuta.

E Monteverdi riesce addirittura a trasformare la Toccata profana in melodia sacra!:



Giorgio Vitali

Pubblicato il 01 maggio 2013 - Commenti (0)
30
apr

Monteverdi: toccare il cielo con un dito

Tiziano: Assunta Venezia, 1516-1518. S. Maria Gloriosa dei Frari (Scala)

Il Vespro della beata Vergine composto da Claudio Monteverdi  (nato a Cremona nel 1567) fu pubblicato a Venezia nel 1610. I brani seguono la liturgia dei vespri e sono adattabili a molte festività mariane. Si inizia con cinque salmi cui succede un inno con brani tratti dal Cantico dei Cantici. Chiude un Magnificat a sette voci. Con quest’opera Monteverdi rivoluzionò la storia della musica con novità che giunsero fino a Mozart. Monteverdi morì a ed Venezia nel 1643 e le sue spoglie vennero sepolte in una semplice tomba terragna nella cappella dei Milanesi presso la Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari di Venezia dove è esposta la famosa tela dell’Assunta capolavoro di Tiziano: immagine che, come la musica di Monteverdi, sale al cielo.

 

“L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio salvatore… ha esaltato gli umili” cantano le note del Magnificat.  E nel grande telero di Tiziano Maria ascende al cielo tra canti di angeli festosi mentre gli apostoli tendono le mani verso la gloriosa visione che sembra compiersi tanto vicina alla terra,  così vicina che uno degli Apostoli con un braccio sfiora una nuvola.  Nella Pala dell’Assunta di Tiziano il cielo è tirato giù come un sipario, così vicino alla terra da incombere sugli apostoli che sembrano “sfiorarlo con un dito”.

 

Stessa funzione ha la musica di Monteverdi che porta il cielo quaggiù a livello della nostra dimensione terrena. La musica e l’arte sono opera dell’uomo che presta la sua mano al Dio creatore che, incarnandosi in Cristo, si è incarnato in ogni uomo. In questa ottica si può rileggere e reinterpretare il  salmo 19: “Non è linguaggio e non sono parole, / Di cui non si oda il suono. //
Per tutta la terra si diffonde la loro voce, / E ai confini del mondo la loro parola”.

Alfredo Tradigo

Pubblicato il 30 aprile 2013 - Commenti (0)
24
apr

Rossini e il suo Stabat Mater

In questo percorso fra i capolavori della musica sacra si è già detto che l’ispirazione e la motivazione che hanno spinto i grandi compositori a concepire le loro opere divergono da un caso all’altro. Ma, come sostiene un autore d’oggi, Gianvincenzo Cresta, “ scrivere per il sacro significa comunque comunicare con il Divino attraverso la musica”. Gioachino Rossini è molto riluttante nell’affrontare la composizione di uno Stabat Mater, consapevole dell’inarrivabilità del precedente capolavoro di Pergolesi. In circostanze curiose (un prelato spagnolo desiderava possedere un suo autografo) il Pesarese inizia però la stesura di una pagina la cui teatralità è adattissima ai grandi interpreti delle sue opere liriche, come mostra questo video:

Dopo varie vicissitudini Rossini completa la stesura dell’opera (rimasta a lungo incompiuta) e la fa eseguire prima a Parigi e poi a Bologna (con la direzione di Donizetti). E’ un grande successo, per una versione dello Stabat volutamente non mistica. Ma intensa dal punto di vista dell’ispirazione, dell’inventiva e della struttura armonica. Nella quale lo spirito religioso, come è giusto che sia, non si maschera, ma riflette la natura ed il genio dell’Autore.



Giorgio Vitali

Pubblicato il 24 aprile 2013 - Commenti (0)
23
apr

Rossini e Delacroix cantano il dolore di Maria

Eugene Delacroix, La Pietà, 1850 olio su tela Oslo, Nasjonalgalleriet

Irresistibile compositore di opere come Il Barbiere Di Siviglia (1816) e il Guglielmo Tell (1829), Gioacchino Rossini (Pesaro, 1792 - Parigi, 1868) visse la maggior parte della sua vita a Parigi e scrisse nel 1832 uno Stabat Mater che fu accolto con un entusiasmo incredibile.
La prima esecuzione pubblica ha luogo a Parigi nel 1842. «Il nome di Rossini è stato gridato tra gli applausi. L’intera opera ha trasportato il pubblico. Il trionfo era completo. Si sono dovuti ripetere tre numeri… e il pubblico ha lasciato il teatro commosso e colto da un’ammirazione che presto ha conquistato tutta Parigi». L’opera riscuote un successo straordinario.
La prima italiana avviene il 4 marzo 1842 nella Chiesa di Sant’Antonio a Milano, seguita dall’esecuzione in forma privata a Firenze, il 14 marzo, in casa MacDonald. A Bologna, nella grande sala dell’Archiginnasio, le sere del 18, 19 e 20 marzo 1842, l’opera viene eseguita in forma pubblica. Rossini contribuisce personalmente all’allestimento e, come direttore dell’orchestra, viene chiamato Gaetano Donizetti.

A Rossini, compositore romantico intriso di ideali patriottici e risorgimentali, possiamo accostare un pittore come Eugene Delacroix, anch’egli acceso di sentimenti patriottici e rivoluzionari. Entrambi si interessano alla storia, al mito, al racconto popolare. Nonostante la laicità di entrambi quando si occupano del sacro Rossini e Delacroix – che vivono entrambi nel clima culturale della Parigi della prima metà dell’Ottocento – lo fanno con risultati sorprendenti. Delacroix è autore di una vibrante Pietà che possiamo accostare per forza e sentimento del colore alle note dello Stabat Mater del geniale musicista pesarese.

Alfredo Tradigo

Pubblicato il 23 aprile 2013 - Commenti (0)
18
apr

Fauré, un requiem che sa di poesia e serenità

Poesia. E’ la definizione che più si avvicina allo spirito, alla purezza, al respiro del Requiem di Gabriel Fauré. Scritto per “le esequie di un parrocchiano qualunque” (che in realtà erano i solenni funerali di Joseph-Michel Le Soufaché, celebre architetto), il Requiem ci regala una straordinaria visione della morte. Delicatissima:  “come una lieta liberazione, un’aspirazione alla felicità dell’aldilà e non un doloroso trapasso” per usare le parole del grande Autore, certamente influenzate dalla scomparsa di entrambi i genitori avvenuta nel periodo della composizione. Una visione cullata dalla melodia sublime di un Sanctus che sembra cantato dagli angeli:

Del resto l’eliminazione di un episodio così drammatico come il Dies Irae appare una scelta significativa. Fauré mostra insomma una grande “fiducia nel riposo eterno”.  E ci trasmette una serenità che non è un puro piacere d’ascolto, ma un vero abbandono allo scorrere della bellezza. Non per nulla egli recupera per il suo Requiem dall’antica tradizione l’In paradisum finale. Regalando a molti cori (come il Winchester Cathedral Choir di questo filmato) la gioia di poter intonare un capolavoro:





Giorgio Vitali

Pubblicato il 18 aprile 2013 - Commenti (0)
16
apr

Un requiem che è quasi una ninna nanna

Danza funebre. Ruvo, Puglia affresco tombale etrusco. Napoli, Museo Archeologico Nazionale (Scala).

Una concezione serena della morte affiora dal Requiem del compositore francese Gabriel Faurè 1845 - 1924) scritto già nel 1887 ma la cui versione completa  fu eseguita il 12 luglio 1900 all’Esposizione Mondiale di Parigi riscuotendo un immediato successo. Ecco le considerazioni dello stesso Faurè: «Ho scritto il mio Requiem senza motivo, per il piacere di farlo, se così posso dire. È stato eseguito alla Madeleine per le esequie di un parrocchiano qualunque. Si è detto che quest’opera non esprime il terrore della morte; qualcuno l’ha chiamata una berceuse funebre. Eppure è così che io sento la morte: come una lieta liberazione, un’aspirazione alla felicità dell’aldilà e non un doloroso trapasso.  Può darsi che io abbia tentato di uscire dalle convenzioni, dopo tutti gli anni in cui ho accompagnato all’organo le funzioni funebri. Ho voluto fare un’altra cosa».

 

Le parole di Faurè sembrano quelle di un saggio pensatore che vede la morte come sonno e oppone a una visione lugubre del trapasso finale la speranza cristiana della Vita dopo la vita. Eterna naturalmente come eterna è la musica. E che fa pensare, ascoltandola, che la musica di grandi autori come Fauré sia la colonna sonora ideale per ben vivere e ben camminare verso quella vita eterna che la genialità dei musicisti anticipa già per noi oggi qui sulla terra. Ascoltiamoli.      

 

Alfredo Tradigo

Pubblicato il 16 aprile 2013 - Commenti (0)
11
apr

Berlioz, la musica intima che stupisce

Una collana dedicata alla grande musica di ispirazione sacra non può che comprendere “voci” ed ispirazioni molti diverse fra di loro. Da un autore fantasmagorico come Hector Berlioz ad esempio è difficile immaginarsi una musica intima, che stimoli la riflessione ed il silenzio. Eppure Berlioz ha scritto pagine sacre straordinarie!
Certo, già dal titolo la sua Messe Solennelle induce a pensare a quelle architetture sinfoniche, piene di colori, colpi di scena, melodie, effetti che hanno fatto di Berlioz l’incarnazione del Romanticismo. E l’ascolto di uno degli episodi chiave non fa che confermare questo pensiero:


Scritta a 20 anni, eseguita da allievi del Conservatorio, apprezzata dagli insegnanti e da chi la ascoltò, la Messa andò poi perduta. Solo in anni recenti la partitura è stata ritrovata: ed in Italia è stato Riccardo Muti a farla di nuovo rivivere. Dopo di lui, molti interpreti hanno compreso e valorizzato una pagina di straordinaria suggestione. Nella quale non mancano affatto momenti di pura poesia:




Giorgio Vitali

Pubblicato il 11 aprile 2013 - Commenti (0)
10
apr

La Montmartre di Berlioz e Utrillo

Maurice Utrillo (1883-1955) La casa di Berlioz. Parigi, Orangerie.

“Salta fuori dalle casse di legno di quercia nella cantoria della chiesa di San Carlo Borromeo ad Anversa, in Belgio. un voluminoso spartito musicale, circa quattrocento pagine vergate da Hector Berlioz”. Così nel novembre del 1992 il Corriere della Sera dava la notizia del ritrovamento del prezioso manoscritto della Messa solenne che il compositore francese, nato a Côte-Saint-André l’ 11 dicembre del 1803, aveva scritto all’età di ventidue anni.

La Messa è stata eseguita ai nostri giorni, dopo un silenzio di due secoli, nelle due chiese parigine dove fu diretta per la prima volta nel 1825 e per la seconda volta nel 1827 dallo stesso Berlioz che così ricorda l’esecuzione: «Fui colto da un tremore compulsivo che cercai di tenere sotto controllo sino alla fine del movimento, benché poi fui costretto a sedermi e a lasciar riposare l’orchestra per un po’. Non sarei potuto rimanere ancora in piedi e avevo paura che la bacchetta potesse scivolarmi di mano». Dopo un brillante carriera di compositore ma soprattutto di direzione d’orchestra Berlioz muore a Parigi l’8 marzo del 1869 e viene sepolto nel cimitero di Montmartre. 



Qualche decennio dopo, siamo nel 1883, nasce a Parigi, nel quartiere di Montmartre uno degli artisti maledetti, Maurice Utrillo. La madre è una ragazza diciottenne che faceva da modella agli artisti e il giovane Maurice cresce senza padre in un ambiente difficile, è dedito all’alcool e soffre di disturbi psichici. Tuttavia si afferma fino a ricevere la Legione d’onore. Utrillo riprende e interpreta la casa dove Berlioz viveva a Parigi vicino al Sacre Coeur. La semplicità e la povertà dell’abitazione ci dicono della condizione di vita del musicista che all’iniziò della sua carriera rinunciò a studiare medicina per andare al Conservatorio e che per mantenersi faceva il corista. Anche Utrillo come Berlioz fu sepolto nel cimitero di Montmartre.

Alfredo Tradigo

Pubblicato il 10 aprile 2013 - Commenti (0)


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