Don Sciortino

di Don Sciortino

Don Antonio Sciortino è il direttore responsabile di Famiglia Cristiana. In questo blog affronterà le tematiche riguardanti la famiglia e le questioni sociali, dalla disoccupazione, all'immigrazione all’impegno dei cristiani.

 
28
feb

Niente lavoro ma porte in faccia

Èla prima volta che scrivo a Famiglia Cristiana. Non mi aspetto soluzioni, ma devo esternarle il mio stato d’animo che, in questo momento, mi fa star male. Ho aspettato per troppo tempo che mia figlia avesse un lavoro. Le ho dato la possibilità di studiare e laurearsi, con eccellenti risultati. Ha un curriculum invidiabile per titoli e referenze. Eppure, le porte le si chiudono in faccia. Non trova lavoro. L’ultima delusione è di qualche giorno fa. A quarant’anni si ha l’esigenza di essere indipendenti dai genitori e non di vivere a carico loro. So che tante giovani si offrono come merce in cambio di un lavoro. Sarà triste, ma non ci sono alternative. Purtroppo, bisogna vivere. E vivere vuol dire avere i soldi per mangiare e pagare l’affitto. A che serve essere onesti in un mondo di corrotti? Anche la fede in Dio vacilla. Certo, ci sono situazioni peggiori, ma è duro vedere mia figlia depressa e senza speranza, dopo l’ennesimo rifiuto. Non so più come aiutarla. Ho solo voglia di gridare la mia rabbia contro questo mondo di furbi e disonesti. 

                                                                                                                               Luciana

La rabbia è cattiva consigliera, anche se non mancano le ragioni per gridare al mondo la propria delusione. E per imprecare contro un mondo di furbi, corrotti e disonesti che fanno terra bruciata attorno ai sogni di chi, dopo anni di impegno e studi, trova solo porte serrate alle richieste di lavoro. Invidiare, però, le scorciatoie che altre persone praticano, con disinvoltura e senza remore morali, mettendo in dubbio la propria fede in Dio, non è la via da seguire. Anche se vedere la propria figlia quarantenne andare in depressione, nonostante le tante qualità, può sembrare il fallimento di una mamma. Ma così non è, non c’è da colpevolizzarsi. Le responsabilità vanno cercate altrove.

Pubblicato il 28 febbraio 2012 - Commenti (4)
22
feb

Il lavoro e la festa

Sono una mamma credente, con due bambini. Lavoro non per scelta, ma per necessità. E faccio fatica a conciliare tutto. Ma, almeno, la domenica posso dedicarla alla famiglia, andare a Messa, pranzare tutti insieme, fare una passeggiata o andare all’oratorio. Mi metto, però, nei panni di una povera commessa che, grazie alla liberalizzazione degli orari dei negozi, dovrà lavorare anche nei giorni festivi. Certo, ci sono lavori socialmente utili che non si possono fermare. Ma è proprio necessario fare la spesa di domenica e togliere un altro giorno alla famiglia? La Chiesa dovrebbe intervenire. 

                                                                                                                          Barbara G.

«E il settimo giorno, Dio si riposò». Così è scritto nella Bibbia. Ma questo non vale per noi dipendenti del commercio. La domenica non è più un giorno di festa, da trascorrere in armonia con la propria famiglia. E andare a Messa, per chi ci crede. Tutto ciò ci è impedito dal Governo Monti. Mi dispiace che nessuno tuteli i nostri diritti. Neppure il suo settimanale ne ha parlato. Come mai? 

                                                                                                                               Daniele

Mi spiace dovervi smentire, cari Barbara e Daniele. La Chiesa è intervenuta in più occasioni. Di recente, a gennaio, il cardinale Bagnasco ha detto parole chiare al Consiglio permanente della Cei. Ma anche sulle nostre pagine e su FC on-line non sono mancati interventi a difesa della domenica come “giorno del Signore” e momento di ritrovo per la famiglia. Non più tardi della settimana scorsa, il nostro teologo, Luigi Lorenzetti, ci ha ricordato come una società civile deve darsi una giusta legislazione sul lavoro. «Non è proprio un modello di società», ha scritto, «quello che vede le persone, per tutta la giornata e buona parte della notte, in negozio o in ufficio, quasi che tutto il resto sia secondario. La preoccupazione aumenta se questa logica occupa anche la domenica e i giorni festivi». Il riposo, la festa e le relazioni familiari non vanno sacrificati al “dio consumismo”.

Pubblicato il 22 febbraio 2012 - Commenti (11)
22
feb

Sanremo: le prediche surreali del "profeta"

Errare è umano, perseverare è davvero diabolico. È quanto ha fatto Celentano al Festival di Sanremo, con due attacchi, a distanza di giorni, a preti, frati, vescovi. Con due sole eccezioni: don Gallo e don Mario. In particolare, si è scagliato contro Avvenire e Famiglia Cristiana. Tutti colpevoli di non parlare di Paradiso e di Dio, ma soltanto di politica e delle vicende di questo mondo.

Il “molleggiato” come cantante non si discute. Le sue canzoni fanno parte della storia della musica italiana. Ma all’artista manca una piccola virtù cristiana: l’umiltà. Ma anche il senso del limite. Che, forse, può aver recuperato quando dall’Ariston, per la prima volta, gli hanno urlato “basta” agli sproloqui. Ma anche le sue pause e i silenzi sono insopportabili. Più che “eloquenti”, esprimono un vuoto di idee. Ci è parso patetico vederlo destreggiarsi su terreni a lui inconsueti, come la teologia. Soprattutto, quando assume l’aria del “predicatore” o del “profeta”.

«Gli argomenti alti», ha detto il presidente della Rai Garimberti, «andrebbero toccati in altro contesto e con ben altro livello intellettuale». L’attacco a Famiglia Cristiana e ad Avvenire ha dimostrato che Celentano non legge la stampa cattolica. Certo, per il “re degli ignoranti” non è una colpa. Ma se si aggrediscono due giornali, invocandone la chiusura (naturalmente, nel nome della libertà!), bisognerebbe almeno documentarsi. Parlare a ragion veduta. E non mosso dall’acredine per una critica, mal digerita, ai suoi esosi compensi.

Paradossalmente, al di là del clamoroso successo di audience, Sanremo è stata una sconfitta per Celentano. Gli si ritorcerà contro come un boomerang. Ha vinto una battaglia, ma perso la guerra. I fischi e l’interruzione del suo monologo in eurovisione ne sono il segno. Mai successo prima per un artista del suo calibro. Nonostante il soccorso di un patetico Morandi. Celentano ha dato un duro colpo, forse mortale, anche al Festival di Sanremo, che ha sacrificato tutto alla logica dell’audience. A cominciare dal buonsenso.

Ma dal disastro non s’è salvata nemmeno la Rai, smarrita e ipocrita, che all’Ariston plaudiva alle battute di Celentano. Una Rai soggiogata dal clan del “molleggiato”, cui ha permesso tutto. Se è vero che in democrazia ciascuno è libero di esprimere le proprie critiche, questo non lo si può fare senza contraddittorio su una Tv pubblica, pagata con il canone di tutti. Soprattutto se le parole hanno il sapore di una vendetta. Non basta qualche scusa “privata” a chiudere il caso.

Un grazie, infine ai lettori e a tutti coloro che ci hanno manifestato solidarietà (QUI trovate una valanga di interventi), anche sottoscrivendo un nuovo abbonamento. È la migliore risposta a Celentano. Nel frattempo, l’ho abbonato a Famiglia Cristiana. Così, potrà leggere il commento ai Vangeli del cardinale Tettamanzi, la rubrica di monsignor Ravasi, le risposte del teologo, le pagine sul Catechismo... e tutto il resto, che serve a vivere una fede meno disincarnata. Come ci ricorda la Bibbia: «La gloria di Dio è l’uomo vivente».

Pubblicato il 22 febbraio 2012 - Commenti (17)
15
feb

Grillo e i nuovi cittadini

Sono un attivista del Movimento 5 Stelle. In passato le ho scritto per dire che ero vicino a lei quando veniva attaccato, secondo me ingiustamente, da vari esponenti del precedente Governo. Ora mi faccio vivo per dirle che non condivido la frase «non ci spaventino i populismi di destra e sinistra, che vogliono ostacolare questo cammino di civiltà, si chiamino Lega o Beppe Grillo», pubblicata sul vostro “Primo piano” (FC n. 6/2012). La posizione del Movimento 5 Stelle, di cui Beppe Grillo è fondatore e promotore, parte dal presupposto che, oggi, le risorse della nazione sono appena sufficienti a mantenere i bisogni minimi dei nostri connazionali. Da ciò ne consegue che dare la cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia (ius soli), senza regole ben definite, è un’ipotesi fuori luogo e demagogica. Si potrebbe pensare a una cittadinanza dopo un percorso di scuola obbligatoria, requisito minimo per acquisire una certa “italianità”, che nulla ha a che fare con lo ius sanguinis, ormai anacronistico.

Paolo L. - Cuneo

Intanto un grazie, sia pure tardivo, caro Paolo, per la tua solidarietà verso la mia persona. Quanto al riconoscimento della cittadinanza ai figli di immigrati, faccio notare che molte reazioni contrarie a quella che considero una “scivolata” di Beppe Grillo sono venute dall’interno del Movimento 5 Stelle. E tanti vostri militanti hanno firmato a favore della proposta di legge. Non si tratta, quindi, di alimentare il tifo, come allo stadio, tra “buonisti” e “oppositori”. Il tema è troppo serio per essere affrontato con battute e slogan. Ma non è vero che serve solo a distrarre gli italiani da altri problemi ben più gravi. Con un po’ di buonsenso, capiremmo che questi “nuovi italiani” sono una risorsa vitale per un Paese vecchio e sclerotizzato, che è sulla via di un “suicidio demografico”. La nuova Italia va programmata non a prescindere ma a partire da questi “fratellini arcobaleno”. «È una follia », ha detto Napolitano, «che i figli di immigrati nati in Italia non siano cittadini».

Pubblicato il 15 febbraio 2012 - Commenti (10)
14
feb

Il lavoro e la domenica

Di fronte alla crisi economica si diffonde la convinzione che dobbiamo lavorare di più. Se questa ipotesi è auspicabile per i tanti (troppi) disoccupati, precari e cassaintegrati, lo stesso non può dirsi per padri e madri che, già ora, hanno poco tempo da dedicare a sé stessi e alla famiglia. Si dice che il lavoro nobilita l’uomo, ma perché sia vero occorre realizzarsi anche al di fuori di esso. Il lavoro è uno strumento, non il fine della vita. Alcuni tragici fatti di cronaca di madri che, nella fretta, hanno dimenticato i figli in macchina, evidenziano che c’è qualcosa che non va nei nostri ritmi. Altro che lavorare la domenica! Dobbiamo ripensare il lavoro quotidiano. Giustamente si parla di equa distribuzione delle ricchezze. Ma, forse, è bene parlare anche di equa distribuzione del lavoro. Così, chi ne è privo potrà finalmente averlo. Chi ne ha troppo alleggerirà il suo peso.

Stefano G.

Più che il lavoro in sé, dobbiamo mettere in discussione i nostri stili di vita. O, meglio, che tipo di società vogliamo costruire. E con quali valori a fondamento. Se il nostro obiettivo è il consumismo, da realizzare a ogni costo, ogni scelta è giustificabile. Anche quella che ci opprime. Ma se vogliamo costruire una società a misura umana, che non degradi le persone, come fossero oggetti o semplici ingranaggi di un meccanismo economico, allora le scelte da fare sono altre. E con coraggio. Sono quelle che anche tu suggerisci, caro Stefano. Perché il lavoro sia un mezzo per vivere e realizzarsi. Non una schiavitù. Tra l’altro, è dimostrato che dove c’è armonia tra esigenze lavorative e quelle familiari, la resa economica è superiore.

Pubblicato il 14 febbraio 2012 - Commenti (0)
08
feb

Così si “lincia” un prete

Chi è il “moralista della domenica”? È quel prete d’oratorio che aveva scritto una lettera a Famiglia Cristiana, per denunciare i comportamenti libertini del precedente presidente del Consiglio. Il “moralista della domenica” è questo parroco, naufrago della Concordia, che aveva detto ai parrocchiani che si assentava per un ritiro spirituale. E, invece, era in crociera, tra i lussi dei teatri, i canti e i balli di bordo. A me, che un prete se ne vada in crociera, non importa assolutamente nulla. Però, poteva dirlo. E, soprattutto, evitare di fare il super moralizzatore dei presunti vizi altrui. Ma tant’è: censori e puritani hanno tanti scheletri da nascondere. Purtroppo, i naufragi non sono sufficienti per smascherarli tutti! 

                                                                                                                          Roberto P.

Vivo a Besana in Brianza. Per me don Massimo non è “il prete della crociera”. È il mio don Max. Un sacerdote in gamba, responsabile di quattro oratori e della pastorale giovanile di due grandi comunità, insegnante di religione alle scuole medie. Una persona che ti contagia col suo entusiasmo, con la sua simpatia e le omelie mai banali. Uno che si dà sempre da fare per tutti. È stata, forse, la sua impulsività a tradirlo. A farlo inciampare in quella “balla” degli esercizi spirituali. Che, probabilmente, serviva a proteggerlo dai soliti snervanti pettegolezzi sul suo sacrosanto diritto di andare a farsi una vacanza dove e come gli pare. Certo, avrebbe dovuto fregarsene di tutti. E dire chiaro che andava a farsi un viaggio, visto che la sua assenza andava giustificata (anche a scuola). Ha sbagliato a mentire? Sì, ovvio. Come sbagliamo tutti. E veniamo perdonati da chi ci vuole bene, senza tante storie. Per sua sfortuna, il suo è diventato un caso nazionale. E si sprecano i commenti, i giudizi e le idiozie. Alla faccia delle vittime della Concordia. E dei brutti momenti di don Max e della sua anziana mamma per il naufragio. Dopo i quotidiani, a Besana è arrivato pure il Tg5, manco ci fosse stato un omicidio plurimo. La nostra gente ha le sue quote di maldicenza e di bontà. Ma sono sicura che tutti faremo quadrato attorno a don Max. Per proteggerlo da questo “delirio”. “Pace e bene”, direbbe lui. 

                                                                                                                                 Sara S.

Quando c’è da dare addosso al prete, molti non si risparmiano. Anzi, lo zelo è eccessivo. Anche se la verità dei fatti è l’ultimo degli interessi. A maggior ragione se giornali e politici hanno un conto in sospeso con don Massimo. Perché, a suo tempo, aveva osato criticare il “principe”. Con una lettera indirizzata a Famiglia Cristiana, in cui denunciava i comportamenti libertini dell’allora presidente del Consiglio. Non è parso vero a molti di avere ora un appiglio per rifarsi contro don Massimo. Per diffamarlo e delegittimarlo. Come fosse il peggior assassino. O come se, nella vicenda della Concordia, avesse più colpe del comandante Schettino. È bastata un’ingenua battuta, un’innocua bugia a quattro ragazzi dell’oratorio (non un avviso ufficiale alla comunità), per metterlo in croce. E per coprirlo delle più infamanti accuse. Dal lusso alle donne di compagnia. In realtà, don Massimo è andato in crociera con la mamma ottantenne, una zia e una coppia di suoi parrocchiani. Non si è camuffato. Non ha nascosto la sua identità tra i crocieristi, ma ha celebrato Messa assieme al cappellano della Concordia. Per il futuro, invito don Massimo e i suoi parrocchiani (anche quelli con la lingua lunga) ad aggregarsi alle crociere di Famiglia Cristiana. Sì, perché anche noi andiamo, abitualmente, in crociera con i nostri lettori. Tre anni fa, per la ricorrenza dell’Anno paolino, eravamo in mille e quattrocento. Presenti diversi preti, suore e religiosi. L’anno scorso, sulle “orme di san Paolo”, eravamo circa ottocento. Il tempo a bordo non lo trascorriamo tra lussi e balli. Sì, i canti ci sono. Ma accompagnano le celebrazioni eucaristiche. A teatro ci andiamo, ma per le catechesi e gli incontri con i lettori.Masi sa, chi è mosso da pregiudizi, difficilmente cerca la verità. Come insegna il caso del “prete della crociera”.

Pubblicato il 08 febbraio 2012 - Commenti (42)
06
feb

Consumismo e crisi economica

Da lettrice accanita, anzitutto, complimenti per la rivista. Nella mia vita sono stata abituata a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto. Di fronte alla grave crisi che, in questi giorni, è sfociata negli scioperi di camionisti, tassisti, pescatori, avvocati... mi sono chiesta: «Se non ho la benzina nella macchina, se il supermercato non è fornito, sarò capace di sopravvivere?». Oggi, il mondo ci obbliga a vestire all’ultima moda, ad avere tutte le novità tecnologiche. Forse, sarebbe meglio riscoprire la sobrietà dei nostri nonni, che vivevano bene senza telefonino, Tv, auto. Non abbiamo saputo far fruttare al meglio le novità che la tecnologia ci ha messo a disposizione. Ne abbiamo abusato. Sono diventati una malattia. Ora siamo dipendenti da Internet e dalla posta elettronica. Un ritorno al “passato” può farci apprezzare il “presente”. Come per una torta fatta in casa dalla mamma rispetto a quella del supermercato. Quando dico in giro che non sono andata in vacanza, tutti mi guardano come fossi una mosca bianca. Ma, forse, sono mosche bianche anche quelli che la domenica non vanno al centro commerciale a fare la spesa, ma si sacrificano per gli altri. O passano il pomeriggio al parco giochi coi figli. Cose che aiutano non solo il fisico, ma anche lo spirito.
M.T.

La crisi e i tentativi in atto per superarla mettono a nudo non solo i nostri stili di vita, che sono stati al di sopra delle possibilità economiche, ma anche il modello di società che vogliamo costruire. Se economia e finanza sono finalizzate solo al profitto e al consumo, i rischi di una società poco umana sono alti. Se i provvedimenti sono a misura di famiglia, allora un altro mondo è possibile. Più sano e solidale. Più coeso e vivibile. Ma c’è anche un vero guadagno economico. Il consumismo non è la soluzione di questa crisi. Ne è la malattia, che l’ha originata. L’economia senza etica ha conseguenze disastrose. Il rispetto della legalità, invece, ha anche un ritorno economico. La crisi che ci costringe a fare delle scelte può rivelarsi un’opportunità per cambiare modelli di vita e di società. Forse, una maggiore sobrietà può liberarci dalla schiavitù dei bisogni indotti. Spesso non necessari. O dall’essere succubi della tecnologia e dei suoi ritrovati. Oggi, si può essere obesi e bulimici non solo di cibo, ma anche di Internet, Rete e Web.

Pubblicato il 06 febbraio 2012 - Commenti (2)
04
feb

Dove contano denaro e carriera

Leggo sempre, con interesse, le sue risposte. Tra le tante lettere, mi ha colpito quella di un giovane che ha problemi sul lavoro, perché non in linea con i valori in cui crede. Purtroppo, gli ambienti di lavoro rispecchiano la società. Dove contano soltanto denaro e carriera. Da ottenere con ogni mezzo. Oggi, a prevalere sono gli aspetti negativi della persona: individualismo, meschinità, falsità. Sul lavoro, spesso, si prova l’inferno. I rapporti sono tesi. C’è diffidenza reciproca. Il “capo”, di solito, è detestato. Molti abusano dell’azienda, per gli affari propri. Imbrogliare è quasi una virtù. Se ognuno facesse il proprio dovere, l’ambiente di lavoro sarebbe un paradiso.

M. Angela - Vicenza

Descrizione pessimista degli ambienti di lavoro, ma con un fondo di verità. Soprattutto dove s’è persa la dignità delle persone. E dove c’è un clima conflittuale, con pessime relazioni personali. Se a prevalere sono frustrazioni, invidie e furbizie, l’ambiente sarà invivibile. Un inferno. E il posto di lavoro una trincea: una guerra contro tutti. Un tempo c’erano i preti operai che condividevano le difficoltà dei lavoratori. E con la loro testimonianza mostravano che, oltre alla fatica quotidiana, esiste un’altra dimensione, quella spirituale. Per una crescita armonica e integrale della persona. O per non deprimersi in un ristretto orizzonte, che abbrutisce e non nobilita. Oggi, considerate le difficoltà della crisi dei lavoratori e delle loro famiglie, sarebbe quanto mai auspicabile una presenza più significativa della Chiesa nel mondo del lavoro.

Pubblicato il 04 febbraio 2012 - Commenti (0)
02
feb

Niente figli, addio "Famiglia Cristiana"

Con dolore ho deciso di non rinnovare l’abbonamento. Ma non volevo andarmene senza salutarla. Ci siamo fatti ottima compagnia per molti anni. Famiglia Cristiana arrivava puntuale nella casa, dove sono cresciuta prima che mi sposassi. Poi mi sono abbonata io stessa. Non lo faccio per la crisi economica, ma per una crisi dello spirito. Purtroppo, dopo quattro anni di matrimonio, non sono arrivati bambini. E, salvo miracoli, non ne arriveranno. Abbiamo iniziato le pratiche per l’adozione, ma anche questa via è risultata tortuosa. Ci sono pochi bambini adottabili e molte coppie desiderose di adottare. La spuntano quelli con i redditi più alti.

Tornando a noi, col tempo mi sono accorta che, sfogliando la rivista, i miei occhi cadevano sempre sulle foto di famiglie con bambini. Gli articoli che catturavano il mio interesse erano quelli sull’educazione dei figli, sul ruolo dei nonni, sulla scuola, sull’infanzia. Per anni ho pensato: «Queste cose, un giorno, mi serviranno». Ora, invece, dopo aver ingoiato il boccone amaro della sterilità, devo salvare me stessa dalla depressione e tenere in piedi il matrimonio. Purtroppo, continuare a vedere foto e titoli sui bambini, per me è un pugno allo stomaco. Riconosco che non sono mancati articoli su adozione o sterilità. E che gli interventi su attualità, politica italiana ed estera, cultura... sono ottimi. Inutile dirle che la saluto con la speranza di ritrovarci.

Un’amica

Spero che tu, cara “amica”, lettrice fedele da tanti anni, non ti sia già allontanata del tutto. Perché alla familiarità con la rivista, con la quale sei cresciuta, fa contrasto una decisione che mi appare affrettata. E anche poco logica. A mio parere, non aiuta a vincere la depressione chiudersi in sé stessi. E tormentarsi su quel bene prezioso dei figli che non sono arrivati. Ci sono altre forme di maternità e paternità, per sentirsi realizzati. Capisco il dolore di chi ha mandato giù un “boccone amaro” come il tuo, ma più che tagliare i ponti (anche con la nostra rivista), occorre reagire con forza. E aprirsi. La via dell’adozione, pur con tutte le sue difficoltà, va ancora perseguita. Non è una questione di soldi.

Pubblicato il 02 febbraio 2012 - Commenti (2)
01
feb

Dottrina sociale: chi la conosce?

Vorrei rispondere a una sua domanda: «Come mai la Dottrina sociale della Chiesa intercetta così poco i credenti?» (FC n. 42/2011). Per me, forse, è perché la fede cristiana si riduce solo a celebrazioni del culto. C’è poca o scarsa formazione sociale. Noi cattolici abbiamo ridotto la fede a un fatto privato. Anche quando facciamo parte di associazioni o movimenti ecclesiali. Tutto il contrario del termine “cattolico”, che vuol dire “universale”, aperto agli altri e al mondo. Basta vedere quanta fatica si fa a promuovere le scuole di formazione sociale e politica. O iniziative per far conoscere la Dottrina sociale della Chiesa, parte integrante dell’evangelizzazione. Anche nella mia diocesi nessuno si pone, seriamente, questo problema. È disarmante quanto disinteresse ci sia. Ma non dobbiamo scoraggiarci. Tanto meno desistere.

Valerio T. - Ancona

Alle domande ci sono già le tue risposte, caro Valerio. Le condivido appieno. Aggiungo solo che il tema della formazione è fondamentale, se vogliamo credenti “maturi”, che sappiano essere nel mondo quel segno di distinzione che dovrebbe caratterizzarli. E per dare un contributo serio alla crescita del Paese, che abbia alla base valori come la solidarietà, la condivisione e la coesione. Così si contrasta una società sempre più egoista e individualista, che mira solo ai propri interessi.

Pubblicato il 01 febbraio 2012 - Commenti (5)
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