15
feb

“Se non ora, quando?”, un anno dopo

“Se non ora, quando?”. Questo, lo slogan che il 13 febbraio dello scorso anno è risuonato in molte piazze d’Italia, gremite di donne (e non solo) che finalmente riprendevano coscienza del loro ruolo e delle loro potenzialità e manifestavano per riappropriarsi di quella loro identità e dignità così vilipesa e calpestata, specialmente dai mezzi di comunicazione. Era tempo di prendere atto di ciò che stava capitando in tanti modi e forme nel nostro Paese e di dire “basta” alla strumentalizzazione e allo sfruttamento della donna.

Questa manifestazione era stata organizzata in un momento in cui la donna veniva sempre più svuotata dai nostri media e dai nostri stili di vita dei suoi valori intrisici e dal suo ruolo di persona, chiamata a costruire con le sue peculiarità e talenti una società più umana e umanizzante, attraverso rapporti veri e sinceri e non strumentali e mercantili.

In una di quelle piazze, quella di Roma, c’ero anch’io, religiosa e missionaria, ma pur sempre donna, per condividere con tante altre donne di diverse posizioni e schieramenti lo stesso sdegno contro la mercificazione del corpo femminile, ma soprattutto per lanciare un grido e un appello a nome e a favore di tante giovani, soprattutto immigrate, che non avevano diritto di parola. Ero lì anche in rappresentanza di tante altre religiose, che ogni giorno devono confrontarsi con le conseguenze causate dalle discriminazioni di genere, dalla violenza fisica e psicologica che si scatena in tantissimi modi contro le donne, dall’oppressione e dallo sfruttamento derivanti dall’orribile traffico di esseri umani per lo sfruttamento sessuale…

In quell’occasione avevo lanciato un forte un appello per dire “basta” all’indegno mercato del corpo della donna e ricordare a tutti gli enti, istituzioni e persone coinvolte che ciascuno di noi ha una grande responsabilità ma anche un dovere: eliminare tutte le forme di compravendita del corpo della donna mascherati sotto diversi camuffamenti: prostituzione, pornografia, pubblicità, trasmissioni televisive, carriera, ecc…

Numerosissimi sono stati i messaggi ricevuti, soprattutto di approvazione ma anche di biasimo. Come se le suore - e tanto più le missionarie - dovessero rimanere richiuse nei conventi o impegnarsi contro le numerose povertà di cui si occupano, possibilmente senza parlare pubblicamente. A un anno di distanza, e di fronte ai molti messaggi che continuo a ricevere, vorrei ringraziare le tante persone che hanno avuto parole di sostegno per il coraggio di presentarmi come donna e religiosa sul quel palco e soprattutto per aver toccare una piaga che sta logorando e distruggendo le nostre stesse famiglie e il nostro tessuto sociale. Mi sento però di dire a quanti hanno trovato fuori posto la mia presenza in quella piazza che sono stata spinta solo dal desiderio di difendere e dar voce pubblicamente a tutte quelle donne e quei bambini, che continuano ad essere vittime di una società dove tutto si può vendere e comprare, persino il corpo di una minorenne indifesa, povera, immigrata e in cerca di un futuro dignitoso.

A un anno da quella manifestazione che cosa è cambiato nella politica, nella società, nella Chiesa e soprattutto nel mondo femminile? È difficile fare un vero bilancio in termini di risultati visibili ed eclatanti, che forse non si notano ancora. Tuttavia da quel giorno si scorgono alcuni segnali importanti, piccole luci che indicano un cammino nuovo specialmente per le future generazioni. In questi ultimi mesi, abbiamo avuto tre donne Premio Nobel per la pace, due africane e una yemenita, altre sono elette come Capi di Stato o di governo, altre ancora sono responsabili di importanti ministeri. Soprattutto, però, riscontro più consapevolezza e desiderio di riflessione tra le donne comuni, che in mille modi e luoghi ogni giorno svolgono la loro missione nella famiglia, nella società, nel mondo del lavoro e della politica, e anche negli ambienti religiosi o di volontariato, mettendo a disposizione i loro talenti e valori, le loro intuizioni e la loro formazione umana, cristiana e professionale per far crescere il nostro Paese. Ed è proprio nel quotidiano che la donna deve essere presente e può fare la differenza. Questa è la nostra responsabilità di donne che vogliono e devono costruire una società non più basata solo sul consumo e su uno sviluppo squilibrato, bensì sulla dignità, la grandezza e la bellezza interiore di ogni persona a servizio del bene comune.

Pubblicato il 15 febbraio 2012 - Commenti (0)
06
feb

No alla legalizzazione della prostituzione

Nei giorni scorsi, mentre ero a Torino per presentare il libro: “Spezzare le Catene. La battaglia per la dignità della donna” (Rizzoli), il Consiglio comunale approvava un ordine del giorno, presentato alcuni mesi fa dalla Lega Nord, che chiede al Parlamento di discutere alcune proposte di legge sulla prostituzione. La Lega, in sintesi, chiede la regolamentazione della prostituzione e la possibilità di riaprire le “case di tolleranza”, motivandola col fatto che questo provvedimento potrebbe far entrare ingenti guadagni nelle casse dello Stato. L'ordine del giorno ha ricevuto 22 voti favorevoli a fronte di 9 astensioni.

Dure e tempestive sono state le reazioni di alcune associazioni che da anni si occupano di tratta di esseri umani, specialmente per lo sfruttamento sessuale. Dai loro comunicati si coglie lo sgomento e l’indignazione di fronte a decisioni prese con molta leggerezza e senza cognizione di causa circa le implicazioni di tali proposte e le conseguenze per tante persone. È rischioso e vergognoso che nel 2012 si continui a considerare le donne come semplice merce da usare a piacimento e a pagamento. Tanto più se si auspica pure un guadagno per lo Stato.

L'Associazione Iroko e la Coalizione internazionale contro la tratta delle donne (Italia), insieme agli Amici di Lazzaro - organizzazioni non governative senza fini di lucro, senza appartenenze politiche e/o religiose - esprimono il loro forte dissenso rispetto a questa proposta, in quanto la prostituzione è violenza contro le donne, rappresenta il più antico degli sfruttamenti e non può essere mai considerata un'attività lavorativa. Infatti, il lavoro, pur semplice e umile che sia, mira a nobilitare la persona e a mettere a disposizione della società le sue capacità professionali e creative, di mente e di cuore.

Questa presa di posizione si basa su molti anni di esperienza e impegno a favore delle donne vittime di tratta e costrette a prostituirsi e di ricerche e di studio del fenomeno in tutto il mondo. La nostra posizione non è dunque basata solo su motivi religiosi o di etica religiosa, bensì sull’etica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne. Il livello spaventosamente alto di violenza a danno delle donne in Italia è allarmante e ben noto. Non possiamo permetterci di aggiungere altra violenza per di più legalizzata. Una delle peggiori violenze contro la donna, in tutte le società, è proprio la prostituzione e poco vale la scusa che le donne abbiano “scelto” o meno di prostituirsi. Ricordo molto bene l’espressione sovente usata dal caro don Oreste Benzi, che tanto si è battuto contro il terribile flagello della tratta e della prostituzione: «Nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcuno che la fa diventare tale o qualche situazione che la induce».

Oggi, ancora, alla nostra società civile e religiosa viene chiesto di debellare tutte quelle situazioni che possono indurre le donne a dover vendere il proprio corpo per vari motivi: povertà o indigenza, ma anche per un posto di lavoro, per far carriera e soprattutto per fare spettacolo o entrare nel mondo della moda e della pubblicità. Questo non è più tollerabile, e sono le donne, prima di tutto, a doverne prendere atto e a non prestarsi a questo squallido mercato che degrada sia chi provoca e sia chi passivamente accetta e subisce.

Inutile combattere la tratta di esseri umani come nuova e terribile forma di schiavitù - che ancora oggi produce un fatturato annuo di 32 miliardi di dollari - se allo stesso tempo non combattiamo la prostituzione in tutte le sue forme. Quante volte, incontrando donne immigrate costrette a prostituirsi sulle nostre strade di notte, mi sono sentita dire: «Se nessuno venisse a cercarci e a usarci noi non saremmo qui».

La legalizzazione della prostituzione e la sua promozione come attività lavorativa è una delle cause dirette della tratta internazionale di donne e bambini per lo sfruttamento sessuale. In una società ancora fortemente maschilista e patriarcale, che tollera l'uso maschile del corpo femminile come merce usa e getta, esprimere indignazione e chiedere la fine della tratta di giovani donne e bambini è contraddittorio e incoerente se prima non poniamo fine alla commercializzazione del corpo delle donne. Per questo con forza e determinazione rifiutiamo le varie proposte di legalizzazione della prostituzione che equivale per molti versi a legalizzare la tratta di esseri umani per l’industria del sesso. Ovvero una delle peggiori schiavitù del XXI secolo.

Pubblicato il 06 febbraio 2012 - Commenti (7)

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Autore del blog

Noi donne oggi

Suor Eugenia Bonetti

Missionaria della Consolata, è stata per 24 anni in Kenya. Al ritorno comincia a lavorare in un Centro d’ascolto e accoglienza della Caritas di Torino, con donne immigrate, molte delle quali nigeriane, vittime di tratta. Dal 2000 è responsabile dell’Ufficio tratta dell’Unione superiori maggiori italiane (Usmi). Coordina una rete di 250 suore di 70 diverse congregazioni, che operano in più di cento case di accoglienza. Il presidente Ciampi l’ha nominata nel 2004 Commendatore della Repubblica italiana.
Ha scritto con Anna Pozzi il libro "Schiave" (Edizioni San Paolo).

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