03
mag

Un Governo dove le donne sono protagoniste

Nella squadra del nuovo governo guidato da Enrico Letta, abbiamo accolto con gioia e soddisfazione la nomina di sette donne scelte per coprire dicasteri di particolare rilevanza. Ci auguriamo che sappiano mettere a servizio del Paese le loro doti e capacità di donne aperte al nuovo e al diverso. La loro presenza, competenza e sensibilità di donne impegnate nel sociale faranno certamente la differenza, in un Paese che ha tanto bisogno di speranza.

Ora è il momento di voltare davvero pagina, una pagina triste e vergognosa, giacché abbiamo tutti perso in credibilità e fiducia. C’e’ quindi bisogno di lasciare da parte dispute e polemiche, divergenze e differenze per far emergere non tanto gli interessi di parte o di partito, bensì ciò che tutti auspicano come il “vero bene comune”, per creare una società più unita e coesa. Ci auguriamo che la presenza e le capacità di queste donne, nei loro diversi ruoli, possa smussare le tensioni e i conflitto, e possa aiutare a creare un governo più equo, umano e aperto alle esigenze di un mondo in costante evoluzione, bisognoso di stabilità e di comunione.

Tra i volti e i nomi nuovi al governo vi è l’olimpionica Josefa Idem, ministro per le Pari opportunità e lo Sport e Cécile Kyenge, ministro all’Integrazione, entrambe nate fuori dall’Italia. Entrambe hanno alle spalle esperienze diverse come origine, provenienza, impegno e ruoli ricoperti; sono però accomunate dall’esperienza della migrazione, con le sue ricchezze e opportunità, ma anche con le difficoltà e i pregiudizi che ancora persistono nella nostra società.

I missionari come me, che hanno vissuto e lavorato in altri Paesi, conoscono molto bene queste esigenze e difficoltà insieme alla ricchezza dello scambio, dell’accoglienza, della scoperta di valori umani fatti di relazione e di comunione, di accoglienza e di rispetto. 

Ecco perché la scelta di Cécile Kyenge quale nuovo ministro dell'Integrazione ci ha favorevolmente sorpreso, per le sue scelte e i suoi principi, nonché per il desiderio di lavorare per un vero cambio di mentalità, tenendo presente la situazione che l’Italia sta vivendo in questo momento.

Gli immigrati, oggi, in un Paese che sta invecchiando rapidamente, non sono da considerarsi un peso e tanto meno un problema, bensì sono una grande risorsa da apprezzare e valorizzare. A questo proposito, Cécile Kyenge ha le idee chiare e afferma che: «La società civile in questo momento chiede a gran voce una nuova legge sulla cittadinanza e sulle politiche sociali, sul superamento dei Cie per ricondurre i centri al trattenimento limitato e temporaneo, con lo scopo di identificare lo straniero, nonché l’abrogazione del reato di immigrazione clandestina».

Il nuovo ministro dell’Integrazione ritiene necessario ripensare anche le modalità di ingresso in Italia per lavoro affinché gli immigrati siano più stabili, meno ricattabili e soggetti a varie forme di sfruttamento lavorativo. Tutto questo in piena sintonia con quanto ha affermato Papa Francesco il Primo maggio: «Quante persone, in tutto il mondo - ha detto il Pontefice - sono vittime di questo tipo di schiavitù, in cui è la persona che serve il lavoro, mentre deve essere il lavoro a offrire un servizio alle persone perché abbiano dignità. Chiedo ai fratelli e sorelle nella fede e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà una decisa scelta contro la tratta delle persone, all’interno della quale figura il lavoro schiavo».

Pubblicato il 03 maggio 2013 - Commenti (1)
25
nov

La violenza che ho conosciuto

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un’occasione di riflessione e sensibilizzazione contro la violenza perpetrata sulle donne in molti modi: da quella più frequente, che purtroppo resta ancora oggi la violenza domestica, sino a quella più subdola e umiliante, ovvero la tratta di donne e minori per lo sfruttamento sessuale.

     I Governi e le organizzazioni internazionali e non governative sono stati invitati oggi a promuovere incontri e iniziative per sensibilizzare l'opinione pubblica su questa terribile piaga sociale che sta dilagando e distruggendo generazioni di giovani donne. Nella mia lunga vita di missionaria, prima in Africa per 24 anni e dal 1993 qui in Italia, sono venuta a contatto con tante storie di donne. Spesso drammatiche. Ma è nel nostro stesso Paese che ho conosciuto la violenza e lo sfruttamento più degradante a cui moltissime donne, specialmente immigrate, sono costrette.

     Donne impoverite e sfruttate dai nostri sistemi di vita. Nelle nostre città ho incontrato il mondo della violenza, dell’emarginazione e dello sfruttamento. Qui sono diventata una “missionaria della notte e della strada”. E qui mi è stato chiesto con forza di prendermi cura di tante giovani vittime del traffico di esseri umani per lo sfruttamento sessuale: le nuove schiave del XXI secolo.  Ancora oggi le nostre case-famiglia sparse un po’ in tutta Italia accolgono queste giovani vite sfuggite alla criminalità organizzata e allo sfruttamento per cercare di guarirle dalle profonde ferite causate dalle molte violenze subite ogni notte. Ferite che portano non solo sul loro giovane corpo, ma soprattutto nel loro essere profondo di donne.

     Sovente i nostri mezzi di comunicazione danno giustamente molta attenzione e informazione per i casi di donne o giovani violentate o stuprate in modi assai brutali, ma purtroppo quasi mai si pensa e si parla di chi ogni notte vive questa stessa esperienza ripetutamente. Una volta, una ragazza minorenne, mi diceva che in una notte aveva avuto 13 clienti. Per lei era come se essere violentata per 13 volte! In un’altra occasione una giovane dell’Est, rinchiusa in un appartamento al terzo piano e continuamente violentata dai suoi schiavisti per costringerla ad andare in strada a prostituirsi, stanca e disperata ha chiesto di andare in bagno e si è buttata dalla finestra. È stata trovata sul prato sottostante con tutte le ossa fracassate, ma miracolosamente viva.

     Quante giovani ancora oggi vengono uccise brutalmente sulle nostre strade, non solo da brutali assassini, ma anche dalla nostra stessa indifferenza. L’ultimo caso che ho incontrato è quello di Joy, nigeriana di 21 anni. Il suo corpo è stato gettato via come spazzatura e trovato nell’Agogna nel Novarese. Casi come questi sono ancora assai numerosi. Purtroppo non si trovano quasi mai i colpevoli perché non vengono ricercati o adeguatamente puniti dalla giustizia e non ci sono mai risarcimenti per le vittime e le loro famiglie lontane e povere.

     Molte di queste vittime sono madri e lasciano le loro creature in assoluta povertà, quasi sempre a carico della famiglia materna che certamente non vive nell’abbondanza. Oggi, in occasione di questa giornata contro la violenza sulle donne, vorrei rivolgere un appello in particolare ai giovani delle nostre famiglie, scuole e parrocchie, nonché ai loro educatori. C’è bisogno di più testimonianza, di esempio e di maggiore formazione. C’è bisogno di più rispetto della dignità della persona, di relazioni più ricche di senso tra uomini e donne, che portino all’apprezzamento reciproco, alla comunicazione e alla vera amicizia, e che contribuiscano a promuovere i valori più autentici che ciascuno racchiude in sé per il bene personale e della società.

     Spero anche che le tre donne di grande valore e capacità che sono oggi presenti nel nuovo governo - Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno, Paola Severino, ministro della Giustizia, e Elsa Fornero, ministro del Welfare con delega alle Pari Opportunità - possano contribuire a dare all’Italia una nuova speranza per un futuro più solidale. Ci auguriamo che, insieme ai loro colleghi uomini, possano fare un buon lavoro a favore di tutto il Paese, ma in modo particolare per un maggior riconoscimento e apprezzamento del ruolo e della dignità delle donne, lottando con decisione contro ogni forma di violenza, discriminazione, manipolazione e sfruttamento.

Pubblicato il 25 novembre 2011 - Commenti (0)
31
ott

La ricchezza delle donne immigrate

Giovedì  27 ottobre è stato presentato a Roma, e in contemporanea in tutte le regioni italiane, il 21° Rapporto sull’Immigrazione: “Oltre la crisi, insieme”. Come ogni anno, il dossier statistico di Caritas Italiana, Migrantes e Caritas Roma viene presentato con dati accurati che ci parlano in modo concreto e reale del variegato mondo dell’immigrazione e che ci aiutano a riflettere e valorizzare la presenza di tante persone che noi chiamiamo ancora stranieri, ma che sono ormai parte integrante del nostro tessuto sociale.


     Vorrei soffermarmi in modo particolare sulla presenza delle donne la cui percentuale supera ormai quella degli uomini. Su quasi 5 milioni gli immigrati residenti nel nostro Paese - pari al 7,5% della popolazione italiana - e le donne con un regolare permesso di soggiorno costituiscono il 51,8 per cento della popolazione immigrata. Ma dove sono tutte queste donne? Che cosa fanno? Che contributo offrono alla nostra società?


     È stato più volte affermato che le donne immigrate sono un elemento fondamentale di crescita, sviluppo e integrazione: primo fra tutti, contribuiscono fortemente e concretamente al tasso di fecondità nazionale. Il Dossier statistico mette in risalto il contributo delle donne straniere alle nascite e quindi alla ripresa demografica del Paese. I figli dovrebbero essere considerati la prima grande ricchezza su cui investire perché sono proprio loro che offrono stabilità, crescita e sicurezza di futuro per ogni Paese che vuole avere continuità. E le donne immigrate che portano con sé le ricchezze delle loro culture di origine, amanti della vita e della maternità, ci offrono questo dono. 

   

Esse sono pure portatrici di un tesoro di saperi e di competenze che Paesi come il nostro hanno tutto l’interesse a conoscere e assorbire. Abbiamo quindi bisogno di scoprire maggiormente e valorizzare le preziose risorse che ci vengono offerte, come l’enorme contributo di esperienza e di umanità che le immigrate portano con sé dai loro Paesi di provenienza.

     Queste donne le troviamo principalmente nelle nostre case, nella cura dei nostri bambini oppure nell’assistenza ai nostri genitori anziani e ammalati. Proprio a loro affidiamo le persone più preziose e care: la vita che nasce e cresce e quella che volge al tramonto. A loro va quindi la nostra riconoscenza e il nostro affetto. Ma anche la consapevolezza di quanto possa essere duro e difficile per ciascuna di loro il distacco dal loro Paese e dal loro mondo di affetti, relazioni, lingua e cultura per avere in cambio un lavoro remunerativo che permetta a se stesse e alle famiglie lasciate nei luoghi di origine di avere una vita più dignitosa. Molte di loro, infatti, sono fuggite dalla povertà o da situazioni di conflitti nella speranza di trovare un po’ di benessere e di dare un futuro ai propri, spesso bambini lasciati in custodia agli anziani genitori per prendersi cura dei nostri bambini.

     Ma ci sono anche migliaia di donne immigrate che non sono state considerate numericamente in questo Dossier, perché prive di documenti. Molte di loro sono ancora in balìa di trafficanti che sfruttano la loro situazione di illegalità per costringerle a vendere il loro corpo sulle nostre strade. Altre le troviamo rinchiuse per lunghi mesi nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE)  dove vivono la sofferenza di un futuro incerto e di un rimpatrio forzato. Altre ancora, purtroppo, continuano a morire sulle nostre strade: come Joy, che lo scorso mese di ottobre è stata trovata in un torrente alle porte di Novara, ammazzata a soli 21 anni.

     Ora mi sto occupando del caso di Jessica, morta nei giorni scorsi per un’emorragia celebrale a poco più di trent’anni. Chi l’aveva conosciuta ha commentato: «La strada e gli aguzzini hanno rubato la vita a questa creatura». Anche loro come tutte le donne avevano dei sogni da realizzare. Nel giorno dedicato ai nostri defunti, abbiamo dunque un ricordo speciale, una preghiera e una richiesta di perdono per tutte le vittime uccise anche dalla nostra indifferenza.

Pubblicato il 31 ottobre 2011 - Commenti (0)
23
mag

Suor Patricia e suor Monika in Italia

Suor Monika, impegnata contro la tratta delle donne africane.
Suor Monika, impegnata contro la tratta delle donne africane.

Venerdì 20 maggio, suor Patricia Ebegbulem, religiosa nigeriana, responsabile della rete Africa delle religiose contro il  traffico di esseri umani per lo sfruttamento sessuale, è intervenuta all’uUniversità americana di Roma durante la cerimonia di laurea. La testimonianza che ha portato è quella di una donna che vive dall’interno il dramma di molte sue connazionali trafficate all’estero e specialmente nel nostro Paese, per essere vendute sulle strade, ad uso e consumo dei clienti italiani del sesso a pagamento.

      «Nonostante il commercio degli schiavi sia stato abolito nel diciannovesimo secolo, continua a far emergere la sua terribile testa attraverso il traffico di donne per lo sfruttamento sessuale promosso da qualche genio diabolico. Un sistema in cui le donne e le ragazze sono vendute e comprate allo scopo di fornire soddisfazione sessuale a clienti paganti». Suor Patricia lavora coraggiosamente contro questo traffico in Nigeria, Paese da cui provengono migliaia di ragazze sfruttate in Italia. Ma ha una lunga esperienza di insegnamento e di direzione di scuole. Conosce l’importanza di formare le nuove generazioni. Per questo, ha realizzato un manuale sul traffico di esseri umani per lo sfruttamento sessuale da diffondere nelle scuole superiori della Nigeria. Uno strumento importantissimo per sensibilizzare i giovani e prevenire questo tragico e vergognoso traffico.

     In queste settimane, suor Patricia ha avuto la possibilità di visitare, insieme a un’altra suora nigeriana, suor Monika, diverse comunità di accoglienza di religiose italiane sparse nel nostro Paese. E ha conosciuto in presa diretta l’orribile esperienza della strada di notte. Ha visto il peggio dello sfruttamento e il meglio del loro recupero. Ha vissuto la sofferenza di queste donne distrutte dall’umiliazione della strada, ma anche la gioia di vedere la loro rinascita. E ha potuto apprezzare l’impressionate lavoro di accoglienza che viene svolto nelle comunità di religiose italiane. Uno dei suoi commenti, nei vari incontri a cui ha partecipato, è stato molto duro, ma anche emblematico del sentimento di disagio, sofferenza e indignazione vissuti. «Entrando nelle vostre case, qui in Italia, ho visto che avete tanta cura dei vostri animali domestici. Quanto vorrei che anche le nostre ragazze fossero trattate almeno come loro».

     Purtroppo queste donne, costrette a prostituirsi sulle nostre strade, continuano a essere trattate peggio delle bestie, a soffrire e a morire, senza volto, senza nome, senza casa e senza patria. Durante la loro visita in Italia, le due religiose nigeriane hanno incontrato anche molte ragazze minorenni, che hanno ritrovato in loro altrettante madri, pronte ad aiutare loro e le loro famiglie contro le ritorsioni dei trafficanti e degli sfruttatori. Infine, le due religiose parteciperanno a un incontro internazionale per rafforzare ancora di più il lavoro in rete tra Paesi di origine, transito e destinazione. È organizzato dalla “rete delle reti”, nata nel 2009 e chiamata Talita Kum, su iniziativa dell’Unione delle superiore generali internazionale (Uisg), di cui l’Usmi è parte. Un ulteriore passo per combattere tutti insieme questo vergognoso traffico.    

Pubblicato il 23 maggio 2011 - Commenti (0)
09
mag

Becky, da prostituta a mamma

Beky ha 22 anni e da due vive in Italia. È una delle tante ragazze africane costrette alla prostituzione sulle strade del nostro Paese. Il disprezzo, l’umiliazione e l’emarginazione fanno parte della sua esperienza quotidiana. Sin da quando è arrivata in Italia ha la sensazione di non essere più nessuno: non ha né documenti né un nome, non ha famiglia né amici. L’unica cosa che sa è che la sua vita vale per quello che riesce ad incassare; perciò deve guadagnare molto per pagare il “debito” di 60 mila euro che i trafficanti le hanno imposto.

     Da qualche mese, tuttavia, qualcosa è cambiato. Beky ha scoperto di essere incinta. La prima reazione è stata di sorpresa e di paura: che cosa fare? Ai suoi sfruttatori non piace certo l’idea che per nove mesi rimanga senza guadagnare. Con forti minacce vogliono costringerla ad abortire. Nella mente di Beky emergono i ricordi del suo Paese, della sua famiglia, della sua cultura. Quella gravidanza non aspettata riaccende nel suo cuore un sentimento di dignità che pensava fosse totalmente estinto. Nella cultura della sua terra essere madre è l’espressione più alta dell’essere donna. E così nasce in lei il desiderio di rischiare tutto pur di tenere la sua creatura. Con quel bambino rinasce in lei l’orgoglio di essere donna e donna africana.

     Prendere questa decisione tuttavia non è facile: c'è la consapevolezza di essere da sola in un Paese straniero, la paura di coloro che controllano le schiave della prostituzione, la mancanza di contatto con la famiglia in Africa. Beky si rivolge a un Centro di ascolto della Caritas e le viene proposta l’accoglienza in una casa-famiglia, gestita da religiose. dove avrebbe trovato aiuto e protezione per lei e per il suo bambino. Casi simili sono molto frequenti in Italia. Negli ultimi anni molte donne, specie africane, sono riuscite a sfuggire ai loro sfruttatori chiedendo aiuto alle comunità di accoglienza pur di non perdere il loro bambino. La donna in Africa, pur nella sua grande povertà, mantiene forte il senso della dignità femminile, vissuta nell’altruismo, nel sacrificio e nella dedizione alla propria famiglia.

     La vita della donna africana è basata su tre pilastri, come tre sono le pietre del fuoco su cui cucina: Dio, la comunità e la famiglia. Per le africane, dunque, la maternità è qualcosa di essenziale alla femminilità, in fondo è ciò che caratterizza il loro essere donna. In Italia ci sono molte case che accolgono ragazze disposte a lasciare la strada. Ma questi sono soltanto luoghi di passaggio provvisori, perché l’obiettivo è quello l'integrazione della madre e del bambino nella società. La donna deve sentirsi accolta per essere a sua volta capace di accogliere la propria creatura. Con la maternità queste ragazze che hanno sperimentato tante sofferenze e hanno perso quasi totalmente il senso della propria  identità e dignità, ritrovano il loro valore come donna. L’essere madre regala loro la gioia di donarsi agli altri, fondamentale nella loro cultura.

     Emblematico quello che mi disse una volta una giovane madre nigeriana: «Grazie suora! Se non fosse stato per il vostro aiuto, ora, non soltanto mio figlio non sarebbe vivo, ma non ci sarei stata più nemmeno io». E tutto questo fa parte di una maternità condivisa a tanti livelli perché continua a promuovere la vita, a generare vita e a custodire il grande dono della vita che è sempre dono di Dio per la nostra umanità. E mentre ricordo il dono di mia madre con la sua dolcezza e fermezza non posso non ricordare le tante “madri” missionarie che ho incontrato nella mia vita in Africa e che mi hanno insegnato con il loro esempio che ogni donna è chiamata a generare vita, a portare vita, a far crescere e a proteggere la vita. Ed è stato proprio in Africa che ho imparato a donare vita e a vivere in pienezza il dono della fecondità e della maternità.

     Le donne africane, che incontriamo sulla strada o nelle nostre case di accoglienza, ci chiamano semplicemente “mama”, giacché la religiosa ricorda loro la presenza della madre alla quale confidare preoccupazioni e difficoltà e con cui condividere gioie, speranze e sogni per un futuro diverso. Per la donna africana la maternità è considerata la più grande ricchezza e il sogno più bello che porta nel cuore anche quando vive l’esperienza dello sfruttamento sulla strada con i rischi, le paure e le sofferenze che comporta. L’esperienza drammatica delle ragazze straniere sulle strade italiane è terribile, ma a volte la maternità, anche se frutto di violenza, può diventare la chiave per verso il riscatto e la liberazione.  

Pubblicato il 09 maggio 2011 - Commenti (2)

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Autore del blog

Noi donne oggi

Suor Eugenia Bonetti

Missionaria della Consolata, è stata per 24 anni in Kenya. Al ritorno comincia a lavorare in un Centro d’ascolto e accoglienza della Caritas di Torino, con donne immigrate, molte delle quali nigeriane, vittime di tratta. Dal 2000 è responsabile dell’Ufficio tratta dell’Unione superiori maggiori italiane (Usmi). Coordina una rete di 250 suore di 70 diverse congregazioni, che operano in più di cento case di accoglienza. Il presidente Ciampi l’ha nominata nel 2004 Commendatore della Repubblica italiana.
Ha scritto con Anna Pozzi il libro "Schiave" (Edizioni San Paolo).

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