01
ott

Schiave d'Europa

Il commissario europeo Cecilia Malmström, incaricata degli Affari interni, ha reso noto un rapporto sul traffico degli esseri umani specialmente per lo sfruttamento sessuale che ci conferma, una volta di più, l’enormità di questo dramma e l’urgenza di intervenire. «Il traffico degli esseri umani è la schiavitù dei nostri tempi - ha denunciato la commissaria Ue -: soprattutto il traffico delle donne sfruttate per il commercio del sesso. Romania e Bulgaria sono i Paesi più colpiti. I dati sono in aumento. Le cause? Certamente la crisi economica ha reso queste stesse vittime ancora più deboli. E noi avremmo dovuto fare molto di più nel passato, per aiutarle».

Il rapporto precisa che tre quarti delle vittime di traffico di esseri umani sono oggetto di sfruttamento sessuale; le donne sono il 79 per cento del totale, e il 12 per cento di queste sono ragazze minorenni, 2 su 10 sono maschi.
È vero, molto è stato fatto ma la legislazione non basta se non si crea una cultura del rispetto e del vero valore della dignità di ogni persona. In Italia, ad esempio, abbiamo una delle migliori legislazioni europee per la protezione e la reintegrazione sociale delle vittime di sfruttamento e riduzione in schiavitù alle quali viene pure dato un permesso di soggiorno per motivi sociali o umanitari. (art. 18 del T.U sull’immigrazione del 1998).

Da allora oltre 6.000 vittime di tratta hanno usufruito di questa legislazione e sono state aiutate a reintegrarsi nel nostro tessuto sociale. Oggi però, sempre di più, facciamo fatica a far applicare questa legge agli stessi enti preposti, anche quando le vittime sporgono denuncia. Molte di queste giovani sfruttate devono attendere parecchi mesi e a volte anni prima di ottenere i dovuti documenti e prima di poter riprendere in mano la propria vita e il proprio futuro in modo dignitoso. Le nostre istituzioni e case di accoglienza si sono molto rallegrate lo scorso anno quando l’Unione europea ha emanato una nuova normativa per le persone vittime di tratta, approvata nel febbraio del 2011. Questo nuovo testo, che fissa i principi generali sulla prevenzione del fenomeno della tratta e sulla protezione delle vittime, dovrebbe entrare in vigore nell’aprile 2013. Questo potrebbe favorire una maggior cooperazione tra gli Stati europei in particolr per il contrasto della criminalità organizzata.

Purtroppo, come sovente abbiamo costatato e denunciato, dopo tanti anni di impegno da parte di enti pubblici e privati, nonché di organizzazioni di volontariato, Caritas e congregazioni religiose, soprattutto femminili, il problema non tende a diminuire, anzi. Il meccanismo di questa nuova e moderna schiavitù, particolarmente di donne e minori, cambia strategie e modalità di reclutamento, trasporto e gestione pur di sostenere un grande “business” fatto di interessi e corruzione e di assicurare al tempo stesso la richiesta di sesso a pagamento.

Ciò che ci preoccupa maggiormente in questo momento sono i dati che riguardano soprattutto le minorenni, menzionati dal commissario perché le cifre potrebbero essere notevolmente in difetto. Lo scorso 19 settembre l’Italia ha finalmente ratificato la Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, con la condanna categorica della pedofilia e pedopornografia. Ci sono voluti tre anni perché il Senato desse il via libera definitivo al provvedimento contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale sui bambini. Entra così nel codice penale la parola “pedofilia” per cui è prevista la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni per chi si macchia di questo orribile reato. Ciononostante, la realtà di sfruttamento che incontriamo ogni giorno sulle nostre strade, nei night club e negli appartamenti continua a essere molto triste e allarmante.

Ci auguriamo che la nuova normativa approvata nelle scorse settimane dal governo italiano sullo sfruttamento sessuale dei minori trovi piena applicazione, senza scuse e senza remore, e che includa anche il fenomeno del “turismo sessuale”, che riguarda tre milioni di persone in tutto il mondo, molte delle quali dei veri e propri pedofili. Questo mercato molto proficuo non conosce crisi e vede gli italiani in prima fila. Li chiamano travelling sex offender, viaggiano in cerca di esperienze sessuali, soprattutto con minori.

Le risposte date dai diversi Paesi dell’UE si differenziano a secondo delle situazioni economiche sociali e culturali, mentre tutti i Paesi sono d’accordo sul fatto che si debba agire subito per trovare soluzioni adeguate. La Commissaria ha lanciato una consultazione tra i vari Stati per integrare efficacemente la direttiva europea già approvata. A tutti viene chiesto di fare molto di più dando maggior attenzione a cinque punti prioritari per una vera strategia quinquennale e globale: prevenzione del traffico; punizione sicura dei responsabili; identificazione e protezione delle vittime; coordinamento interstatale, anche con Paesi fuori dalla Ue; aumento dell’informazione sul fenomeno.

Io sento il bisogno di aggiungere un altro punto, forse il più strategico di cui molto raramente si parla: il contrasto della richiesta di sesso a pagamento da parte del nostro mondo maschile e maschilista, che non vuole mai mettersi in discussione. È proprio la richiesta costante e per molti versi in crescita, che alimenta la catena di queste nuove schiave. Fino a quando ci sarà la richiesta i trafficanti troveranno i modi per importare e tenere imprigionate migliaia di giovani donne che sognano una vita migliore per loro e i loro cari e si trovano letteralmente a vivere l’inferno.

Pubblicato il 01 ottobre 2012 - Commenti (1)
02
ago

La prostituzione non è un mestiere

Durante il programma televisivo “Cominciamo bene” di Rai3, andato in onda giovedì 26 luglio e condotto da Giovanni Anversa e Arianna Ciampoli, è stato trattato un argomento assai controverso che ogni tanto torna alla ribalta: “Legalizzazione e tassazione della prostituzione”. Prendevano parte alla discussione Antonio Morina, Tributarista, l’on. Carolina Lussana, deputata della Lega, Bia Sarasini, scrittrice e giornalista e Pia Covre del movimento per i diritti civili delle prostitute.

La trasmissione è iniziata con la presentazione di alcune cifre, frutto di una delle ultime inchieste che ha messo ancora una volta in evidenza un dato impressionante: oggi in Italia ci sono circa settanta mila prostitute e circa nove milioni di clienti al mese, per un giro d’affari mensili di novanta milioni di euro. Un “business” che potrebbe fruttare allo Stato 260 milioni di entrate in tasse all’anno.

Durante la trasmissione si è discusso della prostituzione - ossia della vendita del corpo di una persona - come se si trattasse di un qualsiasi lavoro autonomo, quindi soggetto alle leggi di mercato. Di conseguenza, si sosteneva la necessità di un pagamento delle tasse come avviene per tutti i lavoratori autonomi.

Il dibattito si è svolto con serietà, ma anche con diversità di approcci e di vedute. Ancora una volta era predominante il bisogno e la richiesta di una normativa per colmare il vuoto legislativo lasciato dalla legge Merlin del 1958, quando, dopo dieci anni di discussione, è stata decisa la chiusura delle case di tolleranza in cui le donne erano schedate come meretrici.

Si è messo, inoltre, in evidenza - e con forza - il fatto che molta gente, di fronte a quello che continua a essere chiamato “il mestiere più vecchio del mondo”, sostenga con molta superficialità che il problema potrebbe essere regolamentato e risolto con una legislazione appropriata, a tutela di quante scelgono questa forma di “lavoro”, con tutti i diritti e doveri previsti per qualsiasi altra professione. La prostituzione, intesa come vendita del proprio corpo in piena libertà di scelta, entrerebbe quindi a far parte della categoria di lavoro autonomo, con relative tutele sindacali e contribuzione fiscale.

Di fronte a queste considerazioni, sento il bisogno di condividere alcune riflessioni, basate sulla mia ventennale esperienza di lavoro e di lotta contro la tratta di esseri umani, specialmente donne e minori per lo sfruttamento sessuale. Un fenomeno che sta distruggendo non solo una generazione di giovani donne immigrate provenienti da Paesi poveri, ma che sta anche logorando il nostro tessuto sociale con risvolti assai deleteri sui nostri giovani e ancor più sulle nostre famiglie.

Cosa dire ad esempio dell’enorme numero di richieste di sesso a pagamento in un Paese cosiddetto civile come l’Italia, dove il 70 per cento dei clienti sono persone sposate o conviventi? E si può davvero parlare di 70 mila donne che hanno scelto liberamente e volontariamente di fare la prostituta? Siamo proprio sicuri che queste donne considerino il loro esser lì sulle nostre strade, negli appartamenti o nei locali come un lavoro autonomo alla stregua di qualsiasi altra libera professione?

Sappiamo bene, invece, che oltre l’80 per cento di queste donne sono immigrate e sono state trafficate, comprate e vendute da trafficanti che gestiscono un “business” internazionale miliardario. Un “business” che frutta alla criminalità organizzata (anche di casa nostra) enormi guadagni. Le giovani immigrate, coinvolte nella prostituzione, sono spesso partite dai loro Paesi, lasciando situazioni di grande povertà, con la speranza di poter lavorare nel nostro ricco Occidente per migliorare le proprie condizioni di vita e aiutare le loro famiglie. Molte si sono ritrovate invischiate nelle maglie di trafficanti senza scrupoli, che usano queste donne come merci, con la “complicità” dei clienti che con la loro richiesta di sesso a pagamento sostengono e alimentano questi ignobili traffici.
 
Queste donne non hanno certamente scelto di fare la prostituta, ma sono state costrette con l’inganno e con la coercizione - psicologica oltre che fisica - a vivere nella clandestinità, nella paura e nell’ignoranza dei loro diritti e doveri in un Paese straniero. Perché allora non pensare, prima di tutto, a rompere gli anelli di questa terribile catena di schiavitù che sfrutta e opprime migliaia di donne? Sono loro le nuove schiave del XXI secolo. Vittime di un sistema che toglie alla persona libertà e dignità.

Purtroppo questa catena di schiavitù è formata da tanti anelli: le vittime, con la loro povertà e mancanza di scelta; gli sfruttatori con i loro ingenti guadagni; i clienti con le loro frustrazioni e richieste; la nostra società con la sua carenza di valori, di etica morale, civile e familiare; il consumismo sfrenato, che pretende che tutto si possa vendere e comprare, compreso il corpo di una donna e ancor più di una minorenne; i governi con i loro sistemi di corruzione e di connivenze; ma noi, come singoli cittadini con il nostro silenzio e la nostra indifferenza.

Purtroppo oggi il bene comune viene confuso con la libertà indiscriminata di scelta, di opinioni, di interessi personali. Forse abbiamo dimenticato che l’etica morale si fonda sul rispetto e la dignità della persona, che vive nella società, in sintonia con elementi culturali e tradizionali che rappresentano il bagaglio di un Paese civile, rispettoso di valori veri e duraturi.

Le conseguenze di questo “libertinaggio” non sono affatto da sottovalutare, perché creano una grande povertà di valori e di relazioni. Quante infedeltà matrimoniali, quante rotture di impegni e promesse, quante famiglie sfasciate! E le conseguenze più disastrose spesso le pagano i figli.

Quale esempio e quale formazione alla responsabilità e al rispetto della propria e altrui dignità stiamo offrendo ai nostri giovani? Quali saranno le conseguenze psicologiche sulla vita di tanti adolescenti che sono spinti a giustificare tutto in nome della libertà personale? Non ci accorgiamo che stiamo pericolosamente abbassando il nostro stesso livello valoriale e culturale e che proponiamo sempre più modelli non finalizzati alla costruzione del bene comune, ma semplicemente al perseguimento dell’interesse personale di ciascuno?

Anche il lavoro dovrebbe essere considerato per il contributo positivo che può offrire per il bene della persona e della società. Ogni lavoro, per umile e semplice che sia, dovrebbe nobilitare la persona, aiutarla a offrire il suo contributo di intelligenza, capacità e competenza alla costruzione di un mondo migliore. Com’è possibile considerare la prostituzione come lavoro dignitoso e onesto? Perché le nostre donne che incontriamo sulle strade o accogliamo nelle nostre case-famiglia provano tanta vergogna a raccontare le loro storie di sopruso e umiliazione? Perché una volta che hanno lasciato questo losco mercato vogliono solo dimenticare questo capitolo della loro vita?

Durante una recente conferenza in Canada, mi è stato dato di ascoltare la testimonianza di una donna che ha esercitato la prostituzione per oltre vent’anni come mezzo di sostentamento per lei e per i suoi figli. Dopo aver condiviso la sua triste esperienza, seguita da un profondo silenzio da parte dell’assemblea presente, ha aggiunto: “Nessuno osi dire che le prostitute lo fanno perché lo vogliono e lo scelgono. Io non l’avrei mai fatto se avessi avuto altre opportunità o se avessi incontrato una persona disponibile ad aiutarmi a trovare un altro lavoro”.

Termino queste riflessioni ribadendo ancora una volta con forza che legalizzare la prostituzione e riconoscerla come lavoro autonomo può diventare sinonimo della legalizzazione della stessa tratta di esseri umani, la nuova schiavitù del ventunesimo secolo conclamata e vissuta da tante donne

Pubblicato il 02 agosto 2012 - Commenti (4)
24
lug

Bestie

Recentemente due suore nigeriane sono venute in Italia a un seminario internazionale per religiose provenienti da diversi Paesi del mondo per rafforzare la rete di Talitha Kum. Insieme, si è cercato di trovare strategie comuni per incidere sui Paesi di origine, transito e destinazione di migliaia di giovani donne, vittime di organizzazioni criminali internazionali che le trafficano e le costringono alla prostituzione.

Dalle diverse esperienze è emerso prima di tutto il grande problema della povertà endemica in tanti Paesi d’origine che facilita il compito dei trafficanti di esseri umani, che usano varie strategie - tra cui i riti voodoo - per “adescare” e soggiogare le loro prede.

Ma i trafficanti sono presenti pure nei Paesi di transito per monitorare il passaggio delle vittime e non rischiare di perdere il loro “investimento”. Ogni donna vittima di tratta, costretta a prostituirsi in Europa, frutta dai 60 agli 80 mila euro.


Nei Paesi di destinazione, invece, i trafficanti sono ancora in azione per pianificare l’offerta e rispondere alla domanda di milioni di uomini, in cerca di sesso a pagamento. Purtroppo la crisi economica non incide su questo mercato.

Una delle due religiose nigeriane venute in Italia è stata diverse sere sulle nostre strade per incontrare le ragazze e rendersi conto della loro triste situazione. Incontrando un giornalista durante una conferenza stampa, che le chiedeva che cosa l’aveva colpita di più durante quegli incontri notturni sulla strada, diede una risposta agghiacciante: «Ho notato che voi italiani siete molto amanti degli animali e li trattate molto bene», disse con molta convinzione e pacatezza. «Come avrei voluto vedere le nostre ragazze trattate almeno come animali».

Quanto mi ha colpita quella risposta e quanto mi ha fatto riflettere quella drammatica a verità. Proprio in questi giorni, leggendo le polemiche legate a un allevamento di animali destinati presumibilmente alla vivisezione, mi sono tornate in mente le parole di quella religiosa. E ho pensato che, come è giusto indignarsi per l’atroce fine che fanno quegli animali, allo stesso modo dovremmo alzare il nostro grido di denuncia e di indignazione per il trattamento bestiale che viene riservato a molte giovani immigrate, che subiscono ogni giorno le peggiori violenze sulle strade del nostro Paese.

Pubblicato il 24 luglio 2012 - Commenti (1)
14
lug

E' ora di colpire i clienti

Sono di questi giorni le notizie di arresti di trafficanti di esseri umani sia a La Spezia che a Sassari. Penso sia giunto il momento di essere molto più severi con i trafficanti di merce umana e cercare di confiscare i loro proventi e risarcire le donne ridotte a schiave dei danni subiti.


“Finalmente giustizia è fatta”, è stata una bella notizia emanata dalla Corte d’Assise d’appello dell’Aquila a favore di diciassette donne nigeriane costrette a prostituirsi sulla Bonifica del Tronto in condizioni di grave sfruttamento: 50.000 euro di provvisionale immediata per ogni ragazza, la revoca della confisca dei beni sequestrati agli imputati in favore dello Stato e il sequestro conservativo in favore delle vittime. 

Queste notizie e risoluzioni potrebbero incoraggiare molto le stesse vittime a collaborare con la giustizia per mettere fine al commercio di esseri umani così come viene fatto per il traffico di droga. Ben venga allora la proposta di una legge in Italia come quella della Svezia e della Norvegia, che mira a colpire e a multare anche il cliente in modo che serva da deterrente. 

Questo provvedimento, però, deve essere accompagnato da una vera educazione e formazione al rispetto e alla dignità della persona. La donna non può essere ridotta a mero oggetto, che si può mercanteggiare, specialmente se vive in stato di paura o di vulnerabilità. La nostra proposta va ben oltre la punizione. Quest’ultima, se non è accompagnata da un cambiamento di mentalità e di valori, non porta certamente i frutti desiderati e duraturi in un mondo dove la differenza di genere deve essere accolta e vissuta nella quotidianità e nella complementarietà pur nella diversità dei ruoli.

Le nuove legislazioni possono essere efficaci se discusse tra le varie componenti sociali e specialmente con chi opera a diversi livelli e con diversi ruoli per contrastare il traffico di esseri mani per lo sfruttamento sessuale, al fine di trovare comuni accordi per proporre e attuare leggi adeguate ed efficaci. È importante e necessaria la collaborazione di quanti sono coinvolti in prima persona nella lotta alla criminalità organizzata, nonché nella protezione delle vittime e persino nel recupero del cliente, perché anche lui è un anello saldo della catena di questa nuova schiavitù che deve essere spezzato affinché lui stesso possa riappropriarsi della sua dignità.

Facciamo campagne informative e formative, puntando specialmente sui giovani nelle scuole e nelle parrocchie e ridurremo di molto la richiesta. Solo allora le nostre leggi punitive saranno efficaci e durature, perché basate su convinzioni e su valori veri di una convivenza umana e rispettosa della dignità propria e altrui.

Pubblicato il 14 luglio 2012 - Commenti (1)
09
mag

Becky, da prostituta a mamma

Beky ha 22 anni e da due vive in Italia. È una delle tante ragazze africane costrette alla prostituzione sulle strade del nostro Paese. Il disprezzo, l’umiliazione e l’emarginazione fanno parte della sua esperienza quotidiana. Sin da quando è arrivata in Italia ha la sensazione di non essere più nessuno: non ha né documenti né un nome, non ha famiglia né amici. L’unica cosa che sa è che la sua vita vale per quello che riesce ad incassare; perciò deve guadagnare molto per pagare il “debito” di 60 mila euro che i trafficanti le hanno imposto.

     Da qualche mese, tuttavia, qualcosa è cambiato. Beky ha scoperto di essere incinta. La prima reazione è stata di sorpresa e di paura: che cosa fare? Ai suoi sfruttatori non piace certo l’idea che per nove mesi rimanga senza guadagnare. Con forti minacce vogliono costringerla ad abortire. Nella mente di Beky emergono i ricordi del suo Paese, della sua famiglia, della sua cultura. Quella gravidanza non aspettata riaccende nel suo cuore un sentimento di dignità che pensava fosse totalmente estinto. Nella cultura della sua terra essere madre è l’espressione più alta dell’essere donna. E così nasce in lei il desiderio di rischiare tutto pur di tenere la sua creatura. Con quel bambino rinasce in lei l’orgoglio di essere donna e donna africana.

     Prendere questa decisione tuttavia non è facile: c'è la consapevolezza di essere da sola in un Paese straniero, la paura di coloro che controllano le schiave della prostituzione, la mancanza di contatto con la famiglia in Africa. Beky si rivolge a un Centro di ascolto della Caritas e le viene proposta l’accoglienza in una casa-famiglia, gestita da religiose. dove avrebbe trovato aiuto e protezione per lei e per il suo bambino. Casi simili sono molto frequenti in Italia. Negli ultimi anni molte donne, specie africane, sono riuscite a sfuggire ai loro sfruttatori chiedendo aiuto alle comunità di accoglienza pur di non perdere il loro bambino. La donna in Africa, pur nella sua grande povertà, mantiene forte il senso della dignità femminile, vissuta nell’altruismo, nel sacrificio e nella dedizione alla propria famiglia.

     La vita della donna africana è basata su tre pilastri, come tre sono le pietre del fuoco su cui cucina: Dio, la comunità e la famiglia. Per le africane, dunque, la maternità è qualcosa di essenziale alla femminilità, in fondo è ciò che caratterizza il loro essere donna. In Italia ci sono molte case che accolgono ragazze disposte a lasciare la strada. Ma questi sono soltanto luoghi di passaggio provvisori, perché l’obiettivo è quello l'integrazione della madre e del bambino nella società. La donna deve sentirsi accolta per essere a sua volta capace di accogliere la propria creatura. Con la maternità queste ragazze che hanno sperimentato tante sofferenze e hanno perso quasi totalmente il senso della propria  identità e dignità, ritrovano il loro valore come donna. L’essere madre regala loro la gioia di donarsi agli altri, fondamentale nella loro cultura.

     Emblematico quello che mi disse una volta una giovane madre nigeriana: «Grazie suora! Se non fosse stato per il vostro aiuto, ora, non soltanto mio figlio non sarebbe vivo, ma non ci sarei stata più nemmeno io». E tutto questo fa parte di una maternità condivisa a tanti livelli perché continua a promuovere la vita, a generare vita e a custodire il grande dono della vita che è sempre dono di Dio per la nostra umanità. E mentre ricordo il dono di mia madre con la sua dolcezza e fermezza non posso non ricordare le tante “madri” missionarie che ho incontrato nella mia vita in Africa e che mi hanno insegnato con il loro esempio che ogni donna è chiamata a generare vita, a portare vita, a far crescere e a proteggere la vita. Ed è stato proprio in Africa che ho imparato a donare vita e a vivere in pienezza il dono della fecondità e della maternità.

     Le donne africane, che incontriamo sulla strada o nelle nostre case di accoglienza, ci chiamano semplicemente “mama”, giacché la religiosa ricorda loro la presenza della madre alla quale confidare preoccupazioni e difficoltà e con cui condividere gioie, speranze e sogni per un futuro diverso. Per la donna africana la maternità è considerata la più grande ricchezza e il sogno più bello che porta nel cuore anche quando vive l’esperienza dello sfruttamento sulla strada con i rischi, le paure e le sofferenze che comporta. L’esperienza drammatica delle ragazze straniere sulle strade italiane è terribile, ma a volte la maternità, anche se frutto di violenza, può diventare la chiave per verso il riscatto e la liberazione.  

Pubblicato il 09 maggio 2011 - Commenti (2)
24
apr

Pasqua a Ponte Galeria

UJn'immagine scattata nel Cie di Ponte Galeria.
UJn'immagine scattata nel Cie di Ponte Galeria.

Dal mese di marzo del 2003, un gruppo di religiose di diverse congregazioni e provenienti da vari Paesi - e dunque con differenti lingue materne - ogni sabato pomeriggio visita il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria, nei pressi di Roma, che può ospitare circa 180 donne in attesa di rimpatrio perché senza documenti.

     Da parecchi mesi suor Giulia, una giovane religiosa nigeriana, era parte di questo gruppo organizzate dall’Ufficio “Tratta donne e minori” dell’USMI. Durante un raduno della sua congregazione, la Madre Generale le chiede di condividere il servizio che svolge tra queste donne immigrate in attesa di espulsione. Suor Giulia risponde semplicemente: «Madre, a Ponte Galeria noi facciamo come Maria sotto la Croce». Alla domanda di ulteriore spiegazione suor Giulia aggiunge che anche noi, come Maria, non riusciamo a cambiare la situazione di tante donne che vivono l’esperienza della sofferenza e della croce perché non vogliono tornare a casa a mani vuote, costrette a vivere il fallimento del loro progetto migratorio iniziato per aiutare la famiglia. Ma anche noi siamo lì, tutti i sabati, per offrire una presenza materna di conforto.

     Nei tanti luoghi di dolore, creati dall’uomo stesso, come lo fu il Calvario, anche il silenzio e la presenza possono avere un valore umano e cristiano. Allora ha senso che il Venerdì Santo 2011, uniti a tutti i crocifissi della storia e della società, una ventina di religiose abbia passato i cancelli e i controlli carcerari per ripercorrere con le oltre cento donne di diverse nazionalità, attualmente presenti nel Centro di Ponte Galeria, il cammino della Via Crucis.

     Per coinvolgerle abbiamo preparato una riflessione di sei stazioni, una lingua per ogni stazione, dove le donne si alternano nelle letture, nei canti e nelle preghiere. La venerazione e il bacio della croce è sempre un momento molto toccante e commovente, durante il quale le donne entrano in sintonia con la sofferenza di quel Cristo che ha assunto su di sé ogni sofferenza, paura, abbandono e disprezzo, giacché lui ha vinto il mondo proprio attraverso la sua morte.

      Ma la morte non ha l’ultima parola. Al di là della sofferenza, del peccato e della morte stessa si intravede la gloria della resurrezione. Lui ha spezzato le catene di tutte le schiavitù, oppressioni, ingiustizie, discriminazioni e sfruttamenti di ogni tipo. E alla fine del percorso dei nuovi Colossei, creati anche oggi dai nostri stessi sistemi di vita, ci sarà l’incontro con il Risorto come lo è stato per la Maddalena, che lo cerca al sepolcro ormai vuoto. Si sente chiamata per nome, Maria, lo riconosce e lo chiama Maestro.

     A lei, come a tante altre donne che vivono situazioni di sofferenza ed esclusione, questo annuncio si ripete ed insieme viene dato loro il mandato di andare e annunciare che Lui non è morto ma vive. Il primo annuncio della resurrezione che ha sconvolto e cambiato il corso della storia dell’umanità viene dato proprio a una donna. Possa questo annuncio di speranza e liberazione realizzarsi per tutte le persone che soffrono e sperano in un futuro di pace e armonia dove i diritti e la dignità di ogni persona venga rispettata e valorizzata.

     Allora per tutti noi il Venerdì Santo è già preludio della Pasqua di Resurrezione ed insieme potremo annunciare che Cristo è Vivo ed è ancora presente in mezzo a noi.

     A tutti i lettori gli auguri più sinceri e cordiali di Buona Pasqua.

Pubblicato il 24 aprile 2011 - Commenti (0)
28
mar

Gli schiavi, vecchi e nuovi

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione del 17 dicembre 2007, ha proclamato il 25 marzo Giornata internazionale delle vittime della schiavitù e della tratta degli schiavi transatlantica. Un fenomeno unico nella storia dell’umanità, sia per la sua durata (dal XVI al XIX secolo, quattrocento anni), sia per la sua portata (circa 17 milioni di persone, esclusi i morti durante il trasporto) sia per il coinvolgimento di numerose regioni e continenti: Africa, America settentrionale e meridionale, Europa e Caraibi.

     Dopo molte campagne per l’abolizione di una simile deportazione durante il corso del XIX secolo quasi tutti i Paesi hanno aderito all’abolizione della schiavitù e del commercio degli schiavi. Nel 1926 con la Convenzione internazionale sulla schiavitù di Ginevra la Società delle Nazioni proibì il commercio di schiavi e condannò la schiavitù in tutte le sue forme. Nel 1948, nella Dichiarazione universale dei diritti umani la schiavitù venne nuovamente condannata ufficialmente.

     Possiamo quindi ammettere che la schiavitù e il commercio degli schiavi sia davvero abolito e rispettato? Tutt’altro. Ci troviamo, infatti, di fronte a una nuova forma di tratta di esseri umani creata dai nostri stessi meccanismi economici per soddisfare l’avidità di denaro, potere e piacere dei nuovi trafficanti di esseri umani. La tratta delle donne per la prostituzione forzata è una di queste: donne provenienti da Paesi in via di sviluppo trafficate e ridotte in schiavitù per l’industria del sesso.

     Oggi c’è una crescente presa di coscienza circa il fatto che la schiavitù esiste ancora in Europa alla fine del XXI secolo. Ma non è ancora abbastanza. Questa nuova forma di schiavitù, infatti, coinvolge moltissimi Paesi di origine, transito e destinazione, senza che esistano efficaci azioni di contrasto e prevenzione. Secondo stime attendibili, ogni anno 2.700.000 donne e minori vengono trafficati nel mondo, ossia venduti e comperati soprattutto per l’industria del sesso a pagamento; di questi, 500.000 solo in Europa.

     Anche l’Italia fa la sua parte in questo sporco business: nel nostro Paese, infatti, ci sarebbero dalle 50 alle 70 mila vittime di tratta, provenienti in maggior parte dalla Nigeria e dai Paesi dell’Est europeo. Le nigeriane, in particolare, vengono costrette alla prostituzione attraverso le minacce e il voodoo (riti di magia nera che le violenta e le assoggetta psicologicamente), mentre le altre sono ridotte in schiavitù attraverso forme di assoggettamento psicologico e affettivo, oltre che con la violenza.

     Ancora oggi, tante donne continuano a perdere, oltre alla loro dignità e identità, la loro stessa vita. Uno degli ultimi casi di cui ho dovuto occuparmi è quello di Blessing, madre di tre bambini uccisa per essersi ribellata agli sfruttatori e aver rifiutato di pagare un “debito” di 40 mila euro, contratto a sua insaputa prima di venire in Italia. «Mai più schiave!» vuole essere il nostro costante grido e impegno di donne che aiutano a liberare altre donne, giacché ogni persona è stata pensata e creata da Dio con la sua dignità e libertà.    

Pubblicato il 28 marzo 2011 - Commenti (0)

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Autore del blog

Noi donne oggi

Suor Eugenia Bonetti

Missionaria della Consolata, è stata per 24 anni in Kenya. Al ritorno comincia a lavorare in un Centro d’ascolto e accoglienza della Caritas di Torino, con donne immigrate, molte delle quali nigeriane, vittime di tratta. Dal 2000 è responsabile dell’Ufficio tratta dell’Unione superiori maggiori italiane (Usmi). Coordina una rete di 250 suore di 70 diverse congregazioni, che operano in più di cento case di accoglienza. Il presidente Ciampi l’ha nominata nel 2004 Commendatore della Repubblica italiana.
Ha scritto con Anna Pozzi il libro "Schiave" (Edizioni San Paolo).

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