29 aprile 2012 – IV domenica di Pasqua

Presenta, nell’immagine biblica del Buon Pastore, l’azione salvifica realizzata dal Signore Risorto prolungata nell’attività pastorale della Chiesa.

 

Il Lezionario

 

Fa leggere i seguenti brani della Scrittura: Lettura: Atti degli Apostoli 20,7-12; Salmo 29 (30); Epistola: 1Timoteo 4,12-16; Vangelo: Giovanni 10,27-30. Il brano di Luca 24,9-12 è letto alla Messa vigiliare del sabato quale Vangelo della Risurrezione.

 

Lettura degli Atti degli Apostoli (20,7-12)

 

7Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane, e Paolo, che doveva partire il giorno dopo, conversava con loro e prolungò il discorso fino a mezzanotte. 8C’era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore, dove eravamo riuniti. 9Ora, un ragazzo di nome Èutico, seduto alla finestra, mentre Paolo continuava a conversare senza sosta, fu preso da un sonno profondo; sopraffatto dal sonno, cadde giù dal terzo piano e venne raccolto morto. 10Paolo allora scese, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: «Non vi turbate; è vivo!». 11Poi risalì, spezzò il pane, mangiò e, dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì. 12Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati.

 

Il brano si riferisce a un episodio accaduto a Troade «il primo giorno della settimana» nel quale la comunità si riunisce «a spezzare il pane», ossia a celebrare l’Eucaristia e ad ascoltare l’Apostolo (v. 7). I vv. 8-9 riportano il tragico evento della morte di Èutico, un ragazzo, caduto dalla finestra del piano superiore della casa dove era seduto ad ascoltare Paolo. La reazione dell’Apostolo di gettarsi sul ragazzo (v. 10) rimanda a quella del profeta Elia nella risurrezione del figlio della vedova di Zarepta (1Re 17,17-24). Il brano si conclude sottolineando il protrarsi fino all’alba della predicazione dell’Apostolo e la consolazione provata da tutti perché il ragazzo era vivo (vv. 11-12).

 

Lettura della prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (4,12-16)

 

Carissimo, 12nessuno disprezzi la tua giovane età, ma sii di esempio ai fedeli nel parlare, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza. 13In attesa del mio arrivo, dèdicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento. 14Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l’imposizione delle mani da parte dei presbiteri. 15Abbi cura di queste cose, dèdicati ad esse interamente, perché tutti vedano il tuo progresso. 16Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano.

 

Il brano contiene alcuni suggerimenti ed esortazioni di Paolo al discepolo prediletto Timòteo da lui lasciato ad Efeso come vescovo. Il brano si apre con l’invito a essere attento a dare l’esempio a tutti nel comportamento (v. 12) e si chiude al v. 16 con l’analoga esortazione a vigilare su di sé. Al centro è posto il comando a dedicarsi a ciò che più di ogni altra cosa compete al vescovo: «Dedicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento» (v. 13) confidando nel dono ricevuto con il gesto dell’imposizione delle mani, ossia lo Spirito Santo (v. 14).

 

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (10,27-30)

 

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai Giudei: 27«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

I presenti versetti fanno parte del più ampio racconto riguardante l’ultimo soggiorno del Signore in Gerusalemme prima della sua Passione e sono ambientati nel Tempio in occasione della festa della Dedicazione (Giovanni 10,22-39). Più in particolare essi sono inseriti nel dialogo polemico con i Giudei, suoi irriducibili avversari, i quali con l’intento malvagio di avere di che accusarlo gli domandano: «Se sei tu il Cristo, dillo a noi apertamente», una domanda che riguarda la sua messianicità e soprattutto la sua figliolanza divina.

Nella sua risposta Gesù afferma che il motivo della loro incredulità risiede nel fatto che essi non sono «sue pecore» (v. 26), riprendendo in tal modo il discorso sul Buon Pastore (Giovanni 10,11-16). Il v. 27 infatti descrive l’ascolto della voce di Gesù, caratteristica essenziale di quanti possono dirsi pecore che appartengono a lui. Un ascolto che le fa entrare in un rapporto intimo con lui al punto da seguirlo, ponendosi cioè nel suo cammino di adesione al volere di Dio.

Il v. 28 dice che cosa Gesù intende offrire ai suoi discepoli: fin da ora la vita eterna, vale a dire la partecipazione alla vita divina e la garanzia valida fino alla fine dei tempi che «nessuno le strapperà dalla mia mano», assicurando con ciò la salvezza eterna. Una simile sicurezza è garantita dal fatto che le sue pecore, ossia i suoi discepoli, sono simultaneamente le pecore «del Padre mio», di Dio, dalle cui mani, ovvero dalla sua potenza protettrice, nessuno può pensare di sottrarle.

La conclusione al v. 30 è una dichiarazione relativa all’unione profonda che esiste tra Gesù e il Padre e che riguarda l’unità del Padre e del Figlio nell’unica essenza divina.

 

Commento liturgico-pastorale

 

Nella sua Pasqua di morte e di risurrezione, Gesù ha realizzato pienamente e definitivamente ciò che è contenuto ed espresso nell’immagine biblica del Buon Pastore. Il testo evangelico, a tale riguardo, illumina i credenti sul significato e su ciò che comporta la loro appartenenza al gregge del Crocifisso e Risorto. In primo luogo essi devono avvertire la loro appartenenza esclusiva al Signore, di cui ascoltano la voce, seguendolo, ossia vivendo di lui, per lui e come lui. Non a caso perciò il Signore designa i credenti come «mie pecore», esprimendo in tal modo la qualità del rapporto che lo lega a essi e l’assoluta necessità che questi hanno di lui. Quanti sono diventati credenti sono “del” Signore perché egli li ha sottratti al potere delle tenebre eterne a prezzo della sua stessa vita. Sono “suoi” perché a essi il Signore comunica la vita eterna, ovvero li rende partecipi della sua comunione di vita e di amore con il Padre. Essendo “suoi”, il Signore li custodisce nella sua “mano” così come fa il Padre, difendendoli da ogni potere avverso e soprattutto impedendo che vengano di nuovo ricondotti sotto il potere del male, del peccato e, dunque, della morte. La preghiera liturgica ha sapientemente così sintetizzato l’annunzio evangelico della salvezza che è in Cristo Signore, il quale «mosso a compassione per l’umanità che si era smarrita, si degnò di nascere dalla vergine Maria; morendo ci liberò dalla morte e risorgendo ci comunicò la vita immortale» (Prefazio). Le Scritture, oggi proclamate, dicono che l’opera “pastorale” del Signore continua nella Chiesa e nel mondo per mezzo degli apostoli e dei loro successori che, in realtà, sono vicari dell’unico Pastore, Cristo Signore.

L’Apostolo Paolo è presentato nella Lettura come modello dei pastori, totalmente consacrato al ministero della Parola a cui attende, senza risparmio di tempo e di energie (Atti degli Apostoli 20,11) e colto nell’atto di “spezzare il pane”, gesto che rende presente ciò che il Signore ha compiuto dando la sua vita sulla Croce e risorgendo dai morti. È da tale evento che viene per i credenti, già da questa vita terrena, il dono della vita eterna e la certezza della salvezza finale.

Si comprende perciò come Paolo raccomandi al suo discepolo Timoteo di dedicarsi, con tutte le sue forze, e fidando soprattutto sul dono dello Spirito invocato su di lui con il gesto dell’imposizione delle mani (Epistola: 1 Timoteo 4,14), al personale assiduo contatto con la Parola di Dio per essere in grado di trasmetterla fedelmente e di esortare autorevolmente i fedeli a vivere in conformità ad essa!

La consapevolezza di essere saldamente tenuta nella mano di Dio Padre e del suo Figlio, mentre rassicura la comunità dei credenti in cammino tra le avversità e le prove di questo mondo, la spinge ad ascoltare con docile obbedienza la voce del suo Signore e a seguirlo sulla via che porta alla vita eterna, la Vita stessa di Dio da lui donata nell’ora della sua morte e della sua risurrezione.

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22 aprile 2012 – III domenica di Pasqua


L’ascolto delle Scritture nel contesto della celebrazione eucaristica di questa domenica, guida i fedeli a riconoscere con fede nel Signore Crocifisso e Risorto la “via” unica e vivente che permette l’accesso a Dio, il Padre!

 

Il Lezionario

 

Vengono perciò oggi proclamati i seguenti brani biblici: Lettura: Atti degli Apostoli 16,22-34; Salmo 97 (98); Epistola: Colossesi 1,24-29; Vangelo: Giovanni 14,1-11a. Alla Messa vigiliare del sabato viene letto Marco 16,-8a come Vangelo della Risurrezione.

 

Lettura degli Atti degli Apostoli (16,22-34)

 

In quei giorni. 22La folla insorse contro Paolo e Sila e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli 23e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. 24Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi.

25Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. 26D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. 27Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. 28Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». 29Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; 30poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?».31Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». 32E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. 33Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; 34poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.

 

Il brano fa seguito al tumulto scoppiato nella città macedone di Filippi a motivo della liberazione di una schiava da uno spirito di divinazione che rendeva denaro ai suoi padroni (Atti 16,12-21) e che costò a Paolo e a Sila, suo compagno di missione, percosse e carcere duro (vv. 22-24). I vv. 26-28 riferiscono del terremoto verificatosi nella notte e del gesto autolesionistico progettato dal carceriere nel constatare che le porte delle celle erano spalancate. Le  parole tranquillizzanti di Paolo provocano in lui un’inattesa reazione: «Che cosa devo fare per essere salvato?» (vv. 29-30) e la risposta essenziale dei due missionari: «Credi nel Signore Gesù», a cui fa seguito la proclamazione della «parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa» (vv. 31-32). I vv. 33-34 concludono il racconto con un rapido cenno al gesto battesimale compiuto sul carceriere e la sua famiglia, coronato dal pasto gioioso «per aver creduto in Dio».

 

Lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi (1,24-29)

 

Fratelli, 24io sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei  patimenti di Cristo,  manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. 25Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di portare a compimento la  parola di Dio, 26cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi. 27A loro  Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti:  Cristo in voi, speranza della gloria. 28È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo. 29Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza.   

 

Il v. 24 riporta l’affermazione dell’Apostolo che è convinto di vivere la sua vita missionaria piena di sofferenze in profonda comunione con i patimenti di Cristo a favore della Chiesa, che Paolo ama chiamare “corpo” del Signore. Egli si percepisce come inviato da Dio stesso per rivelare a tutti indistintamente il «mistero nascosto da secoli», vale a dire il disegno di universale salvezza in Cristo Signore (vv. 25-27). Si comprende perciò come Paolo ha come unico scopo: annunciare lui, il Signore Gesù, a tutti gli uomini senza risparmiarsi nelle fatiche e senza sottrarsi alle controversie (vv. 28-29).

 

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (14,1-11a)

 

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli: 1«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molti dimore. Se no, vi avrei mai  detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado,  conoscete la via».

5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli  disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre?” 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me».

Il brano fa parte del cosiddetto “discorso di addio” (Giovanni 13,33-14,31) rivolto da Gesù ai suoi discepoli nel contesto dell’ultima cena per prepararli all’evento della sua morte e per affidare ad essi le consegne decisive. Dopo aver esortato i suoi a non turbarsi di fronte a ciò che sta per succedere e a credere (v. 1), Gesù introduce il tema del suo ritorno al Padre (vv. 2-3) e della “via” che conduce a lui (v. 4). I vv. 5-6 riportano il dialogo con Tommaso a proposito della “via” mentre i vv. 7-9 conducono all’effermazione: «Chi ha visto me ha visto il Padre», che giustifica l’appello finale a credere in lui (v. 11).

 

Commento liturgico-pastorale

La partecipazione alla celebrazione eucaristica, attuazione della Pasqua, è l’ambiente più idoneo per crescere nell’esperienza del Risorto e riconoscere in lui la “via” che conduce a ciò che, in verità, ogni uomo desidera dal più profondo: “dimorare” presso Dio, il Padre! Tale esperienza è propiziata e fondata sull’ascolto ecclesiale delle Divine Scritture e in primo luogo del Vangelo, nel quale ci parla il Risorto e al quale poniamo tutta la nostra attenzione piena di fede. Egli spalanca l’orizzonte dei suoi indicando «nella casa del Padre mio» la sua destinazione che sarà anche la loro (vv.2-3).

Il Signore inoltre spiega come si può giungere fino al Padre introducendo l’immagine della “via”, ben nota nelle Scritture per indicare l’orientamento scelto o da scegliere per la propria esistenza (vv.4-6). All’iniziale non comprensione dei discepoli, evidenziata con la domanda di Tommaso (v.5), Gesù viene incontro con la solenne dichiarazione sulla sua identità: lui che è la “verità”, ossia la rivelazione piena e definitiva di Dio, e la “vita”, è l’unica “via” data agli uomini per accedere a Dio (v. 6).

Ad essa fa seguito un’altra decisiva parola di autorivelazione: «Chi vede me, vede il Padre», come a dire: si giunge a Dio per la “via” che è Gesù e si arriva all’esperienza e alla relazione filiale con Dio, espressa dai verbi conoscere e vedere, conoscendo e vedendo Gesù, ossia entrando in intimo rapporto di fede con lui che è il Figlio! (vv. 7-9).

Con questo viene superata, nella domanda di Filippo «Mostraci il Padre» (v. 9), la domanda e l’anelito del cuore umano a conoscere e a vedere Dio. Egli si fa conoscere e si fa vedere nel suo Figlio, Gesù di Nazaret, il Crocifisso! Il Risorto! In lui infatti abita Dio, il Padre, e lui, il Figlio, abita in Dio, il Padre (vv. 10-11): lui e il Padre sono una cosa sola! Di conseguenza ciò che il Signore dice sono le parole che il Padre, dimorando in lui, dice.

Le solenni parole di autorivelazione del v.6 e del v.9, al centro dell’odierno brano evangelico, trovano la loro evidente attuazione nella Pasqua di morte e di risurrezione. Il Crocifisso Risorto, pertanto, è la “via” unica data agli uomini per giungere a Dio, ossia alla salvezza e, più ancora, alla conoscenza di Dio, ovvero alla  relazione intima e filiale con lui.

Il Signore Gesù, inoltre, nella sua Pasqua, offre al mondo intero di vedere Dio, di vedere cioè il Padre che è il vero, profondo, insopprimibile desiderio del cuore dell’uomo!

Il Signore Gesù Crocifisso e Risorto, pertanto, è «il mistero nascosto da secoli e da generazioni» la cui gloriosa ricchezza Dio ha deciso di far conoscere in mezzo alle genti (Epistola: Colossesi 1,26-27) con l’annunzio degli Apostoli, testimoni della sua Pasqua, esteso nei secoli dalla Chiesa, la comunità dei credenti.

Credere in lui, pertanto, significa come spiega Paolo al carceriere di Filippi «essere salvo» (cfr. Lettura: Atti 16,31) e dunque non soltanto liberato dall’oppressione del male, ma già stabilito nella casa del Padre per sperimentare la partecipazione alla perenne comunione di vita con lui e con il Figlio.

Di tutto ciò si fa interprete l’orazione All’Inizio dell’Assemblea Liturgica nella quale, dopo aver chiesto a Dio di ravvivare sempre di più nella Chiesa «i desideri che tu le hai suscitato nel cuore», così si prega: «Rendi più certa la nostra speranza; così i tuoi figli potranno aspettare con fiduciosa pazienza il destino di gloria ancora nascosto ma già contemplato senza ombra di dubbio dagli occhi della fede» e già posseduto nella partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore, «sorgente e certezza della gioia senza fine» (Dopo la Comunione).

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15 aprile 2012 – II domenica di Pasqua


La Domenica “In Albis Depositis”

 

È tradizionalmente chiamata “In Albis”  perché i battezzati nella precedente Veglia pasquale si presentavano da questo giorno avendo «oramai tolto le vesti battesimali».

 

Il Lezionario

 

Presenta  ogni anno i seguenti brani biblici: Lettura: Atti degli Apostoli 4,8-24a; Salmo: 117 (118); Epistola: Colossesi 2,8-15; Vangelo: Giovanni 20,19-31. Alla messa vespertina del sabato viene proclamato: Giovanni 7,37-39a quale Lettura vigiliare.

 

Lettura degli Atti degli Apostoli (4,8-24a) 

 

In quei giorni. 8Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, 9visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, 10sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. 11Questo Gesù è la pietra che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. 12In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». 13Vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù. 14Vedendo poi in piedi, vicino a loro, l’uomo che era stato guarito, non sapevano che cosa replicare. 15Li fecero uscire dal sinedrio e si misero a consultarsi fra loro dicendo: 16«Che dobbiamo fare a questi uomini? Un segno evidente è avvenuto per opera loro; esso è diventato talmente noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme che non possiamo negarlo. 17Ma perché non si divulghi maggiormente tra il popolo, proibiamo loro con minacce di  parlare ancora ad alcuno in quel nome». 18Li richiamarono e ordinarono loro di non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù. 19Ma Pietro e Giovanni replicarono: «Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. 20Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato». 21Quelli allora, dopo averli ulteriormente minacciati, non trovando in che modo poterli punire, li lasciarono andare a causa del popolo, perché tutti glorificavano Dio per l’accaduto. 22L’uomo infatti  nel quale era avvenuto questo miracolo della guarigione aveva più di quarant’anni. 23Rimessi in libertà, Pietro e Giovanni andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto loro i capi dei sacerdoti e gli anziani. 24Quando udirono questo, tutti insieme innalzarono la loro voce a Dio.

 

Il brano riporta il discorso fatto da Pietro davanti al Sinedrio (vv. 8-12) dopo essere stato arrestato con Giovanni in seguito alla guarigione dello storpio alla porta Bella del Tempio (Atti 3,1-11). I vv. 13-15 registrano lo stupore del Sinedrio davanti alla “franchezza” con la quale Pietro e Giovanni annunziavano il nome del Signore Gesù di cui vengono riconosciuti come «quelli che erano stati» con lui. Segue ai vv. 15-18 il resoconto della consultazione tra i membri del Sinedrio sul da farsi che si conclude con la proibizione agli Apostoli «di non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù». Cosa, questa, inaccettabile (v. 19). Il brano si conclude con il rilascio di Pietro e Giovanni (vv. 21-2) che riferiscono quanto era loro accaduto alla comunità dei fratelli (vv. 23-24).

 

Lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi (2,8-15)

 

Fratelli, 8fate attenzione che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo. 9È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, 10e voi partecipate della pienezza di lui, che è il capo di ogni Principato e di ogni Potenza. 11In lui voi siete stati anche circoncisi non mediante una circoncisione fatta da mano d’uomo con la spogliazione del corpo di carne, ma con la circoncisione di Cristo: 12con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. 13Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e 14annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. 15Avendo privato della loro forza i Principati e le Potenze, ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo.

 

Nel v. 8 viene riportata l’esortazione dell’Apostolo ai cristiani di Colosse perché vivano secondo la fede in Cristo rifuggendo dalle dottrine mondane e ingannevoli. Ai vv. 9-12 l’Apostolo proclama che la vera fede si poggia sul signore Gesù e sulla partecipazione dei credenti alla pienezza del Signore mediante il battesimo, indicato al v. 11 come «circoncisione di Cristo». I vv. 11-13 evidenziano la partecipazione dei credenti al trionfo del Signore sulla morte, mentre i vv. 14-15 dicono che tutte le Potenze celesti sono state sottomesse al Cristo Risorto.

 

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (20,19-31)

 

In quel tempo. 19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Il testo evangelico che ogni anno viene proclamato nella seconda domenica di Pasqua è di decisiva importanza per la comprensione dell’esistenza stessa della Chiesa e della sua missione. È chiaramente diviso in due parti riguardanti rispettivamente  l’apparizione del Signore Risorto la sera di Pasqua  (vv. 19-23) e il successivo incontro del Signore «otto giorni dopo» con la presenza dell’apostolo Tommaso (vv. 24-29). I vv. 30-31, infine, riportano alcune considerazioni conclusive dell’Evangelista.

Il brano si apre al v. 19 con l’importante precisazione riguardante il raduno dei discepoli in un unico luogo a indicare che, ciò che viene narrato, riguarda la comunità ecclesiale di allora, come di oggi e di sempre. Al centro dell’attenzione c’è il Signore Gesù che si presenta ai suoi riuniti a porte chiuse «per timore dei Giudei». Viene così evidenziato che non vi sono ostacoli e barriere che possano impedire al Signore di «stare in mezzo» alla sua Chiesa e di offrire il dono pasquale della pace dovuta proprio alla sua presenza. Con il Signore Risorto, perciò, non c’è più timore ma pace.

Il Signore quindi si fa riconoscere ai suoi (v. 20) mostrando loro le mani e il fianco, con i segni della trafittura dei chiodi e della lancia del soldato romano, facendo sgorgare la gioia nei loro cuori riconoscendo in lui il Maestro che videro pendere dalla Croce.

La prima parte si chiude con la consegna ai discepoli della specifica missione che dovranno compiere e che la Chiesa dovrà continuare lungo i tempi. Egli che è l’inviato dal Padre, a sua volta manda i suoi discepoli e, in essi, quanti lungo i secoli formeranno la sua Chiesa, a compiere la sua stessa missione la cui efficacia è garantita dal dono dello Spirito indicato nel gesto molto espressivo del soffio (v. 22). La missione consiste essenzialmente nell’estendere a ogni uomo il frutto della Pasqua vale a dire  la remissione e il perdono dei peccati e con la potenza dello Spirito il dono di una vita nuova. In tal modo la Chiesa può portare nel mondo la vita, quella che nel Signore Gesù ha trionfato sul peccato e dunque sulla morte nella cui oscurità giace il mondo e, in esso, l’intera umanità.

La seconda parte del racconto, strettamente legata alla prima, prende avvio dal deciso rifiuto di Tommaso di accogliere la testimonianza dei discepoli: «Abbiamo visto il Signore!» (v. 25).

Tommaso che «non era con loro quando venne Gesù» (v. 24) rappresenta tutti coloro che, nei secoli, dovranno fidarsi e affidarsi con fede alla testimonianza che la comunità dei credenti offre su Gesù, il Vivente, senza esigere perciò di “vedere” e di “mettere” personalmente la mano nelle sue ferite. Tommaso supererà questa pretesa “otto giorni dopo” allorché il Signore tornerà tra i suoi augurando e recando il dono della pace e gli chiederà di mettere il suo dito e la sua mano nelle sue ferite esortandolo a «non essere più incredulo, ma credente!» (v. 27). Esortazione che va compresa, in realtà, rivolta a ogni uomo.

La reazione di Tommaso è quella di chi oramai è diventato credente:  non lo sfiora più il pensiero di vedere e di toccare le ferite del Signore ma si rivolge a lui con una proclamazione di fede assoluta: «Mio Signore e mio Dio!». Con ciò riconosce che il suo Maestro, morto sulla Croce, il Risorto, è Dio!

Le parole conclusive del Signore (v. 29) sono anch’esse rivolte, tramite Tommaso, ai futuri credenti e, dunque, anche a noi che oggi le ascoltiamo nella proclamazione liturgica dell’evangelo. Fin da ora siamo da Gesù stesso proclamati beati perché crediamo in lui senza poterlo vedere e toccare.  “Vedere” e “toccare” il Risorto è l’esperienza propria dei Dodici. D’ora in poi la fede dei credenti dovrà poggiarsi sulla loro testimonianza!

Nella celebrazione eucaristica, scandita dal solenne ritmo domenicale istituito dalle apparizioni del Risorto, è possibile per noi vivere, nel mistero, l’esperienza degli Apostoli, crescere nella fede  e nell’amore con Lui  e accogliere con il soffio dello Spirito il mandato che ci abilita alla missione evangelica nel mondo.

La Lettura mostra come questa missione è stata da subito attuata dagli stessi Apostoli, i quali annunziano con estrema chiarezza che «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati»  (Atti degli Apostoli 4,12). L’esperienza che essi hanno fatto del Risorto, la missione ricevuta nel soffio del Signore, nella potenza cioè dello Spirito Santo, è insopprimibile nei loro cuori e li spinge ad annunziare a tutti,  anche a costo della vita, la reale unica possibilità di salvezza che è in Cristo Signore: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (Atti 4,20).

Anche noi, di domenica in domenica, impariamo a «camminare nella nuova realtà dello Spirito» nella quale siamo stati stabiliti dai sacramenti pasquali. In tal modo «ci è dato di superare il rischio orrendo della morte eterna, ed è serbata ai credenti la lieta speranza della vita senza fine» (Prefazio) che ci è data dalla partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore  nel quale «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Epistola: Colossesi 2,9).

 

 

 

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8 aprile 2012 – Domenica di Pasqua


Domenica di Pasqua. Nella Risurrezione del Signore



È “la festa di tutte le feste” avviata nella celebrazione eucaristica culmine della grande Veglia pasquale, cuore e centro dell’intero anno liturgico, nel quale la Chiesa rivive ogni anno il mistero della salvezza portato a compimento nella morte e risurrezione del Signore.

La tradizione propria della nostra Chiesa ambrosiana prevede, per questa domenica, due distinte celebrazioni: la “Messa per i battezzati”, da celebrare qualora vi fossero dei battesimi, e la “Messa nel giorno” che qui proponiamo.

 

Il Lezionario per la “Messa nel giorno”

 

Sono previste le seguenti lezioni bibliche: Lettura: Atti degli Apostoli 1,1-8a; Salmo 117; Epistola 1Corinzi 15,3-10a; Vangelo: Giovanni 20,11-18.

 

Lettura degli Atti degli Apostoli (1,1-8a)

 

1Nel mio primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi 2fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.

3Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. 4Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella disse – che voi avete udito da me: 5Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni sarete battezzati in Spirito Santo».

6Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». 7Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, 8ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi»

 

Il brano riporta il prologo del libro, nel quale l’autore si riallaccia a quanto ha scritto «nel primo racconto», ossia nel Vangelo, a proposito di quanto Gesù ha detto e fatto nella sua vita terrena conclusa con la sua ascensione, ovvero con il suo ritorno glorioso al Padre (vv. 1-2).

I vv. 3-5 riferiscono le disposizioni impartite agli apostoli dal Signore risorto nei giorni prima della sua ascensione e parlano della promessa del battesimo «in Spirito Santo» nel quale saranno battezzati nella Pentecoste, culmine della sua Pasqua.

Sarà l’effusione dello Spirito a fare degli Apostoli i testimoni credibili del Signore Crocifisso e risorto «fino ai confini della terra» (vv. 6-8).

 

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (15,3-10a)

 

Fratelli, 3a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che 4fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture 5e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.

6In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana.

 

I versetti riportati gravitano attorno all’essenziale proclamazione di fede che Paolo “trasmette” ai fedeli di Corinto e che a sua volta ha “ricevuto” e riguardante il fatto storico con portata salvifica della morte, della sepoltura, della risurrezione il terzo giorno del Signore Gesù (vv. 3-5). I vv. 6-8 documentano la veridicità della risurrezione del Signore a partire dalla sua apparizione «a Cefa e quindi ai Dodici» (v. 5) e a numerosi fratelli, fino a quella a lui riservata sulla via di Damasco (cfr. Atti degli Apostoli 9,1-6).

 

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 20,11-18

 

In quel tempo. 11Maria di Magdala stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». 14Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». 16Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». 17Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». 18Maria di Magdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

 

Il brano odierno segue immediatamente il racconto della “corsa” fatta al sepolcro da Pietro e Giovanni ai quali proprio Maria di Magdala, recatasi di buon mattino al sepolcro, aveva annunziato: «Hanno portato via il Signore dalla tomba e non sappiamo dove l’hanno posto!» (20,1-10). Il v.11 presenta Maria nuovamente presso il sepolcro nel quale aveva già constatato l’assenza del corpo del Signore. I vv. 12-13 riferiscono la visione di due angeli biancovestiti e del loro dialogo con Maria. Segue la visione di Gesù che Maria però non riconosce subito (vv. 14-15) fino a che il Signore stesso la chiama per nome e si fa riconoscere (v. 16).

 

Commento liturgico-pastorale

 

Questo, come il citato racconto dell’esperienza di Pietro e di Giovanni al sepolcro vuoto, intende proporre a tutti i lettori e gli ascoltatori del Vangelo l’annunzio della risurrezione del Signore come punto d’appoggio per l’adesione di fede in Lui, unico Signore! Un’adesione che normalmente procede per gradi come avvenne in Maria. Ella, totalmente sopraffatta dal dolore per la morte e ora per la scomparsa del corpo di Gesù, non avverte nei due suoi interlocutori, che lei tratta come persone qualsiasi, la presenza di creature angeliche. Le loro vesti bianche e la loro posizione: «seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù» (v. 12) segnalano infatti la loro origine celeste che Maria, però, non riesce a cogliere perché, pur amando più di se stessa il Signore, questi, alla fine, per lei è oramai solo un corpo esanime! Tutto ciò rappresenta in questa donna una fede ancora non piena, destinata a diventale tale solo con l’incontro faccia a faccia con il Risorto.

L’iniziale equivoco di Maria che scambia Gesù con il custode del giardino (v. 15) vuole significare che il Maestro, che ella ha conosciuto e amato, ora non è più di questo mondo e, pertanto, occorre che lui si manifesti per poterlo riconoscere nella sua nuova condizione di vita. In una parola, Gesù non va più cercato, come fa Maria, tra i morti, ma nella sua nuova identità di Figlio glorificato.

Per questo Gesù, chiamando Maria per nome, la costringe ad andare oltre il dolore per la sua morte e a riconoscerlo finalmente come vivente! Ciò è reso evidente nel grido della donna: «Rabbunì!, il titolo, cioè, con il quale si è sempre rivolta al Signore. È il grido del riconoscimento di fede oramai piena e definitiva: il Maestro che lei ha visto pendere dalla croce e deporre nel sepolcro è davanti a lei vivo!

Le parole consegnate a Maria per i discepoli, che il Signore glorificato chiama «miei fratelli», costituiscono l’apice dell’intero racconto: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (v. 17). Con questo solenne messaggio afferma che la “salita” al Padre, vale a dire la sua “esaltazione” e “glorificazione” avviata con la “salita” sulla Croce, sta per diventare definitiva anche nelle conseguenze riguardanti i discepoli e tutti coloro che, lungo i secoli, crederanno in lui.

Questi, infatti, d’ora in poi potranno con ui chiamare Dio Padre, assumendo così una vera relazione filiale ed entrando in quel rapporto di amore che unisce il Padre e il Figlio dall’eternità.

Trova così risposta la domanda formulata dagli apostoli al Risorto: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» (Lettura: Atti degli Apostoli 1,6). Nella sua “salita” al Padre Gesù non ha ricostituito il regno per una nazione soltanto, ma in lui tutte le genti possono rivolgersi a Dio come al loro Dio, il Dio che assicura ad essi la sua alleanza, che non verrà mai meno perché inaugurata ed «esaltata nel sangue del Signore» (Prefazio).

L’annunzio che Maria deve recare ai discepoli divenuti fratelli è l’annunzio che la Chiesa, comunità dei credenti, deve recare a tutti gli uomini, sinteticamente così formulato: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture» (Epistola: 1 Corinzi 15,3-4).

Si tratta di un annuncio liberante perché nella sua morte il Signore «ha portato i peccati di tutti e di tutti ha cancellato la colpa» (Prefazio), togliendo di mezzo la causa della rovina temporale ed eterna dell’uomo.

Possiamo perciò a ragione affermare che con la sua morte il Signore ha tratto «dall’abisso del peccato» il mondo intero e con la sua risurrezione il terzo giorno ha introdotto fin da ora i credenti nel regno dei cieli (Prefazio).

La celebrazione eucaristica ha trasmesso e continua a trasmettere non solo l’annunzio evangelico del Risorto, ma la sua attualizzazione nei santi misteri che ci donano di sperimentare la reale consistenza della nostra partecipazione alla sua Pasqua come comunione d’amore con il Padre, per mezzo del suo Figlio, nello Spirito Santo.

Esperienza questa a cui la preghiera liturgica invita l’umanità intera: «O popoli, venite con timore e fiducia a celebrare l’immortale e santissimo mistero. Le mani siano pure e avremo parte al dono che ci trasforma il cuore. Cristo, agnello di Dio, si è offerto al Padre, vittima senza macchia. Lui solo adoriamo, a lui diciamo gloria, cantando con gli angeli: Alleluia» (Alla comunione).

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In queste pagine potete trovare il commento alla liturgia domenicale e festiva secondo il RITO AMBROSIANO, curata da don Alberto Fusi.

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