2 settembre 2012


2 settembre 2012 – I domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore

Questa prima domenica mette in evidenza il carattere cristologico della testimonianza dell’Antica Alleanza che si conclude con quella del Battista. Quella testimonianza, che si riferisce al Signore Gesù, esaurisce di fatto la sua missione davanti a lui che è il Figlio di Dio, portatore della definitiva parola divina di salvezza.


Il Lezionario

Contempla la proclamazione dei seguenti brani biblici: Lettura: Isaia 29,13-21; Salmo 84 (85); Epistola: Ebrei 12,18-25; Vangelo: Giovanni 3,25-36. Alla Messa vigiliare del sabato viene letto: Luca 24,9-12 come Vangelo della Risurrezione. (Le orazioni e i canti della Messa sono quelli della XXII domenica del Tempo «per annum» del Messale Ambrosiano.


Lettura del profeta Isaia (29,13-21)

13Dice il Signore: «Poiché questo popolo / si avvicina a me solo con la sua bocca / e mi onora con le sue labbra, / mentre il suo cuore è lontano da me / e la venerazione che ha verso di me / è un imparaticcio di precetti umani, / 14perciò, eccomi, continuerò / a operare meraviglie e prodigi con questo popolo; / perirà la sapienza dei suoi sapienti / e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti». / 15Guai a quanti vogliono sottrarsi alla vista del Signore / per dissimulare i loro piani, /a coloro che agiscono nelle tenebre, dicendo: / «Chi ci vede? Chi ci conosce?».
16Che perversità! Forse che il vasaio / è stimato pari alla creta? / Un oggetto può dire del suo / autore: / «Non mi ha fatto lui»? / E un vaso può dire del vasaio: «Non capisce»? / 17Certo, ancora un po’ / e il Libano si cambierà in un frutteto / e il frutteto sarà considerato una selva. / 18Udranno in quel giorno i sordi le parole del libro; / liberati dall’oscurità e dalle tenebre, / gli occhi dei ciechi vedranno. / 19Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, / i più poveri gioiranno nel Santo d’Israele. / 20Perché il tiranno non sarà più, sparirà l’arrogante, / saranno eliminati quanti tramano iniquità, / 21quanti con la parola rendono colpevoli gli altri, / quanti alla porta tendono tranelli al giudice / e rovinano il giusto per un nulla.

Il brano prende anzitutto di mira il vuoto ritualismo esteriore che non esige l’interiore partecipazione di chi lo compie e la pretesa sapienza e capacità politica dei consiglieri del re (vv. 13-14). Essi, infatti, confidano nelle loro trame oscure e segrete le quali, però, non possono certo rimanere tali agli occhi di Dio che conosce i cuori degli uomini da lui plasmati (vv. 15-16). Il brano è segnato al v. 17 da una svolta con un oracolo che riguarda la trasformazione spirituale del popolo e in particolare degli umili e dei più poveri (vv. 18-19). Viene, inoltre, annunciata la scomparsa del tiranno come dell’arrogante disonesto e ingiusto (vv. 20-21).


Lettera agli Ebrei (12,18-25)

Fratelli, 18voi infatti non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, 19né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. 20Non potevano infatti sopportare quest’ordine: «Se anche una bestia toccherà il monte, sarà lapidata». 21Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: «Ho paura e tremo». 22Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa 23e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, 24a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele. 25Perciò guardatevi bene dal rifiutare Colui che parla, perché, se quelli non trovarono scampo per aver rifiutato colui che proferiva oracoli sulla terra, a maggior ragione non troveremo scampo noi, se volteremo le spalle a Colui che parla dai cieli.

Nei vv. 18-21 vengono evocati i fenomeni cosmici che hanno accompagnato la stipula dell’alleanza tra Dio e Israele tramite la mediazione di Mosè (cfr. Esodo 19,12-13; Deuteronomio 9,19) e che sono stati motivo di timore e spavento tra il popolo. Al contrario l’alleanza nuova stipulata tramite la mediazione di Gesù è descritta come un’adunanza festosa nella Gerusalemme celeste, immagine della Chiesa (vv. 22-24). Di qui l’esortazione a non rifiutare il Signore Gesù e a non voltargli le spalle per non andare incontro a una punizione ben più grave di quella inflitta al popolo della prima alleanza che non aveva voluto ascoltare Mosè (v. 25).


Lettura del Vangelo secondo Giovanni (3,25-36)

In quel tempo. 25Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. 26Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». 27Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. 28Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. 29Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. 30Lui deve crescere; io, invece, diminuire». 31Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. 33Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. 34Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. 35Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.



Il brano, nella prima parte: vv. 25-30, riporta l’ultima “testimonianza” data a Gesù dal Battista e occasionata da una disputa sorta intorno all’attività battesimale di Gesù e dei suoi discepoli (3,22 ss.). La controversia che agita i seguaci del Battista, riguarda il successo dell’attività di Gesù (v. 25). I vv. 27-30 contengono la risposta del Battista che riconosce anzitutto l’origine divina della capacità attrattiva di Gesù (v. 27) e inquadra la propria attività come un precorrere l’arrivo del Cristo (v. 28). Giovanni, inoltre, si paragona «all’amico dello sposo», che è il Messia e con il quale condivide la gioia, tratto caratteristico dell’era messianica e, nella consapevolezza di essere oramai al termine della sua missione, afferma con chiarezza la “necessità” divina della crescita dell’influenza di Gesù rispetto alla sua (vv. 29-30).

La seconda parte (vv. 31-36) riporta un discorso di rivelazione-testimonianza su Gesù stesso di cui si afferma l’origine divina (v. 31) e, di conseguenza, ciò che egli dice di Dio lo dice perché ne ha esperienza diretta. Eppure persino a lui viene opposto un rifiuto (v. 32). Altri, invece, accolgono la sua “testimonianza”, vale a dire la rivelazione portata da Gesù dal Cielo, e con ciò proclamano e confermano che dietro il messaggio di Gesù vi è Dio stesso che ha dato al rivelatore, che è il Figlio, la pienezza dello Spirito (vv. 33-34). Questo perché il Padre ama senza misura il Figlio (v. 35). Il brano si conclude al v. 36 con un forte appello a “credere nel Figlio” per ricevere da subito la salvezza e con un minaccioso avvertimento per quanti perseverano nell’incredulità andando così incontro al giudizio di condanna.


Commento liturgico-pastorale

Il dono pasquale dello Spirito elargito dal Crocifisso, il Risorto, “esaltato” alla destra di Dio, apre la nostra intelligenza a comprendere la testimonianza che la Scrittura offre al Signore Gesù e, insieme, ci spinge a dare al mondo la nostra testimonianza su di lui nel quale, soltanto, è possibile salpare al giudizio di condanna e godere fin da questa vita la salvezza che l’evangelista indica con l’espressione “vita eterna” (Vangelo: Giovanni 3,36). Giovanni il Battista con la sua persona e la sua opera, segna la decisiva svolta impressa da Dio alla storia della salvezza.

Egli, infatti, ha il compito di dare testimonianza a Gesù presente nel mondo e di riconoscerlo pubblicamente come investito dal cielo per «attestare ciò che ha visto e udito» presso Dio del quale, perciò, «dice la Parola» che reca salvezza a quanti la accolgono (cfr. v. 32 e v. 34). In Gesù, dunque, si realizza l’annunzio profetico che svela l’intenzione di Dio di porre fine alla condizione di estraneità del suo popolo che lo avvicina «solo con la bocca» e lo onora «solo con le labbra», mentre il «suo cuore» è lontano da lui (Lettura: Isaia, 29,13).

Il Profeta, perciò, parla di un deciso cambiamento operato da Dio «in quel giorno» nel quale gli ostinati e gli increduli, paragonati ai sordi e ai ciechi, udranno finalmente «le parole del libro» e verranno così liberati «dall’oscurità delle tenebre gli occhi dei ciechi» (v. 18). Giovanni il Battista, unico tra i Profeti, può proclamare che «quel giorno» è finalmente giunto con la venuta del Signore Gesù, di colui che «viene dall’alto ed è al di sopra di tutti» (Giovanni 3,31).

Per questo egli «dice le parole di Dio» ossia è il rivelatore definitivo davanti al quale deve oramai diminuire, in pratica concludersi, la missione del Battista così come quella dei Profeti dell’Antica Alleanza. Da questo momento ogni uomo è chiamato a prendere davanti a Gesù, che è il Figlio amato dal Padre e che è stato da lui rivestito del suo Spirito (cfr. vv. 34-35), una decisione carica di conseguenze: chi lo accoglie e crede in lui entra fin da ora nella “vita eterna”, sperimenta cioè la gioia della salvezza e, dunque, diversamente da chi lo rifiuta, non va incontro al giudizio distruttivo che Dio pronuncia sull’incredulità e sul peccato (v.36).

A tale riguardo l’Epistola mette in guardia quanti, mediante la fede e i sacramenti, si sono accostati «a Gesù mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore» (Ebrei 12,24), dal tornare a vivere come sordi e ciechi, vale a dire da increduli i quali pensano di essere vicini e graditi a Dio rendendogli un culto frutto della bocca e delle labbra e non del cuore (cfr. Isaia 29,13). Un simile comportamento che l’Epistola descrive concretamente come un «voltare le spalle a Colui che parla dai cieli» (v.25), visualizzando in tal modo il rifiuto di credere nel Signore, è meritevole di una condanna ben più grave di quella che si è abbattuta su quanti hanno «rifiutato colui che proferiva oracoli sulla terra» ossia la testimonianza dei Profeti (v.25).

Partecipando all’Eucaristia nella purezza e nella sincerità del cuore domandiamo la grazia di ascoltare nelle divine Scritture la voce dello Sposo (Giovanni 3,29) che ci stabilisca in una fede ferma, ci rassicuri del suo amore, tenga viva la nostra speranza, ci doni di sperimentare quella gioia che non ci verrà più tolta, e la comunione al suo Corpo e al suo Sangue ci trasformi in una testimonianza vivente di lui da tutti immediatamente riconoscibile.

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26 agosto 2012 - XIII Domenica dopo Pentecoste


26 Agosto 2012 – Domenica che precede il Martirio di San Giovanni il Precursore


Tiene il posto della tredicesima domenica dopo Pentecoste e prepara la svolta che la prossima festa del Martirio di San Giovanni il Precursore (28 agosto) imprimerà al tempo liturgico dopo Pentecoste.


Il Lezionario

Fa oggi proclamare le seguenti le seguenti lezioni bibliche: Lettura: 2 Maccabei 7,1-2.20-41; Salmo 16 (17); Epistola: 2Corinzi 4,7-14; Vangelo: Matteo 10,28-42. Il Vangelo della Risurrezione da leggere nella Messa vigiliare del sabato è preso da Marco 16,1-8a. (Le orazioni e i canti della Messa sono quelli della XXI Domenica del Tempo «per annum» del Messale Ambrosiano).


Lettura del secondo libro dei Maccabei (7,1-2. 20-41)

In quei giorni. 1Ci fu anche il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. 2Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri». 20Soprattutto la madre era ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché, vedendo morire sette figli in un solo giorno, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore. 21Esortava ciascuno di loro nella lingua dei padri, piena di nobili sentimenti e, temprando la tenerezza femminile con un coraggio virile, diceva loro: 22«Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. 23Senza dubbio il Creatore dell’universo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi». 24Antioco, credendosi disprezzato e sospettando che quel linguaggio fosse di scherno, esortava il più giovane che era ancora vivo; e non solo a parole, ma con giuramenti prometteva che l’avrebbe fatto ricco e molto felice, se avesse abbandonato le tradizioni dei padri, e che l’avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato alti incarichi. 25Ma poiché il giovane non badava per nulla a queste parole, il re, chiamata la madre, la esortava a farsi consigliera di salvezza per il ragazzo. 26Esortata a lungo, ella accettò di persuadere il figlio; 27chinatasi su di lui, beffandosi del crudele tiranno, disse nella lingua dei padri: «Figlio, abbi pietà di me, che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. 28Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. 29Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia». 30Mentre lei ancora parlava, il giovane disse: «Che aspettate? Non obbedisco al comando del re, ma ascolto il comando della legge che è stata data ai nostri padri per mezzo di Mosè. 31Tu però, che ti sei fatto autore di ogni male contro gli Ebrei, non sfuggirai alle mani di Dio. 32Noi, in realtà, soffriamo per i nostri peccati. 33Se ora per nostro castigo e correzione il Signore vivente per breve tempo si è adirato con noi, di nuovo si riconcilierà con i suoi servi. 34Ma tu, o sacrilego e il più scellerato di tutti gli uomini, non esaltarti invano, alimentando segrete speranze, mentre alzi la mano contro i figli del Cielo, 35perché non sei ancora al sicuro dal giudizio del Dio onnipotente che vede tutto. 36Già ora i nostri fratelli, che hanno sopportato un breve tormento, per una vita eterna sono entrati in alleanza con Dio. Tu invece subirai nel giudizio di Dio il giusto castigo della tua superbia. 37Anch’io, come già i miei fratelli, offro il corpo e la vita per le leggi dei padri, supplicando Dio che presto si mostri placato al suo popolo e che tu, fra dure prove e flagelli, debba confessare che egli solo è Dio; 38con me invece e con i miei fratelli possa arrestarsi l’ira dell’Onnipotente, giustamente attirata su tutta la nostra stirpe». 39Il re, divenuto furibondo, si sfogò su di lui più crudelmente che sugli altri, sentendosi invelenito dallo scherno. 40Così anche costui passò all’altra vita puro, confidando pienamente nel Signore. 41Ultima dopo i figli, anche la madre incontrò la morte.

Il brano riporta il resoconto del martirio del più giovane dei sette fratelli Maccabei (7,1-19) e della loro madre fatti uccidere dal re Antioco IV Epifane (175-164 a.C.) nel tentativo di introdurre nei suoi domini e, dunque, anche in Palestina, i costumi e le leggi del mondo greco. I vv. 20-29 riferiscono le parole di incitamento della madre ai suoi sette figli a morire piuttosto che rinnegare la Legge. I vv. 30-38 tramandano le nobili parole con le quali il fratello più giovane dichiara di voler obbedire alla Legge e si scaglia contro il re per il quale preannunzia il castigo divino. I vv. 39-41 infine parlano della sua morte e di quella della madre.


Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (4,7-14)

Fratelli, 7Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. 8In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; 9perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, 10portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. 11Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. 12Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita.. 13Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, 14convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi.

Il passo si riferisce alle tribolazioni a cui vanno incontro i missionari del Vangelo paragonati dall’Apostolo a vasi di creta (v. 7). Segue l’elenco delle tribolazioni che hanno il loro culmine nell’essere «consegnati alla morte a causa di Gesù» (vv. 8-12). Nonostante ciò i predicatori del Vangelo continuano a mantenere la fede nella potenza divina capace di richiamarli dalla morte come è avvenuto nella risurrezione del Signore Gesù (vv. 13-14).


Lettura del Vangelo secondo Matteo (10,28-42)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: 28«E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! 32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. 34Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. 35Sono infatti venuto a separare “l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera”; 36e “nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa”. 37Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
40Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa»
.

Il brano riporta la seconda parte del discorso di Gesù ai suoi discepoli inviati in missione, che si presenta con una serie di esortazioni e di avvertimenti riguardanti la persecuzione a cui andranno incontro così come è accaduto al loro Maestro. In tutto ciò essi dovranno perseverare in una fiducia irremovibile nel Padre. Di qui l’esortazione di Gesù a non temere la morte proprio perché il Padre vigila su di essi (vv. 28-31) ed essere pronti a dare testimonianza della loro fede in Cristo (vv. 32-33). I vv. 34-39 menzionano l’attività missionaria dello stesso Signore Gesù che ha provocato una dolorosa spaccatura persino all’interno degli affetti familiari e indicano, nella disponibilità a seguirlo fino alla morte, la condizione richiesta a quanti vogliono farsi suoi discepoli. I vv. 40-42 riguardanti l’accoglienza dei missionari del Vangelo fanno capire che, anche nella persecuzione, non saranno del tutto abbandonati e troveranno chi si prende cura di essi.


Commento liturgico-pastorale

La tradizione liturgica della nostra Chiesa ambrosiana, nell’imminenza della festa del martirio di san Giovanni Battista, il Precursore del Signore (29 agosto), che segna una svolta nel tempo liturgico “dopo Pentecoste”, presenta, ogni anno, l’eroica testimonianza di fedeltà alla Legge di Dio offerta da alcuni appartenenti al popolo d’Israele, al quale il re Antioco IV Epifane voleva imporre la religione e la cultura greca, dominante anche nel vicino Oriente dopo la conquista di Alessandro Magno.

La Lettura, infatti, ci ha presentato il racconto dettagliato del martirio del più giovane di sette fratelli e della loro madre. In lui, come nella madre, colpisce la fermezza nel mantenersi fermo nella volontà di ascoltare e di obbedire al «comando della legge che è stata data ai nostri padri per mezzo di Mosè» (2 Maccabei 7,30). Il martirio dei Maccabei, il martirio del Precursore del Signore, annunziano quello del Signore Gesù e, di conseguenza, dei missionari del suo Vangelo.

Questi sono chiamati a rendersi disponibili nella sequela del Signore anche a costo di «perdere la propria vita», vale a dire l’esistenza terrena (Vangelo: Matteo 10,39 ). È l’esperienza che ha vissuto la Chiesa delle origini con l’uccisione di santo Stefano e di cui dà testimonianza l’Epistola paolina che descrive dettagliatamente la vita tribolata degli Apostoli «consegnati alla morte a causa di Gesù» (2Corinzi 4,11).

È l’esperienza che ha segnato e continua a segnare il cammino della Chiesa. Non passa giorno, infatti, che da diversi Paesi non giungano notizie di marginalizzazioni, esclusioni, soprusi, violenze e uccisione di nostri fratelli proprio a causa della loro fede in Cristo. Del resto ognuno di noi sa che in ogni momento è chiamato a dare testimonianza di fede e di amore per Gesù anche negli ambienti apparentemente meno ostili come può essere quello familiare.

Proprio lì si comprende se davvero l’amore per il Signore occupa il nostro cuore e la nostra persona orientando rettamente quello «del padre o della madre, del figlio o della figlia» (cfr. Matteo 10,37) e addirittura quello per la nostra stessa vita (v. 39). Viene poi per tutti l’ora della croce, l’ora della sofferenza, l’ora della testimonianza suprema nella quale, pure, occorre seguire il Signore.

La testimonianza, ovvero il “martirio”, è una grazia, è un dono che hanno ricevuto i fratelli Maccabei e la loro madre così come il Precursore e gli Apostoli del Signore e, con essi, una serie infinita di uomini e donne, vecchi e bambini che non hanno rinnegato Gesù «davanti agli uomini» (v. 33) e che lui non ha rinnegato ma ha riconosciuto come suoi «davanti al Padre che è nei cieli» (v. 33). Perché ci sia dato il dono della testimonianza è necessario nutrire la nostra fede alle sorgenti purissime della Parola e del Pane eucaristico.

In tal modo, tra le prove e le tribolazioni sofferte per Cristo, cresce la consapevolezza che Dio è più potente di ogni pur potente avversario capace perfino di toglierci la vita (cf. 2Maccabei 7) e, soprattutto, si fa sempre più forte la certezza che: «Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui» ( 2Corinzi 4,14).

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19 agosto 2012 - XII Domenica dopo Pentecoste

Matteo (10,5b-15)

In quel tempo. Il Signore Gesù inviò i Dodici, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».

Il brano fa parte del discorso di Gesù riguardante la sua missione (Matteo 9,35-38) e quella dei Dodici (Matteo 10,1-5a).

Qui vengono riportare le istruzioni impartite ai Dodici in vista della loro attività missionaria. Esse riguardano anzitutto i destinatari (vv.5b-6), individuati nei soli appartenenti al popolo di Israele in quanto a esso è in primo luogo inviato il Messia.

I vv. 7-8d illustrano il programma di massima della missione, che consiste nell’annuncio del Regno dei cieli avvalorata da miracoli e da guarigioni secondo la parola dei profeti. Ai missionari viene suggerito di tenere un comportamento contrassegnato da grande essenzialità e sobrietà (vv. 8e-10) e vengono avvertiti che la loro attività può andare incontro sia al successo come al fallimento ovvero al rifiuto che espone, chi lo compie, al giudizio divino di condanna (vv. 11-15).

La Lettura vetero-testamentaria pone in rilievo l’attività profetica di Geremia, il grande profeta che preannunzia l’evento luttuoso della presa di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, re dei babilonesi (587 a.C.), la fine del regno di Giuda sopravvissuto a quello di Israele annientato dagli Assiri nel 721 a.C.
Il profeta tiene a indicare con precisione il notevole numero di anni, ventitré, spesi nel parlare al popolo «con premura e insistenza», ottenendo sempre un rifiuto (Geremia 25,3). Invano, dunque, Geremia, come del resto tutti i profeti che lo hanno preceduto, ha esortato in continuazione il popolo ad abbandonare «la sua condotta perversa e le sue opere malvagie» (v. 4).
Si spiega, dunque, con l’ostinazione nel seguire altri dei (v. 6) il motivo per il quale Dio fa cadere sul suo popolo il castigo tramite Nabucodonosor, che egli chiama «mio servo» (v. 9 ) e, perciò, strumento dei disegni divini che contemplano, dopo «settanta anni» di deportazione a Babilonia (v. 11), il ritorno del “resto” nella propria terra.
La figura e l’attività profetica di Geremia trovano il loro compimento nel Signore Gesù che non è uno dei profeti, ma il “Figlio” nel quale Dio può manifestare pienamente e definitivamente la sua fedeltà e il suo amore per il suo popolo. Gesù, infatti, concepisce la sua missione come un essere mandato «alle pecore perdute della casa d’Israele» (Vangelo: Matteo 10,6), depositaria della promessa divina riguardante il Messia. È il compito inizialmente affidato ai suoi Apostoli ai quali, per il momento, vieta di andare tra i pagani e di entrare nelle città dei Samaritani a essi equiparati (v. 5 ).

Questo perché Dio ha stipulato con Israele un’alleanza irrevocabile al pari della sua elezione tra tutti i popoli della terra (Epistola: Romani 11,29). Sappiamo, però, che l’amore di predilezione di Dio per Israele rappresenta e anticipa ciò che egli ha in serbo per tutti i popoli della terra. Questi, al pari di Israele, sono stati rinchiusi «tutti nella disobbedienza» (v.32). Di conseguenza, ebrei e pagani, ossia l’intera umanità, è come rinchiusa nel peccato, meritevole perciò dei castighi annunciati dai profeti e minacciati da Gesù su coloro che si ostinano nell’incredulità (cfr. Matteo 10,14-15). Dio, invece, ha deciso di «essere misericordioso verso tutti» (Romani 11,32).
Sarà il Signore risorto a dare agli Apostoli il mandato missionario universale perché, attraverso la predicazione, la conversione, la fede e il battesimo, venisse estesa a tutti i popoli della terra la misericordia di Dio condensata nella sua Pasqua. In tal modo, anche noi che proveniamo dalle genti, siamo stati fatto oggetto della straripante misericordia divina al punto da essere stati inseriti nel popolo santo di Dio che è la Chiesa, destinata ad abbracciare tutte le genti.
Questo, però, ci deve spronare ad accogliere con generosa disponibilità la Parola che ci viene predicata nelle Scritture, facendo attenzione a non opporle un rifiuto di fatto nella condotta e nelle scelte di vita per seguire e onorare i numerosi “dèi” che affollano il palcoscenico della storia contemporanea (cfr. Geremia 25,6), a cominciare dall’amore idolatrico del nostro “io” malvagio. Andremmo in tal caso incontro a un giudizio ben più duro di quello che toccò a Sòdoma e Gomorra (Matteo 10,15). Consapevoli dell’instabilità e della fragilità del nostro cuore facciamo appello alla misericordia di Dio: «Rendici, o Padre, attenti e docili alla voce interiore dello Spirito, perché ogni nostra parola concordi con la tua verità, e ogni atto si conformi al tuo volere»

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15 agosto 2012 - Solennità dell'Assunta

Luca (1,39-55)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: / «L’anima mia magnifica il Signore / e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, / perché ha guardato l’umiltà della sua serva. / D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. / Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente / e Santo è il suo nome; / di generazione in generazione la sua misericordia / per quelli che lo temono. / Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; / ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili; / ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote. / Ha soccorso Israele, suo servo, / ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, / per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Il passo segue il racconto dell’annuncio dell’angelo a Maria (1,26-38) ed è chiaramente diviso in due parti. Anzitutto il racconto della visita di Maria alla cugina Elisabetta al sesto mese di gravidanza e l’ispirato saluto di Elisabetta che riconosce in Maria la «madre del mio Signore».
Al saluto risponde Maria con il “cantico” nel quale si riconoscono numerosi riferimenti veterotestamentari, come il cantico di Anna, la madre del profeta Samuele.
Nelle parole di Maria brilla l’agire di Dio in favore dei “piccoli” e dei “poveri” a scapito dei “ricchi” e dei “potenti” e la sua fedeltà a Israele a motivo del suo legame con Abramo.

Com’è noto, il mistero che oggi celebriamo è stato proclamato dogma di fede dal Papa Pio XII nel 1950, come sigillo e conferma di quanto la Chiesa aveva da sempre e ovunque creduto. A tale riguardo nella costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II, i Padri, dopo aver tratteggiato il posto della Vergine Santa nel più ampio mistero della Chiesa, così si esprimono: «L’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria con il suo corpo e con la sua anima, e dal Signore esaltata come la Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, il Signore dei dominanti, il vincitore del peccato e della morte».

La preghiera liturgica ambrosiana ama sottolineare lo stretto legame esistente tra l’assunzione e la divina maternità di Maria dichiarando con decisione che Dio non ha voluto «che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita» (Prefazio della Messa nel giorno).

Dal canto suo il Prefazio della Messa della vigilia afferma che l’assunzione della Madre è una singolare partecipazione alla risurrezione di Cristo: «Sola, dopo il suo Figlio a non rimanere legata ai lacci della morte, fu assunta al cielo e oggi è coronata di gloria regale», partecipazione annunziata, per tutti i credenti, nell’Epistola paolina delle due Messe. La Vergine assunta in cielo, riconosciuta come «primizia e immagine della Chiesa» (Prefazio della Messa nel giorno), ci fa intravedere cosa avverrà anche per noi nel compiersi del mistero di salvezza che per Maria è fissato nell’ora in cui «per la nostra condizione mortale ha dovuto abbandonare questa vita» (Orazione A Conclusione della Liturgia della Parola, Messa della vigilia) e che l’Apostolo fissa per noi nell’ora in cui il nostro «corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità» (Epistola: 1Corinzi 15,54, Messa della vigilia). Nella Vergine Madre assunta in cielo Dio, perciò, fa risplendere per il suo popolo «pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza» ( Prefazio della Messa nel giorno).

La solennità odierna, pertanto, ci chiede di rinvigorire la nostra fede nelle grandi cose che Dio compie per tutti coloro che piccoli e poveri di orgoglio e umana presunzione si affidano alla sua potenza che ci destina a partecipare al mistero di salvezza fino a giungere «nella luce e nella pace» della sua casa nell’integrità della nostra persona (Orazione All’Inizio dell’Assemblea Liturgica della Messa della vigilia).

Cose, queste, che la mente umana non può nemmeno immaginare e tanto meno, perciò, credere. Occorre imparare da Maria l’ascolto umile della Parola che si fa subito docile obbedienza nella quale consiste quella beatitudine (cfr. Vangelo: Luca 11,28. Messa della vigilia), che anticipa e assicura qui in terra quella definitiva del Cielo. Di quella beatitudine riceviamo la “caparra” quando ci accostiamo alla mensa del Corpo del Signore che comincia a rivestire di incorruttibilità e di immortalità, il nostro corpo corruttibile e mortale (cfr. Epistola: 1Corinzi 15,54. Messa della vigilia).

In questo giorno davvero straordinario affidiamo le nostre attese e la nostra speranza a Maria rivolgendo a lei la nostra comune preghiera: «Madre di Dio, noi ti glorifichiamo perché da te nacque Cristo Signore, che salva tutti quelli che ti onorano. Santa Madre di Dio, rendici a te somiglianti nella vita di grazia» (Canto Alla Comunione, Messa della vigilia).

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12 agosto 2012 – XI domenica dopo Pentecoste


Presenta la figura di Elia, il più grande dei profeti, che ricapitola in sé la lunga serie di “servi” inviati da Dio al suo popolo Israele. In lui viene annunciata e preparata la venuta nel mondo non più di un profeta, ma del Figlio stesso di Dio, il Signore Gesù.


Il Lezionario

Fa proclamare i seguenti passi biblici: Lettura: 1Re 18,16b-40a; Salmo 15 (16); Epistola: Romani 11,1-15; Vangelo: Matteo 21,33-46. Nella Messa vespertina del sabato il Vangelo della Risurrezione è preso da Giovanni 20,24-29. (Le orazioni e i canti della Messa sono quelli della XIX domenica del Tempo «per annum» del Messale Ambrosiano).


Lettura del primo libro dei Re (18,16b-40a)

In quei giorni. 16Acab si diresse verso Elia. 17Appena lo vide, Acab disse a Elia: «Sei tu colui che manda in rovina Israele?». 18Egli rispose: «Non io mando in rovina Israele, ma piuttosto tu e la tua casa, perché avete abbandonato i comandi del Signore e tu hai seguito i Baal. 19Perciò fa’ radunare tutto Israele presso di me sul monte Carmelo, insieme con i quattrocentocinquanta profeti di Baal e con i quattrocento profeti di Asera, che mangiano alla tavola di Gezabele». 20Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. 21Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando salterete da una parte all’altra? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla. 22Elia disse ancora al popolo: «Io sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. 23Ci vengano dati due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. 24Invocherete il nome del vostro dio e io invocherò il nome del Signore. Il dio che risponderà col fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!». 25Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e fate voi per primi, perché voi siete più numerosi. Invocate il nome del vostro dio, ma senza appiccare il fuoco». 26Quelli presero il giovenco che spettava loro, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non vi fu voce, né chi rispondesse. Quelli continuavano a saltellare da una parte all’altra intorno all’altare che avevano eretto. 27Venuto mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate a gran voce, perché è un dio! È occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà». 28Gridarono a gran voce e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. 29Passato il mezzogiorno, quelli ancora agirono da profeti fino al momento dell’offerta del sacrificio, ma non vi fu né voce né risposta né un segno d’attenzione. 30Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi a me!». Tutto il popolo si avvicinò a lui e riparò l’altare del Signore che era stato demolito. 31Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, al quale era stata rivolta questa parola del Signore: «Israele sarà il tuo nome». 32Con le pietre eresse un altare nel nome del Signore; scavò intorno all’altare un canaletto, della capacità di circa due sea di seme. 33Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. 34Quindi disse: «Riempite quattro anfore d’acqua e versatele sull’olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero. Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Fatelo per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. 35L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. 36Al momento dell’offerta del sacrificio si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola. 37Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!». 38Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. 39A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!». 40Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi neppure uno!».

Il brano riferisce della sfida posta dal profeta Elia ai profeti di Baal protetti dalla regina Gezabele, moglie di Acab, re d’Israele distintosi nell’opera di demolizione presso il suo popolo della fedeltà all’alleanza con Dio. I vv. 16-19 ambientano la scena successiva con l’incontro tra il profeta e il re Acab che lo accusa di «mandare in rovina Israele». I vv. 20-24 descrivono i preparativi della sfida lanciata da Elia ai quattrocentocinquanta profeti di Baal per indurre tutto il popolo, radunato sul monte Carmelo, a scegliere se «seguire Dio o Baal». I vv. 25-29 vedono protagonisti i profeti di Baal che «dal mattino fino a mezzogiorno» invocano invano la loro inconsistente divinità a dimostrare la sua potenza «rispondendo con il fuoco» capace di incenerire il giovenco offerto in sacrificio. Il profeta Elia prepara a sua volta l’animale per il sacrificio facendo versare ripetutamente acqua su di esso e sulla legna sulla quale era posto (vv. 30-35) ed eleva a Dio, «Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele», la sua preghiera (vv. 36-37) prontamente esaudita al punto che il fuoco del Signore consumò, con l’olocausto, persino le pietre dell’altare (v. 38). Il v. 39 registra infine la confessione di fede di tutto il popolo nei confronti di Dio.


Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (11,1-15)

Fratelli, 1io domando dunque: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! Anch’io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino. 2«Dio non ha ripudiato il suo popolo», che egli ha scelto fin da principio. Non sapete ciò che dice la Scrittura, nel passo in cui Elia ricorre a Dio contro Israele? 3Signore, «hanno ucciso i tuoi profeti, hanno rovesciato i tuoi altari, sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita». 4Che cosa gli risponde però la voce divina? «Mi sono riservato settemila uomini, che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal». 5Così anche nel tempo presente vi è un resto, secondo una scelta fatta per grazia. 6E se lo è per grazia, non lo è per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia. 7Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno ottenuto invece gli eletti. Gli altri invece sono stati resi ostinati, 8come sta scritto: / «Dio ha dato loro uno spirito di torpore, / occhi per non vedere / e orecchi per non sentire, / fino al giorno d’oggi». / 9E Davide dice: / «Diventi la loro mensa un laccio, un tranello, / un inciampo e un giusto castigo! / 10Siano accecati i loro occhi in modo che non vedano / e fa’ loro curvare la schiena per sempre!» 11Ora io dico: forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta alle genti, per suscitare la loro gelosia. 12Se la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro fallimento ricchezza per le genti, quanto più la loro totalità! 13A voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, 14nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. 15Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?

L’Apostolo riflette sulla fedeltà di Dio al suo popolo Israele. Una fedeltà che non viene meno nonostante il rifiuto di Israele, eccetto “un resto”, di accogliere in Cristo la sua grazia (vv. 1-6). Con il ricorso a diverse citazioni bibliche, Paolo descrive la condizione di incredulità del popolo ad eccezione di alcuni eletti che testimoniano, di conseguenza, che Dio non ha ripudiato il suo popolo (vv. 7-10), anzi annunzia che la caduta di Israele non è per sempre e diviene causa del fatto che la «salvezza è giunta alle genti», ossia ai pagani (v. 11-15).


Lettura del Vangelo secondo Matteo (21,33-46)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «33Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. 38Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. 39Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 41Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 42E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: / “La pietra che i costruttori hanno scartato / è diventata la pietra d’angolo; / questo è stato fatto dal Signore / ed è una meraviglia ai nostri occhi”? 43Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. 44Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato». 45Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. 46Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

Si tratta della parabola chiamata “dei vignaioli ribelli e omicidi”, pronunziata da Gesù nell’area del Tempio di Gerusalemme con spiccato accento polemico contro le autorità giudaiche a lui ostili e che lo condurranno alla morte. La parabola è introdotta da un invito iniziale di Gesù ad ascoltare, che funge da raccordo con la parabola precedente dei due figli invitati dal padre a lavorare nella vigna (21,28-32). Si presenta divisa in due parti: i vv. 33b-39 sviluppano il racconto della violenta reazione dei vignaioli ai tre tentativi del padrone di inviare a essi suoi rappresentanti; vv. 40-44 presentano, mediante il dialogo tra Gesù e gli uditori, l’applicazione della parabola.

I vv. finali: 45-46 riferiscono della reazione ancora una volta ostile dei capi dei sacerdoti e dei farisei. In particolare nella prima parte risulta in primo piano la vigna oggetto della cura del padrone, nel quale si può pensare di vedere la premura di Dio per il suo popolo (vigna), dal quale si attende dei frutti come l’obbedienza e la fedeltà al suo volere (vv. 33-34). Per ottenerli vengono inviati dal padrone i suoi servi, ossia i profeti. Il v. 35 parla della reazione dei contadini che via via bastonano, uccidono e lapidano gli inviati del padrone. Segue un nuovo invio di servi con eguale esito (v. 36) e, come ultimo, l’invio del proprio figlio, vale a dire di Gesù, contro il quale si scatena la trama omicida dei contadini nei quali sono raffigurati i capi del popolo (vv. 37-39).

Nella seconda parte (vv. 40-42), costruita come un dialogo di Gesù con gli ascoltatori, viene annunciato il passaggio del regno di Dio «a un popolo che ne produca i frutti» (v. 43). Si tratta di un popolo composto da quanti, ebrei o pagani, si convertono al Vangelo e riconoscono Gesù come «la pietra d’angolo» (v. 42) su cui si edifica il popolo di Dio.


Commento liturgico-pastorale

In questa domenica viene presentato il profeta Elia, il più grande tra i profeti inviati da Dio al suo popolo, specialmente nell’epoca triste della divisione in due regni e di cui riferiscono il primo e il secondo libro dei Re fino alla tragedia immane della distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C. e poi nella stagione dell’esilio a Babilonia e del successivo ritorno nella terra dei Padri. Elia, rapito al termine della sua vita su un carro di fuoco, nel comune sentire della gente al tempo di Gesù sarebbe ritornato all’epoca dell’arrivo del Messia tanto atteso.

Nella Lettura egli appare come l’implacabile avversario di quanti, come il re Acab e la sua perfida moglie Gezabele, ingannano il popolo irretendolo nella perversione dell’idolatria. In pari tempo, Elia non risparmierà le sue forze al fine di riportare a Dio il suo popolo sempre tentato di «saltare da una parte all’altra», ovvero tra la fedeltà al Signore e la degenerazione idolatrica (Lettura: 1Re 18, 21). Egli sa che proprio la caduta nell’idolatria dei popoli vicini, e l’abbandono dei comandi del Signore è ciò che manda in rovina Israele, cosa puntualmente verificatasi prima nell’annientamento del regno del Nord (2 Re 17) e poi in quello già citato di Giuda e Gerusalemme.

Per questo non esita, con la sfida lanciata ai falsi profeti di Baal (vv. 23-24), all’estremo tentativo di condurre il popolo a riconoscere, davanti al prodigio del fuoco del Signore, capace di consumare letteralmente «l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere» (v. 38), che «il Signore è Dio! Il Signore è Dio» (v. 39). Nella sua vita e nella sua attività Elia preannunzia l’arrivo nella «vigna di Dio che è la casa di Israele» e, a partire da essa, nell’intera umanità, non più e non soltanto di un “servo” di Dio quali sono stati i profeti e, in misura eminente, lui stesso, ma «il suo proprio figlio» (Vangelo: Matteo 21,37).

La venuta di Gesù nel mondo, che è la “vigna” amata da Dio e nella quale è posto il germoglio autentico del Regno, è il segno più grande del suo amore per l’umanità e della sua volontà di salvarla dalla rovina a cui va inevitabilmente incontro a motivo dell’incredulità che è idolatria! Al pari dei “servi”, al pari di Elia, anche il “figlio” andrà incontro alla durezza dei cuori, all’incapacità di vederlo e di ascoltarlo come portatore della salvezza, indistintamente offerta a ogni uomo. Anzi è lui, in verità, il figlio «cacciato fuori dalla vigna e ucciso» (v. 39).

Eppure il rifiuto violento opposto a Gesù specialmente da parte dei “contadini”, ovvero dei capi del popolo, non impedisce alla grazia di Dio di eleggere e chiamare alla salvezza “un resto” (Epistola: Romani 11,5) tra questo popolo, come primizia di un popolo preso tra tutti i popoli della terra che è costruito sul Signore Gesù quale pietra d’angolo (Matteo 21,42; cfr. Salmo 118,22). Noi che abbiamo avuto la grazia di essere chiamati, per la fede e il battesimo, a far parte di questo popolo fondato sul Signore Gesù e al quale è stato affidato la cura e l’espansione del Regno di Dio nel mondo, facciamo bene attenzione.

L’essere stati chiamati alla salvezza in Cristo Signore è un dono del tutto gratuito di Dio, il quale si attende di «raccogliere i frutti» (Matteo 21,34), che consistono anzitutto in un’adesione ferma e non “saltellante” (cfr. 1Re 18,21) a lui e alla sua Parola e in un’osservanza amorevole di essa. È ciò che chiediamo all’unisono nell’orazione Dopo la Comunione: «O Dio, che ci hai reso partecipi dell’unico Pane e dell’unico Calice, fa’ che portiamo frutti di vita eterna per la salvezza del mondo, poi che ci concedi la gioia di essere una sola cosa in Cristo Signore».

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5 agosto 2012 – X domenica dopo Pentecoste


Nella storia della salvezza il tempio di Gerusalemme edificato dal re Salomone è destinato a prefigurare Gesù Cristo quale dimora di Dio e luogo della sua presenza benefica e salvifica nel mondo.

 

Il Lezionario

 

Vengono proclamati i seguenti testi biblici: Lettura: 1 Re 7,51-8,14; Salmo 28 (29); Epistola: 2Corinzi 6,14-7,1; Vangelo: Matteo 21,12,16. Giovanni 20,19-23 viene letto come Vangelo della Risurrezione nella Messa vespertina del sabato. (Le orazioni e i canti della Messa sono quelli della XVIII domenica del Tempo «per annum» del Messale Ambrosiano).

 

Lettura del primo libro dei Re (7,51-8,14)

 

In quei giorni. 51Fu terminato tutto il lavoro che il re Salomone aveva fatto per il tempio del Signore. Salomone fece portare le offerte consacrate da Davide, suo padre, cioè l’argento, l’oro e gli utensili; le depositò nei tesori del tempio del Signore.

1Salomone allora convocò presso di sé in assemblea a Gerusalemme gli anziani d’Israele, tutti i capitribù, i prìncipi dei casati degli Israeliti, per fare salire l’arca dell’alleanza del Signore dalla Città di Davide, cioè da Sion. 2Si radunarono presso il re Salomone tutti gli Israeliti nel mese di Etanìm, cioè il settimo mese, durante la festa. 3Quando furono giunti tutti gli anziani d’Israele, i sacerdoti sollevarono l’arca 4e fecero salire l’arca del Signore, con la tenda del convegno e con tutti gli oggetti sacri che erano nella tenda; li facevano salire i sacerdoti e i leviti. 5Il re Salomone e tutta la comunità d’Israele, convenuta presso di lui, immolavano davanti all’arca pecore e giovenchi, che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità. 6I sacerdoti introdussero l’arca dell’alleanza del Signore al suo posto nel sacrario del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini. 7Difatti i cherubini stendevano le ali sul luogo dell’arca; i cherubini, cioè, proteggevano l’arca e le sue stanghe dall’alto. 8Le stanghe sporgevano e le punte delle stanghe si vedevano dal Santo di fronte al sacrario, ma non si vedevano di fuori. Vi sono ancora oggi. 9Nell’arca non c’era nulla se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposto Mosè sull’Oreb, dove il Signore aveva concluso l’alleanza con gli Israeliti quando uscirono dalla terra d’Egitto.
10Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, 11e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore. 12Allora Salomone disse: «Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura. / 13Ho voluto costruirti una casa eccelsa, / un luogo per la tua dimora in eterno».

14Il re si voltò e benedisse tutta l’assemblea d’Israele, mentre tutta l’assemblea d’Israele stava in piedi.

 

Il v. 51 conclude l’accurata descrizione di tutti i lavori fatti eseguire dal re Salomone, figlio di Davide, per l’edificazione del Tempio di Gerusalemme (7,13-51). Segue al capitolo 8 la cronaca dettagliata riguardante il trasporto dell’arca dell’alleanza del Signore (vv. 1-5), la sua collocazione nella parte più sacra del Tempio detta il Santo dei Santi (v.6) e la sua minuziosa descrizione (vv. 1-9). I vv. 10-11 riferiscono del sopravvenire della nube nel Tempio con riferimento a Esodo 33,9-10; 40,34-35 a indicare che Dio prendeva dimora in esso fissando così la sua presenza tra il suo popolo che aveva accompagnato nel deserto (Esodo 13,21-22). I vv. 12-14, infine, riportano le parole iniziali della lunga preghiera di benedizione pronunciata dal Re: 8,12-61.

 

 

Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (6,14-7,1)

 

Fratelli, 14Non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre? 15Quale intesa fra Cristo e Bèliar, o quale collaborazione fra credente e non credente? 16Quale accordo fra tempio di Dio e idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto:
«Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò / e sarò il loro Dio, / ed essi saranno il mio popolo. / 17Perciò uscite di mezzo a loro / e separatevi, dice il Signore, / non toccate nulla d’impuro. / E io vi accoglierò / 18e sarò per voi un padre / e voi sarete per me figli e figlie, / dice il Signore onnipotente».

1In possesso dunque di queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la santificazione, nel timore di Dio.

 

L’Apostolo mentre illustra ai fedeli di Corinto le peculiarità proprie del ministero degli apostoli del Vangelo, li esorta a evitare pratiche, ambienti e persone legate al paganesimo e che potevano farli ricadere nell’idolatria (6,14-15). L’Apostolo, inoltre, esalta la grande dignità dei credenti i quali sono, in tutta verità, il «tempio del Dio vivente» (v. 16). A sostegno di tale affermazione, Paolo fa seguire una serie di citazioni dell’Antico Testamento che parlano del rapporto straordinario che lega il Popolo a Dio (vv. 16b-18). Si conclude con l’esortazione a portare a termine l’opera della santificazione avviata con l’adesione di fede al Vangelo e l’immersione nell’acqua del battesimo.

 

Lettura del Vangelo secondo Matteo (21,12-16)

 

In quel tempo. Il Signore 12Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 13e disse loro: «Sta scritto: / “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”. / Voi invece ne fate un covo di ladri».
14Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì. 15Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che aveva fatto e i fanciulli che acclamavano nel tempio: «Osanna al figlio di Davide!», si sdegnarono, 16e gli dissero: «Non senti quello che dicono costoro?». Gesù rispose loro: «Sì! Non avete mai letto: / “Dalla bocca di bambini e di lattanti / hai tratto per te una lode”?».

Il brano parla della presenza e dell’attività di Gesù nel Tempio che rappresenta la meta finale del suo ingresso messianico in Gerusalemme (Matteo 21,1-11). Nella prima parte (vv. 12-13) viene descritto il gesto del Signore relativo alla purificazione del Tempio con la cacciata di tutti quelli che vendevano e compravano (v. 12); un gesto che trova la sua spiegazione nella citazione scritturistica del v. 13 (cfr. Isaia 56,7; Geremia 7,11) che allude a quanto era stato annunciato dai profeti in ordine alla purificazione del Tempio da parte  del Messia (cfr. Malachia 3,1-3). La seconda parte, vv. 14-16, riferisce dell’attività di guarigione effettuata da Gesù nel Tempio (v. 14) e della reazione ostile dei capi del popolo a proposito dell’acclamazione dei fanciulli che avevano accompagnato il suo ingresso in Gerusalemme (vv. 15-16). Con la loro acclamazione essi riconoscono in Gesù che guarisce i ciechi e gli storpi il Messia che sarebbe uscito dalla casa di Davide secondo le divine promesse. Anche in questo caso la risposta del Signore è presa dalla Scrittura e precisamente dal Salmo 8,3 nel quale si afferma che, sorprendentemente, sono i neonati e i bambini a riconoscere e a celebrare le meraviglie di Dio.

 

Commento liturgico-pastorale

In questa domenica viene posta in luce una delle realtà tra le più importanti nella storia e nella vita del popolo d’Israele: il Tempio di Gerusalemme costruito e dedicato a Dio dal re Salomone, figlio di Davide.

La sua costruzione, voluta fortemente da Davide e da lui preparata, fu effettivamente intrapresa e condotta a termine da suo figlio Salomone, il più splendido dei re di Israele. Egli infatti lo inaugurò affermando: «Ho voluto costruirti una casa eccelsa, un luogo per la tua dimora in eterno» (Lettura: 1Re 8,13). Si trattava in effetti di una delle meraviglie del mondo antico e rappresentava il cuore e il centro unificante per tutti gli Ebrei. In esso, infatti, sapevano di incontrare Dio stesso che era sceso a prenderne possesso con la «nube che riempiva il tempio del Signore» (v. 10) quella stessa nube che garantiva la presenza liberante e protettiva di Dio al suo popolo in cammino nel deserto verso la terra della promessa (cfr. Esodo 13,21-22; 33,9-10; 40,34-35).

La pagina evangelica, con i gesti e le parole dette dal Signore in occasione del suo ingresso messianico in Gerusalemme e concluso proprio nel Tempio, fa capire che nell’evento in essa narrato viene portato a compimento ciò che era mirabilmente annunziato nella magnifica costruzione di Salomone.

Questa, infatti, preludeva a un nuovo Tempio, non più costruito dall’uomo, vera e definitiva dimora di Dio non solo in mezzo al suo popolo Israele bensì fra tutte le genti. Si tratta di Gesù, l’Unigenito suo Figlio venuto nel mondo a stabilire la comunicazione e la comunione tra Dio e l’uomo cosa questa, che può avvenire soltanto in lui e attraverso di lui e a rendere presente nel mondo Dio stesso come liberatore, protettore e salvatore.

Il testo evangelico, a tale riguardo, sottolinea come, proprio nel Tempio, Gesù si prende cura di ciechi e storpi che a lui si avvicinavano (Vangelo: Matteo 21,14), facendo intendere, in tal modo, il senso della sua missione messianica: purificare, guarire l’uomo da tutto ciò che lo ferisce, lo degrada e lo porta alla rovina, perché risplenda a sua volta come abitazione e tempio di Dio.

Non a caso l’Apostolo Paolo esorta i credenti, che nella fede e nel battesimo sono stati santificati, a non aver più niente a che fare con l’iniquità, con le tenebre, con Beliar, con gli idoli in quanto: «Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente» (Epistola: 2Corinzi 6,16b).

Mentre ci accostiamo al Signore Gesù Cristo, presenza viva di Dio Padre, che vuole camminare con noi suo popolo, lasciamo che lui ci purifichi anche energicamente da «ogni macchia della carne e dello spirito» (v. 7,1b) portando così a compimento la nostra santificazione che fa di noi tutti la sua dimora preferita e amata.

     

 

 

 

 

 

 

 

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In queste pagine potete trovare il commento alla liturgia domenicale e festiva secondo il RITO AMBROSIANO, curata da don Alberto Fusi.

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