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Non la conobbe

Nazareth di Georges Rouault (1871-1958). Vaticano, Collezione d’arte religiosa moderna.
Nazareth di Georges Rouault (1871-1958). Vaticano, Collezione d’arte religiosa moderna.

"Giuseppe non conobbe Maria finchè ella
generò un figlio ed egli lo chiamò Gesù".
(Matteo 1,25)

Abbiamo voluto tradurre alla lettera questo versetto di Matteo, introducendo solo la specificazione dei nomi dei protagonisti, cioè la coppia Giuseppe e Maria di Nazaret. Nel nostro viaggio all’interno dei versetti difficili del Vangelo, è indubbio che una simile versione crei qualche reazione soprattutto nel lettore cattolico. Procediamo per ordine. Innanzitutto dobbiamo precisare il valore del verbo “conoscere” che qui è adottato nel significato della sua matrice ebraica, nonostante si usi ovviamente il verbo greco ghinóskein. Nella cultura classica il termine indicava la conoscenza intellettuale, razionale e spirituale. Ben diverso è il concetto biblico del “conoscere”, in ebraico jada’.

Esso presuppone una realtà ben più complessa e variegata che coinvolge, certo, la mente, ma anche la volontà, la passione, il sentimento e persino l’azione. Anche la psicologia moderna preferisce questa visione più completa del conoscere umano che implica l’aspetto intellettivo, volitivo, affettivo ed effettivo. In questa luce il verbo era divenuto un eufemismo per designare l’atto d’amore, perché si supponeva che esso dovesse coinvolgere la totalità dell’essere, dell’agire e del pensare di una persona (cosa che, purtroppo, non accade ai nostri giorni, segnati dal mero “consumare” l’atto sessuale).

Risolto il primo intoppo, eccoci all’altro ben più rilevante. La frase greca parla di una castità dei due sposi “finché” Maria diede alla luce un figlio. Ora in italiano quando si dice che una cosa non succede “fino a” un certo tempo, si suppone che di solito abbia luogo dopo: Giuseppe, allora, non ha avuto rapporti matrimoniali con Maria fino alla nascita di Gesù, ma in seguito avrebbe potuto averli. Entrerebbe, così, in crisi una delle componenti tradizionali della mariologia, la verginità costante della madre di Cristo, professata ripetutamente nei testi liturgici e dogmatici, e renderebbe “i fratelli e le sorelle” di Gesù veri e propri parenti carnali diretti (argomento sul quale ritorneremo in futuro).

In realtà, la frase in questione non è così immediata come suppone la nostra lingua. Infatti, in greco e nelle lingue semitiche con quella formula si vuole mettere l’accento solo su ciò che avviene fino alla scadenza di quel “finché…”: Giuseppe non ebbe rapporti con Maria, eppure nacque Gesù. Non ci si interessa di ciò che succederà in seguito. Quindi, di per sé non verrebbe intaccata la questione teologica della verginità permanente di Maria, questione che peraltro ebbe un dibattito molto acceso negli stessi primi secoli cristiani, come è attestato ad esempio da alcuni scritti molto polemici di san Girolamo (IV secolo).

A questo punto possiamo comprendere la legittimità della traduzione che del versetto matteano viene offerta dalla Bibbia della Conferenza episcopale italiana, usata ufficialmente nella liturgia: «Giuseppe... prese con sé la sua sposa: senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù». La resa è corretta e puntuale secondo il valore del testo originario. Né può essere allegato un altro versetto di Luca: «Diede alla luce il suo figlio primogenito » (2,7). La qualifica di “primogenito” ha un valore strettamente giuridico, perché accentua la dignità e i diritti di quel neonato. Dalla Bibbia sappiamo quanto rilevante fosse questa prerogativa: si ricordi la diatriba durissima tra Esaù e Giacobbe proprio riguardo al diritto della primogenitura, come si legge nella Genesi (cc. 25 e 27). È curioso notare che un testo aramaico della fine del I secolo evoca una madre (anch’essa di nome Maria) che morì «dando alla luce il suo figlio primogenito»...!

Pubblicato il 19 gennaio 2012 - Commenti (3)

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Postato da Patrizia il 26/01/2012 00:13

Io non sono un'esperta, ma leggo con piacere e attenzione la sua rubrica. E, da donna del nostro tempo, moglie, madre e nonna, mi chiedo: cosa perderebbe Maria, madre del figlio di Dio, della sua figura se avesse avuto normali rapporti sessuali in "castità" (dando a castità il significato che avete dato nelle vostre rubriche), nell'ambito di un matrimonio benedetto da Dio, e se da questi fossero stati concepiti altri figli? Avrebbe questo "compromesso" lo scopo per cui questa donna era stata prescelta? Io ritengo di no, perchè secondo me una donna che accetta un così grande progetto che Dio ha fatto su di lei non può essere sminuita dal fatto di essere o non essere "fisicamente" vergine e, sempre secondo la mia opinione, ciò è assolutamente ininfluente. Grazie per l'attenzione. Patrizia

Postato da Teresi Giovanni il 19/01/2012 20:06

La nascita verginale di Gesù è stata considerata nei secoli come la prova della sua divinità. Questo non è certamente lo scopo del racconto. L’evangelista infatti non vuole affermare una presunta “natura divina” del personaggio in questione, che resta a tutti gli effetti uomo in senso proprio, ma riguarda piuttosto la sua identità messianica. In quanto Messia, Gesù non può essere che il «figlio della vergine», il «Dio con noi». Il suo inserimento nella genealogia davidica, anche se non mediante un rapporto di sangue, dimostra che in lui si adempiono tutte le promesse fatte da Dio al suo popolo. Questo punto, che è il vero messaggio del racconto, è l’unico che ha ancora valore per noi oggi. Gesù non è un personaggio venuto dal cielo, ma porta a compimento una grande tradizione religiosa, che egli interpreta però in senso nuovo, offrendo la salvezza non solo al suo popolo, ma a tutte le nazioni della terra (cfr. Mt 28,19). (CCC 430) Gesù in ebraico significa: "Dio salva". Al momento dell'annunciazione, l'angelo Gabriele dice che il suo nome proprio sarà Gesù, nome che esprime a un tempo la sua identità e la sua missione (Lc 1,31). Poiché nessuno "può rimettere i peccati se non Dio solo" (Mc 2,7), in Gesù, il suo Figlio eterno fatto uomo, egli "salverà il suo popolo dai suoi peccati" (Mt 1,21). Così in Gesù, Dio ricapitola tutta la sua storia di salvezza a vantaggio degli uomini. Giovanni Teresi

Postato da Andrea Annibale il 19/01/2012 13:15

Nella Genesi viene detto che Dio creò la donna come aiuto all’uomo. Gesù aveva bisogno di un padre terreno, putativo, che lo educasse ed al quale stesse sottomesso. Giuseppe aveva bisogno di Maria come “aiuto”, cioè come sostegno psicologico, umano, morale per crescere il bambino Gesù. La santità di Maria mi sembra legata strettamente alla sua Verginità anche dopo che ebbe partorito Gesù. La Madonna è coinvolta nella “missione impossibile” messianica. Cioè, ella è beata perché è tutta intenta, nell’obbedienza perfetta al Signore, a collaborare alla missione salvifica assegnata al Figlio. Non parlerei di missione di Redenzione perché il termine ed il concetto di Redenzione mi paiono troppo legati al sacrificio, all’immolazione di Gesù alla Sua Resurrezione. Poiché non era sotto l’influsso del Peccato Originale, la Madonna non aveva desideri sessuali impuri, cioè contrari alla volontà di Dio. Detto questo, credo che, se la Madonna non va deificata, non va neppure disumanizzata. Come Gesù che condivise in tutto – tranne che nel peccato – la condizione di uomo, credo che la teologia debba restituirci una immagine profondamente umanizzata della Madre di Dio, che è angosciata, che soffre, che piange e che prega. Non sono un teologo ma credo che la lettura del Cardinale Ravasi vada nella direzione giusta per restituirci una lettura storica, umana e realistica della figura di Maria. Utile, anche in chiave di un maturo ecumenismo. Perciò, la Madonna aveva a mio avviso una sua sessualità psicologica, ad esempio a livello onirico, che non si traduceva in atti concreti impuri, ma che ne faceva un essere umano compiuto a tutti gli effetti. La santità di Maria rimane legata in modo fondamentale al Mistero dell’Elezione di questa fragile, umile e umanissima creatura da parte di Dio. Facebook: Andrea Annibale Chiodi; Twitter: @AAnnibale.

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Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi è un cardinale, arcivescovo cattolico e biblista italiano, teologo, ebraista ed archeologo.
Dal 2007 è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

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