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giu

Una macina da mulino

Albrecht Altdorfer (1480-1538), Martirio di san Floriano. Firenze, Galleria degli Uffizi.
Albrecht Altdorfer (1480-1538), Martirio di san Floriano. Firenze, Galleria degli Uffizi.

"Chi scandalizzerà
uno solo di questi
piccoli che credono
in me, gli conviene
che gli venga appesa
al collo una macina
da mulino e sia
gettato nel profondo
del mare
".


(Matteo 18,6)

Spesso questa frase è stata addotta per condannare i pedofili e persino per giustificarne la condanna a morte. Come può il “mite” Gesù che insegna il perdono, pur condannando la colpa, giungere a questo punto di crudeltà? Per interpretare correttamente il testo dobbiamo procedere per gradi. Innanzitutto puntiamo al soggetto coinvolto nello “scandalo”, termine che, come è noto, indica letteralmente il far “inciampare” uno e farlo cadere a terra, simbolo anche della tentazione perversa. Nell’originale greco non si parla di “bambini” (paidía), bensì di “piccoli” (mikroí), una categoria non anagrafica ma esistenziale, tant’è vero che subito dopo è specificata con la frase «che credono in me». Ferma restando la condanna che noi dobbiamo assegnare all’infamia della pedofilia, la questione qui trattata da Gesù è differente: di scena sono coloro che sono deboli nella fede, “piccoli” nel credere, che devono ancora crescere e che possono essere facilmente scandalizzati dal nostro cattivo esempio di “maturi” e “adulti” nella fede. Anche san Paolo ammonisce i cristiani di Roma a saper «accogliere chi fra di voi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni» (14,1). Cristo, dunque, condanna con durezza chi mette consapevolmente in crisi il fratello “piccolo” nella fede.

E lo fa ricorrendo a un simbolo di giudizio severissimo, il cosiddetto katapontismós praticato dai Romani, ossia l’esecuzione dei colpevoli per annegamento, attestata dagli storici Svetonio e Giuseppe Flavio. Ora, per tirare le fila sul valore generale di questo passo veemente, è necessario ricordare che il linguaggio semitico, usato anche da Gesù, ama i colori accesi, soprattutto nel caso di maledizioni, cioè di invocazioni del giudizio divino nei confronti delle colpe gravi. Pertanto, quel Gesù – che ha insegnato appunto l’amore e il perdono – non può certo suggerire una simile macabra esecuzione capitale o il suicidio del peccatore. Egli, però, non si astiene dal denunciare il male e ricorre a un’immagine terribile, destinata a far comprendere la gravità della colpa di chi scandalizza il fratello dalla fede fragile. È un modo simbolico e vigoroso, tipico del linguaggio orientale dalle tinte forti, per ricordare il severo giudizio divino riguardo aquel peccato. L’immagine del legare al collo la pesante macina, con un foro destinato a contenere la barra che l’asino avrebbe fatto ruotare, diventa un segno della severa condanna che incombe sullo scandalizzatore, segno che noi potremmo riutilizzare per altri giudizi su colpe gravi, sempre tenendo conto delle premesse interpretative sopra fatte. Come scrive un commentatore dei Vangeli, Simon Légasse, «la terribile sorte dell’annegato con la mola al collo è poca cosa in confronto a ciò che attende nel giudizio ultimo di Dio colui che ha provocato lo scandalo».

Pubblicato il 14 giugno 2012 - Commenti (2)

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Postato da Teresi Giovanni il 16/06/2012 00:07

“il più piccolo è il più grande” il criterio fondamentale. “Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo”, Matteo 18,2-5, i discepoli vogliono un criterio per potere misurare l’importanza delle persone nella comunità. Gesù risponde che il criterio sono i piccoli. “Chi accoglie uno solo di questi piccoli, accoglie Me!” L’amore di Gesù per i piccoli non ha spiegazione. I bambini non hanno merito, sono amati dai genitori e da tutti in quanto bambini. Puro amore gratuito di Dio che si manifesta qui e che può essere imitato nella comunità da coloro che credono in Gesù. Per evitare ogni forma di scandalo, Gesù ordina di tagliarsi il piede o la mano e di cavarsi l’occhio. Queste affermazioni di Gesù significano che bisogna essere molto esigenti nella lotta allo scandalo che allontana i piccoli. Non possiamo permettere, in nessun modo, che i piccoli si sentano emarginati nella nostra comunità. Poiché, in questo caso, la comunità non sarebbe un segno del Regno di Dio. Non sarebbe di Gesù Cristo, non sarebbe cristiana. Giovanni Teresi

Postato da Andrea Annibale il 15/06/2012 17:07

Personalmente penso che scandalizzare significhi "peccare socialmente”. Lo scandalo è infatti un comportamento peccaminoso che lede, che ferisce la società cristiana. Tutto il discorso riguarda un destinatario che è colui che si fa piccolo come un bambino (quindi, giustamente, non i bambini in se stessi) e che crede in Gesù. Nel passo precedente si elogia chi si fa tale, cioè piccolo come un bambino (Matteo 18, 4). Sono quindi d'accordo che la condanna può riguardare un ampio spettro di comportamenti contro le caratteristiche tipiche del credente che si è fatto come un bambino: la castità della e nella fede (quindi l'abuso sessuale comprendente la pedofilia), la fede stessa (quindi l'indurre nella falsa fede, come l'eresia, o l'induzione all'ateismo), l'innocenza della fede (quindi il provocare il martirio a causa della fede) e tanti altri comportamenti che danno pubblico scandalo a motivo e in contrasto della fede di chi crede "come un bambino". Non contrapporrei quindi la pedofilia ad altri comportamenti, ma individuerei una classe ampia di comportamenti di abuso della fede altrui, che si allarga ben oltre il caso dell'abuso sessuale della castità nella fede. Concordo per ogni altro aspetto con il commento del Cardinale Ravasi. Facebook: AAnnibaleChiodi; Twitter: @AAnnibale.

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Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi è un cardinale, arcivescovo cattolico e biblista italiano, teologo, ebraista ed archeologo.
Dal 2007 è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

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