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Educare in quattro passaggi

“Adesso sono grosso, lo vedo anch’io. E capisco che grosso non è chi vince gli altri, ma chi vince se stesso. Il grosso è la parte migliore di me che mi cammina davanti, mi guida, mi ispira. Ce l’ho fatta, anch’io vedo il grosso che è in me”

Con queste parole, il protagonista adolescente de “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” (edizioni e/o) arriva a capire se stesso e a dare una svolta alla sua vita. La lettura dei racconti morali di Eric-Emmanuel Schmitt mi colpisce sempre per la freschezza e la semplicità con cui lo scrittore francese sa andare al cuore delle tematiche. La trama è esile, come la quotidianità della vita. Ma, alla fine della lettura, voltandosi indietro, si sente di avere letto parole che fanno pensare. Che si depositano nel profondo e spingono a guardare con occhi diversi se stessi e gli altri.

Nel racconto in questione, un quindicenne giapponese selvatico e arrabbiato vagabonda per le vie di Tokio, senza famiglia, vivendo di espedienti, finché non incontra (per caso?) un anziano maestro di sumo che si ostina a vedere in lui un ‘grosso’, a intuire una struttura forte, malgrado l’esilità fisica e psicologica del ragazzo. Il quale dapprima si ribella a questa apertura di speranza e di credito. Poi piano piano accetta l’offerta, riesce a fare piazza pulita dei propri pregiudizi e a indirizzare la sua volontà. E infine, a diventare ‘grosso’, e adulto, nel corpo e nello spirito.

Non è facile anche per noi vedere ‘grossi’ i nostri adolescenti, labili e incerti come sono. E spesso ci facciamo prendere dalla preoccupazione o dallo scoramento. Ci rassegniamo all’idea che comunque diventano grandi, ma non come li vorremmo. E, presi da questi stati d’animo, oscilliamo tra interventismo e abbandono, ma rinunciamo a fare quel che forse sarebbe meglio. Cioè quanto lo scrittore francese ci suggerisce col suo ‘racconto di formazione’: un incontro autentico e rispettoso tra due persone, dove l’adulto offre qualcosa con la caparbietà della speranza, ma poi sa attendere la risposta del ragazzo. Una disciplina accolta dall’adolescente e sostenuta dall’adulto con risposte di significato. Uno spazio e un tempo per ripensare alla propria esperienza passata e presente, e tracciare un quadro d’insieme. Una proposta di valore (attraverso la meditazione nel giardino zen) sperimentata e condivisa. Così Jun, il protagonista, arriva a pronunciare le parole riportate più sopra, e passa dal vagare senza méta di un’adolescenza confusa all’intraprendere con decisione la propria strada.  

Pubblicato il 19 settembre 2011 - Commenti (0)

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Autore del blog

Mio figlio l'adolescente

Fabrizio Fantoni

Fabrizio Fantoni, 55 anni, sposato, tre figli. Psicologo psicoterapeuta, esperto di adolescenti.

 

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