Don Sciortino

di Fabrizio Fantoni

Fabrizio Fantoni, 54 anni, sposato, tre figli. Psicologo psicoterapeuta, esperto di adolescenti.

 
15
set

Primo giorno di scuola di un prof

Riaprono le scuole. I ragazzi a gruppi si avviano verso gli istituti superiori e i centri di formazione professionale. I primini, i bocciati, quelli che hanno cambiato indirizzo o scuola iniziano un nuovo percorso. Gli altri si ritrovano con i compagni e la maggior parte dei prof dell’anno scorso. Per molti, forse la maggior parte, l’eccitazione del nuovo anno è legata al ritrovarsi con i vecchi compagni. Molte ragazze si fanno belle, scelgono la mise e il trucco giusto: “Mai più senza…” sembra essere il loro motto. Anche alcuni ragazzi hanno da mostrare un nuovo look, o un’abbronzatura, o una muscolatura rafforzata.

Tutti ripensano alle imprese svolte durante l’estate, per raccontarle all’uditorio lasciato al mese di giugno.  Viaggi, seduzioni, avventure… vengono raccontati al gruppo o all’amico/amica preferiti: “Sapessi che cosa ho fatto…!”

In un liceo pubblico di periferia, il primo giorno di scuola, un professore di filosofia e storia ha chiesto ai ragazzi di raccontare qualcosa di significativo delle loro vacanze. Non gli interessavano i viaggi mirabolanti (in Romagna o in California), e neppure le esperienze belle e utili che alcuni ragazzi hanno compiuto. Chiedeva loro qualcosa di più alto e difficile. Un’esperienza che avesse valore simbolico, che consentisse di leggere la realtà con uno sguardo più profondo e meno ancorato alla contingenza. E ha portato un esempio: durante un viaggio ad Istanbul, ha visitato una chiesa con una particolare struttura architettonica. Un atrio esterno preparatorio all’ingresso in chiesa, un atrio interno chiuso di introduzione, con mosaici che raffigurano  Maria, e l’interno, con le immagini del Cristo. Una progressiva approssimazione dall’indefinito, senza confini, all’approdo alla dimensione generata, definita, e definitiva.

Forse questo insegnante non guarda questa chiesa con gli occhi della fede, ma ha colto e ha saputo proporre un percorso di ricerca ai suoi adolescenti un po’ attoniti, che magari non hanno capito bene che cosa il prof chiedesse loro, ma hanno intuito una direzione. La direzione della scuola, cioè quella del pensiero, che va oltre la concretezza, per diventare significativo di  verità più profonde.

Pubblicato il 15 settembre 2012 - Commenti (0)
03
set

In morte di un maestro

Sono molte le parole e i gesti che in queste ore vengono rivolti al cardinale Carlo Maria Martini, nei giorni del lutto. Molti rievocano la memoria dei suoi gesti, delle parole che ha pronunciato e scritto. Le nostre ore del ricordo sono per lui il tempo dell’incontro faccia a faccia con Dio. Il momento in cui ciascuno potrà conoscerne direttamente il volto, non più scorto “in modo confuso, come in uno specchio”.

Migliaia di persone, in un flusso continuo, affollano il Duomo di Milano. Nel maggio 2005, durante la messa in Duomo in occasione del 25° anniversario del suo episcopato, Martini rievocava le folle che avevano reso testimonianza, un mese prima, alla salma di Giovanni Paolo II, e sottolineava che “a poco varrebbe venerare un padre spirituale dell’umanità se Dio poi non parlasse nell’intimo di ogni cuore, indicando a ciascuno di noi qual è il nostro compito, la nostra vocazione, ciò che è chiesto proprio a noi e non ad un altro”. Il modo specifico di ciascuno, con le sue manchevolezze e le sue fragilità, di “rendere testimonianza al messaggio della tenerezza di Dio”, come il cardinale ricordava nella stessa occasione citando gli Atti degli Apostoli.

Il ricordo di una persona che muore, la partecipazione, l’omaggio sono atti gravosi per chi li compie. Soprattutto quando si parla di grandi anime. Significa chiedersi: che cosa ho a che fare con questa persona? Perché la sua vita mi interpella, al punto da rendergli testimonianza quando essa si conclude su questa terra? Che cosa mi lascia in eredità e che cosa del suo insegnamento mi dispongo a far rivivere nella mia vita?

Martini è stato il nostro (e mio) vescovo a Milano dal 29 dicembre 1979 all’11 luglio 2002. Gli anni del suo episcopato sono stati quelli della mia maturazione e della mia piena età adulta. Ha insegnato, a noi giovani adulti, ad ascoltare: la Parola di Dio, sempre e prima di tutto, e le parole di ogni interlocutore che si incontra, vicino o lontano da noi. Ci ha insegnato a tenere viva la continua necessità di conversione, per non invecchiare e morire, come ha mostrato fino alla fine. Ci ha insegnato che pensare è il principale atto di libertà e di responsabilità e che il cammino verso la verità è sempre accompagnato da avversità e da profonde contraddizioni. Ci ha insegnato a porci sempre domande, ricercando le risposte nel Vangelo.  E, per noi che ci occupiamo di educazione, ci ha ricordato che è sempre Dio che, prima di tutto, educa il suo popolo.

Un maestro, di cui sentiamo la mancanza. Ma che ci rimanda al nostro personale impegno a capire, a non farci prendere dalla paura e dallo scoraggiamento, a lasciare che il nostro sguardo interrogante, illuminato dalla Parola, si rivolga alla realtà di tutti i giorni e vi cerchi i segni dello Spirito, che soffia dove vuole perché avvenga la conversione, il cambiamento profondo.

Era questo atteggiamento che consentiva a Martini, anche in questi anni di malattia, di far pervenire la sua voce, sempre più fioca nel suono, ma viva nei contenuti. Pronta a tracciare la via delle priorità per non perdere il contatto con le generazioni future. E a interrogarci ancora una volta nel profondo.   

Pubblicato il 03 settembre 2012 - Commenti (0)
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